Un gradino troppo alto per arrivare al microfono. «Mi avete sottovalutata, non sono una nana». Giorgia Meloni stempera il clima di grande attesa con una battuta e strappa il primo applauso della platea di Assolombarda, che stavolta si è data appuntamento al centralissimo teatro Dal Verme di Milano, a due passi dal Duomo. Una platea decisamente amica per la premier. Le prime file sono riservate ai grandi nomi dell’industria italiana.
Un’industria che fa fatica, come il resto del Paese, a tenere testa ai contraccolpi innescati dalla crisi energetica. Tanto da indurre il numero 1 di Confindustria, Emanuele Orsini, a chiedere di mettere da parte le ideologie sul gas russo. Ma è l’unica nota fuori sincrono dello spartito che il governo e gli industriali suonano assieme.
Perché per il resto c’è piena sintonia, soprattutto nel pretendere che Bruxelles faccia di più. Abbandoni il passo da bridipo e inceda spedita come una gazzella, perché «se non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo, rischiamo di restare in balia dell’emergenza», mette in guardia Meloni battendo sulla nota dolente della crisi energetica. Agli industriali riuniti al Dal Verme la presidente del Consiglio assicura che in Europa è pronta a dare filo da torcere, il prossimo summit è in programma tra una manciata di giorni, il 15 e il 16 ottobre a Bruxelles.
«L’Italia non siede in Europa per dire sempre di sì. L’Italia è uno dei paesi che l’Europa l’ha fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando le cose non vanno», rivendica.
Scenari incerti
«La crescita italiana è ancora troppo debole», riconosce dunque Meloni, ma «l’economia italiana ha dimostrato in questi anni di saper reggere l’urto di uno degli scenari più complessi e incerti di sempre. I dati per i primi sei mesi di quest’anno ci dicono che la crescita per il 2026 può arrivare all’1%, in linea con le principali economie europee, e anche stavolta, oltre le previsioni». Si toglie un sassolino dalla scarpa la premier, riservando una stoccata all’Istat, perché la mancata uscita dalla procedura d’infrazione resta una ferita aperta, soprattutto davanti a una manovra che lascia pochi margini d’azione.
«Noi italiani veniamo spesso sottovalutati. Solo che quando ci sottovaluta l’Unione europea ci siamo abituati, invece quando siamo sistematicamente sottovalutati dai nostri organismi un po’ dispiace, ma tant’è…», mette agli atti con una puntura al vetriolo.
Ma torniamo alla nuova battaglia sulle flessibilità che Meloni si sta intestando in Europa e che fa capolino anche nella risoluzione di maggioranza che verrà votata in Aula domani, quando la premier sarà in Parlamento per l’informativa in vista del summit a Bruxelles. «L’Europa deve prendere atto che la crisi in Iran, la chiusura di Hormuz, l’instabilità del Mar Rosso stanno facendo salire i costi dell’energia, delle materie prime e dei trasporti e soprattutto alimentano un’inflazione che sfugge al nostro controllo, ma che pesa molto sulle famiglie, sui sistemi produttivi e sui conti pubblici. L’Europa non può non tenerne conto». E la proposta italiana di allargare le maglie delle regole europee concedendo più flessibilità è “semplice, di buonsenso, oltre che di responsabilità”. Perché l’inflazione che avanza «significa miliardi di euro di spesa in più senza che il governo abbia preso nessuna nuova decisione e per ragioni che non dipendono da noi: eppure quella spesa occupa lo spazio che le regole europee ci consentono e lo sottrae a tutto il resto, alle imprese, agli investimenti, alla crescita».
La coesione
Applausi dalla platea, mentre la presidente del Consiglio torna a chiedere che non si taglino risorse alla coesione e alla politica agricola, perché «non si può costruire competitività se i territori non crescono e non corrono tutti alla stessa velocità». L’altro terreno di scontro in Ue è sugli Ets, «questo meccanismo che gonfia artificialmente i prezzi, che crea squilibri tra gli Stati membri, che danneggia le nostre imprese manifatturiere»: «Non è una trattativa facile, ma faremo la nostra parte», assicura Meloni agli industriali, sensibilissimi al tema.
Intanto nel pomeriggio, rientrata a Roma, la premier rende noto di aver inviato una lettera al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al primo ministro belga Bart De Wever per chiedere maggiore semplificazione, una reazione immediata per contrastare il caro energia e uno sprint sulla competitività industriale. Una strategia che muove su più fronti ma che punta dritta all’Europa, mentre a Roma va avanti il cantiere per la manovra: oggi, a margine del Cdm sul Documento programmatico di bilancio, si terrà un nuovo vertice tra i leader per fare il punto.
Nonostante la manovra rischi di procedere a rilento, in attesa che l’Europa dia il disco verde definitivo alla procedura sulla clausola di salvaguardia nazionale. Ma il grande “suq” dei ministeri è già iniziato, con richieste che si affastellano tra il Mef e la Ragioneria. Mentre i partiti hanno iniziato da un pezzo la corsa per piantare bandierine. Fi chiede una no tax area per i giovani, l’estensione dell’esenzione dal bollo per tutte le prime auto, il sostegno per le spese mediche già nell’anno in corso e la riduzione Irpef al 33% fino a 60mila euro. La Lega torna a battere sulle pensioni, chiede l’estensione delle Zes e l’abolizione del canone Rai.
Sullo sfondo il braccio di ferro sul contributo da chiedere alle banche, con Tajani che bolla una potenziale tassa sugli extraprofitti come «una parola da Unione Sovietica, estratta dal Capitale di Marx», mentre Salvini smussa i toni e assicura che sugli istituti di credito non ci sarà «alcun intervento a gamba tesa». Stando a fonti beninformate, l’intesa con banche, assicurazioni e società energetiche sarebbe a un passo: all’attivo un “tesoretto” di 4 miliardi di euro.
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