«La sostenibilità crea valore quando diventa parte della strategia aziendale»


Per molti anni la sostenibilità è stata percepita come un tema ambientale. Oggi, invece, rappresenta sempre più un elemento strategico capace di incidere sulla competitività, sulla governance e sulla capacità delle imprese di generare valore nel lungo periodo. Una convinzione che accompagna da tempo il percorso di ForGreen, società veronese che opera nel settore delle energie rinnovabili e che ha fatto della condivisione dell’energia e della sostenibilità integrata il proprio modello di sviluppo. A raccontarne la visione è Francesco Premi, responsabile Advisory e Relazioni Esterne.

Dottor Premi, ForGreen è stata tra le prime realtà italiane a investire in modo strutturato sulle energie rinnovabili. Come è nata questa visione?

ForGreen nasce in tempi nei quali parlare di sostenibilità e di energie rinnovabili non era ancora così diffuso come oggi. Fin dall’inizio abbiamo scelto di operare esclusivamente nel settore delle fonti rinnovabili, convinti che il futuro dell’energia dovesse andare in quella direzione. Nel tempo, però, abbiamo compreso che produrre energia verde non basta di per sé a rendere sostenibile un’attività. La vera sfida è generare benefici concreti per le persone, le imprese e i territori nei quali si opera.

Da qui nasce il vostro modello basato sulla condivisione dell’energia.

Esattamente. La condivisione dell’energia rappresenta uno degli elementi distintivi del nostro approccio. Crediamo che la sostenibilità debba produrre effetti positivi misurabili non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche sotto il profilo economico e sociale. Le comunità energetiche e i modelli di energia condivisa consentono proprio questo: creare benefici diffusi e redistribuire valore all’interno delle comunità.

Parliamo di bilanci di sostenibilità. Qual è il loro vero valore per un’azienda?

Il bilancio di sostenibilità ha senso quando è parte di una strategia aziendale. Se la sostenibilità rappresenta un elemento centrale della visione imprenditoriale, è naturale che a un certo punto ci si fermi a valutare i risultati raggiunti e a definire nuovi obiettivi. In questo senso il bilancio non è soltanto uno strumento di comunicazione, ma diventa un vero strumento di governo dell’impresa.

Quindi non dovrebbe essere considerato soltanto un documento da pubblicare.

Esatto. Non deve diventare un esercizio formale o un prodotto editoriale fine a se stesso. Deve essere uno strumento capace di raccontare con chiarezza ciò che è stato fatto, i risultati ottenuti e gli obiettivi futuri. Quando è costruito in questo modo, diventa una guida concreta per le decisioni aziendali e uno strumento utile per tutti gli stakeholder.

Anche il sistema finanziario guarda sempre più a questi aspetti.

Sì, ed è uno degli elementi più interessanti emersi negli ultimi anni. La trasparenza genera fiducia e riduce il rischio percepito da investitori e finanziatori. Un’azienda che misura e comunica il proprio impatto dimostra maggiore capacità di controllo e di pianificazione. Questo si traduce spesso in un vantaggio competitivo anche nei rapporti con il mondo finanziario.

Lei partecipa al progetto Traguardo Sostenibilità attraverso l’attività di assessment delle aziende candidate. In cosa consiste?

L’assessment è uno strumento di analisi e valutazione che permette di comprendere il livello di maturità di un’azienda rispetto ai temi della sostenibilità. Non si tratta di una pagella e nemmeno di una classifica. È piuttosto una fotografia che consente di capire quali risultati siano già stati raggiunti e quali margini di miglioramento esistano ancora.

Perché è importante precisare che non si tratta di una semplice classifica?

Perché ogni azienda ha caratteristiche diverse. Esistono settori nei quali la sostenibilità è già un elemento consolidato e altri nei quali il percorso è appena iniziato. L’obiettivo non è assegnare voti, ma comprendere quanto un’impresa stia esprimendo il proprio potenziale e quanto valore stia generando rispetto alle opportunità che ha a disposizione.

Uno dei temi che lei affronta spesso riguarda il rapporto tra sostenibilità e competitività.

Sono due concetti sempre più legati. Oggi non possiamo più considerare la sostenibilità come qualcosa di separato dalla strategia industriale. Le aziende che investono in efficienza energetica, innovazione, governance e valorizzazione delle persone costruiscono spesso un vantaggio competitivo duraturo. Per questo la sostenibilità deve essere vista come un fattore di sviluppo e non come un vincolo.

A proposito di energia, quanto è importante oggi il ricorso alle fonti rinnovabili?

È fondamentale, ma da solo non basta. Scegliere energia proveniente da fonti rinnovabili è sicuramente un passo importante, ma la sostenibilità richiede un approccio più ampio. Conta il modo in cui quell’energia viene utilizzata, conta l’efficienza degli edifici, conta la gestione dei consumi e conta la capacità di ridurre gli sprechi. La sostenibilità nasce dall’integrazione di tutti questi elementi.

Recentemente lei ha partecipato alla Settimana Europea dell’Energia Sostenibile a Bruxelles. Quali indicazioni sono emerse?

Un concetto molto chiaro: oggi non stiamo vivendo una crisi energetica in senso assoluto, ma una crisi dell’energia da fonti fossili. Le tensioni geopolitiche dimostrano quanto sia rischioso dipendere da fonti concentrate e controllate da pochi attori internazionali. Le energie rinnovabili distribuite, invece, offrono maggiore resilienza, maggiore indipendenza e una maggiore stabilità nel lungo periodo.

Questo rafforza ulteriormente il ruolo delle comunità energetiche.

Senza dubbio. Le comunità energetiche non sono soltanto uno strumento ambientale. Sono un modello economico e sociale che consente ai territori di produrre, condividere e utilizzare energia in modo più efficiente. Significa costruire sistemi energetici più resilienti e più vicini alle esigenze delle persone e delle imprese.

Lei ha dedicato particolare attenzione anche al tema della governance.

Perché troppo spesso viene considerata l’elemento meno importante dell’ESG, mentre in realtà è uno dei più strategici. La governance riguarda il modo in cui vengono prese le decisioni, la gestione delle responsabilità, il passaggio generazionale, la trasparenza e la capacità di costruire organizzazioni solide nel tempo. Senza una buona governance è difficile rendere duraturi anche i migliori risultati ambientali e sociali.

In un territorio come il Veneto, caratterizzato da molte imprese familiari, il tema assume un peso particolare.

Assolutamente. Il passaggio generazionale rappresenta una delle sfide più delicate per le imprese familiari. Quando viene pianificato e gestito correttamente può diventare un elemento di forza e continuità. Quando invece viene sottovalutato può generare difficoltà molto rilevanti. Anche questo fa parte della sostenibilità aziendale.

Spesso si parla di norme che arrivano in ritardo rispetto all’innovazione delle imprese. È d’accordo?

In parte sì. Le imprese spesso anticipano i cambiamenti e sviluppano soluzioni innovative prima che il legislatore riesca a regolamentarle. È normale che esista uno scarto temporale. L’importante è che le norme sappiano accompagnare questi processi senza ostacolarli eccessivamente, riconoscendo il valore dell’innovazione e favorendo la diffusione delle buone pratiche.

Che cosa significa, in definitiva, essere sostenibili?

Significa andare oltre il semplice rispetto delle norme. Rispettare la legge è un dovere per tutti. La sostenibilità inizia quando un’organizzazione decide volontariamente di fare di più, di generare un impatto positivo, di creare valore condiviso e di assumersi una responsabilità nei confronti del proprio territorio e delle generazioni future. È questo il vero significato della sostenibilità.

Quale futuro immagina per le aziende che intraprendono questo percorso?

Immagino imprese più consapevoli, più trasparenti e più resilienti. Le aziende che sapranno integrare davvero la sostenibilità nella propria strategia avranno maggiori capacità di affrontare le sfide future, di attrarre talenti, di dialogare con il mercato e di creare valore nel lungo periodo. Non si tratta di una tendenza temporanea, ma di una trasformazione destinata a ridefinire il modo stesso di fare impresa.


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 Matteo Scolari

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