“Sono inciampato nel tuo libro e l’ho divorato”. Letto, riletto, consigliato e regalato. Al momento di prendere il largo con la sua “Arca di Lorè“, Jovanotti si confronta in videocall con lo scrittore Enzo Fileno Carabba, autore di quel L’arca di Noè (Ponte alle Grazie) che durante i preparativi di questo nuovo tour ha fatto da detonatore alle sue straripanti fantasie di ragazzo fortunato. “L’ho incrociato in un momento in cui cercavo una cornice narrativa per impostare il lavoro” racconta Lorenzo a proposito del volume, uscito l’anno scorso. “Mi ci sono ritrovato molto già in quella frase di Borges che dice “Si era, come sempre, alla fine del mondo“ messa in esergo, anche se con una traduzione un po’ libera (“eravamo, come sempre, alla fine dei tempi” dice, infatti, il celebre incipit del racconto La scrittura del Dio inserito dal pure nel video che apre lo show – ndr)”.
Jorge Luis Borges (1899-1986): una sua frase è messa in esergo al libro di Carabba
Carabba: “Vero, perché a me le traduzioni piacciono sempre leggermente sbagliate”.
Jovanotti: “Sono d’accordo con te, e probabilmente lo sarebbe pure Borges che amava gli errori, le rapsodie, i giri di parole. Il libro è molto bello e pieno di coincidenze: Quando sale sull’arca, Noè ha 600 anni, io ne ho quasi 60, quindi come se fossimo coetanei alla seconda”.
Carabba: “Già”.
Jovanotti: “Noi che facciamo questo lavoro siamo tutti un po’ matti, così io mi ci sono proprio identificato in questo personaggio che, mentre costruisce l’Arca, sente questa voce interiore che gli dice “fai vivere“. La trovo una metafora appropriata per le pulsioni dell’arte. Pure Matisse, affrescando la Cappella del Rosario a Vence, nel sud della Francia, alla domanda “Lei crede in Dio“, rispose: “Sì, quando lavoro. Perché quando lavoro io sono Dio“. Insomma, pure lui era un po’ Noè. Quella dell’arca è una delle storie fondamentali dell’umanità, perché parla di salvezza. Perché hai scritto un libro così? Pure tu avverti tempi da catastrofe imminente?”
Carabba: “Mi piaceva l’idea di questi animali incolonnati, che avvertono qualcosa d’incombente, di catastrofico, e cercano la salvezza assieme. Catastrofe significa “rovesciamento” e loro lo percepiscono prima. Ecco perché sono legato alla vicenda di Noè fin da bambino. E poi sono sempre stato attratto dalle forme di comunicazione tra animali”.
Jovanotti a Olbia con Gabry Ponte (foto Michele Maikid Lugaresi)
Jovanotti: “Pure io. Al momento ho in casa due giovani cani e mi piace studiarli, capire come si comportano, come comunicano. A Cortona, nel mio bel giardino, mi relaziono con la natura in modo diverso da prima. Forse è dovuto all’età: da giovane, tu “sei“ la natura, perché fiorisci e trabocchi di vita. Quando invecchi, capisci che ne hai bisogno perché la natura dentro di te sta perdendo vitalità. Quel “fai vivere“ che citi nel libro, io me lo sento addosso, perché il tempo stringe e bisogna dare peso ogni giorno di più al concetto. Se Noè ascoltando il suo istinto compie un’impresa “biblica“, io verso la musica provo la stessa pulsione: sento il bisogno di evidenziare e rilanciare gli aspetti vitali dell’esistenza, anche rischiando di passare per naif o per matto… come Noè. Un rischio che mi accollo convinto che nella musica ci sia un seme di vitalità da poter piantare nel cuore della gente. I concerti oggi hanno una forza quasi liturgica; le persone infilandosi in tasca un biglietto si mettono in cammino verso qualcosa di straordinario”.
Carabba: “Per me il carattere fondamentale della figura di Noè è la vitalità, non la morale. Mi viene in mente la scena finale di Blade Runner, in cui il replicante Roy Batty salva il protagonista e, morendo, lascia volare via una colomba…”.
Jovanotti: “Ma perché secondo te c’è questo fiorire di epica e mitologia oggi? Escono continuamente libri sui miti greci. Sono andato a vedere l’Odissea di Nolan e m’è piaciuta molto. Eccezionale. Impressione che non mi aveva fatto, invece, a suo tempo, il film su Noè con Russell Crowe: partiva bene, poi arrivano zombie, mostri e diventava un po’ una micnhiata. E poi l’idea di un Noè che mena i soldati di Tubal-cain è abbastanza assurda”.
Carabba: “Ho visto che ti sei interessato pure alla figura di Shackleton”.
Jovanotti: “Beh, sì perché è una delle storie di salvezza più belle del mondo”.
Carabba: “Sto lavorando alla storia dei palombari italiani dell’Artiglio, il piroscafo nato a metà degli anni Venti per il recupero dei carichi delle navi affondate dagli austro-tedeschi durante la Grande guerra, che scendevano a profondità mai raggiunte prima. Sfida che, se si vuole, ha delle analogie con quella di Ernest Shackleton”.
Jovanotti: “Quella di Shackleton era un’impresa di prestigio nazionale, come andare sulla Luna. Ho scoperto l’avventura dell’Endurance grazie a una canzone di Battiato e poi ho letto tutto quel che c’era da leggere. Mi avvincono molto le storie di coraggio, di altruismo, di follia; quel “senso dell’inutile“ che sta nel cercare qualcosa anche solo per mettere una bandierina. Cosa molto maschile, che le nostre mogli spesso non capiscono. Quando dico a Francesca che voglio scalare le Ande in bicicletta mi chiede “e perché?“ Perché è una gioia, una festa, perché la fatica che ti scegli è un regalo che ti fai. E poi Shackleton i suoi compagni d’avventura li salvò tutti. Tornando a Noè, tu credi a quelli che dicono che l’Arca sia sul Monte Ararat? Io ci sono stato in bicicletta”.
Jovanotti: “L’IA è prodigiosa ma riassume l’esistente Gli artisti producono quello che non c’è
Carabba: “Penso di no. Mi piacciono, però, quei pazzi che hanno messo sull’Ararat resti finti per provare a farci credere che. Quello dell’Arca resta, infatti, un grande tema”.
Jovanotti: “Beh, il diluvio universale è presente un po’ in tutte le culture. E i tempi lasciano presagire un nuovo cataclisma. Pochi giorni fa ascoltavo un’intervista di Elon Musk all’Economist in cui diceva cose folli, ma lo reputo un personaggio importante, un Noè dei nostri giorni che vuole cambiare i sistemi e immaginare un mondo diverso. Sull’intelligenza artificiale dice cose agghiaccianti: rischiamo di diventarne tutti schiavi. Cosa che ci fa pensare alla fine dei tempi. Finisce un tempo perché ne arrivino dei nuovi ed è venuto forse il momento di costruirci ognuno la nostra piccola arca”.
Carabba: “Proprio così. In un mio libro mi sono occupato di Attila e di quel disfacimento dell’Impero Romano che sembrava preludere alla fine de tempi. E invece il mondo finisce, ma poi continua. La malizia della frase di Borges, se si vuole, sta proprio in questo”.
Jovanotti sul palco a Olbia (foto Michele Maikid Lugaresi)
Jovanotti: “Finisce un mondo, non il mondo. Sono curioso di questo nuovo inizio, perché penso che un pezzo di questo cambiamento riusciremo a vivercelo pure noi. È sempre interessante interpretare i grandi mutamenti. Quando si parla della fine del mercato della musica, ad esempio, mi viene da pensare che prima i dischi non c’erano, ma il mondo esisteva lo stesso. La creatività e gli artisti, pure. Basta pensare che il mio lavoro è cambiato già cinque o sei volte da quando ho cominciato. Non bisogna temere il cambiamento. Le storie bibliche, come quella di Noè o di Ester, ci aiutano perché sono attuali e applicabili anche oggi”.
Carabba: “Ho chiesto all’IA un racconto nello stile di Calvino Bello, ma senza i guizzi che aveva lui”
Carabba: “Pure Leonardo ha riflettuto sulla forza devastante espressa dalla natura col diluvio, sommando le sue cognizioni scientifiche sulla dinamica dei liquidi e meditazioni filosofiche sulla fine del mondo, in scritti e disegni bellissimi”.
Jovanotti: “Mentre parli mi rendo conto che, leggendo il tuo libro, non ho mai pensato al diluvio come a una punizione per i peccati. Ho questo difetto (che al contempo è pure un pregio) di rimuovere il senso di colpa. Secondo me Dio manda il diluvio per mettere alla prova la sua creatura. E il diluvio è la massima delle sfide. Come dire: “Se superate questa, fino all’avvento dell’intelligenza artificiale sarà una passeggiata“. Il Dio biblico della colpa non mi convince”.
Carabba: “Neanche me. Chi chiude la porta dell’Arca? Nel film lo fa Russell Crowe menando tutti. Nella Bibbia è Dio a chiuderla. Ci vuole coraggio a farlo. È un’apocalisse più grande dell’Apocalisse stessa”.
Jovanotti: “Ci vuole fegato. Con Noè il mondo ricomincia da zero. Sono molto grato a questo tuo libro, perché è un romanzo d’avventure, la storia di un tizio che sente voci e compie un’audace impresa. Mi ricorda l’Orlando Furioso, che all’epoca era un blockbuster perché portava in scena l’azione, il bisogno e la gioia dell’agire nel mondo. Il nostro corpo è costruito per l’azione. Un mio amico che lavora nella robotica in Corea mi diceva che, sotto questo profilo, la forma umana è funzionale al massimo. Perfetta da ogni punto di vista e difficile da immaginare diversa. Non a caso fatta dal Dio biblico a propria immagine e somiglianza. A volte, mentre guardo i miei cani, li prendo in giro perché non hanno il pollice opponibile e non possono aprire una lattina o scrivere. Io posso fare molte cose che fanno loro, ma loro non possono fare quel che faccio io. La robotica e l’intelligenza artificiale ci sfidano a capire chi siamo e cosa sappiamo fare che lei non sa fare. Tempo fa ho ascoltato del “jazz messicano“ realizzato con l’IA e l’ho trovato impressionante, perfetto, ma poi non m’è venuta voglia di riascoltarlo. Perché gli manca qualcosa. Gli artisti producono quello che non c’è, non quello che c’è. L’IA riassembla l’esistente, ma non può sorprenderti davvero. Non scriverebbe mai Cent’anni di solitudine, ne farebbe solo un remix”.
Jovanotti sul palco a Olbia (foto Michele Maikid Lugaresi)
Carabba: “Ho fatto un esperimento chiedendo all’IA di scrivere un brano in stile Calvino. S’è inventata un bel racconto, ma senza smentirsi mai. Mentre Calvino ha sempre quel guizzo, quel ripensamento, che ribalta tutto”.
Jovanotti: “Proprio così: l’IA non smentisce mai sé stessa. Un artista invece lo fa continuamente, mette la nota che nessuno si aspetta. Siamo ancora avanti noi”.
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