La ricerca promossa dalla Camera di Commercio di Varese e redatta dall’Università dell’Insubria, sull’economia sociale e sull’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, merita di essere letta con attenzione. Innanzitutto, perché offre una fotografia di una realtà che troppo spesso viene raccontata attraverso percezioni, slogan o luoghi comuni. E poi perché consente di misurare con dati concreti il contributo che cooperative sociali, associazioni, fondazioni, imprese sociali e molti altri soggetti offrono ogni giorno alla qualità della vita delle nostre comunità.
Ma, leggendo quei numeri e ascoltando gli interventi del convegno, ho avuto l’impressione che la ricerca racconti una storia ancora più grande di quella che esplicitamente si propone di raccontare. Una storia che riguarda il futuro economico della provincia di Varese.
LE PAROLE GIUSTE
Per comprendere questa storia occorre forse partire da una domanda semplice: siamo sicuri di utilizzare ancora le parole giuste? Per molti anni abbiamo parlato di Terzo Settore. Abbiamo parlato di non profit. Abbiamo parlato di volontariato e di servizi sociali. Definizioni importanti, che hanno accompagnato una fase storica e culturale del nostro Paese. Oggi però rischiano di non essere più sufficienti. Perché definiscono queste organizzazioni soprattutto per ciò che non sono. Non sono pubbliche. Non sono amministrazione. Non sono imprese tradizionali. Non distribuiscono utili ai possessori di capitale. Ma se vogliamo capire il ruolo che esse svolgono oggi nell’economia e nella società dei nostri territori dovremmo forse iniziare a chiederci non cosa non siano, ma cosa siano diventate.
È L’ECONOMIA SOCIALE
La risposta che arriva sempre più chiaramente dall’Europa è semplice: economia sociale. Non un comparto residuale. Non un settore assistenziale. Non un mondo separato dall’economia. Economia. Le cooperative, le imprese sociali, le mutue e molte altre organizzazioni dell’economia sociale producono beni e servizi, investono, innovano, assumono persone, generano reddito e creano occupazione. Producono valore economico esattamente come ogni altra impresa. La differenza non consiste nell’assenza del profitto. Anche questa – “non profit” – è una rappresentazione che andrebbe ormai archiviata. La differenza consiste nel destino del valore generato.
LA RICCHEZZA NON È IL FINE
Nell’economia sociale la ricchezza prodotta viene prevalentemente reinvestita nell’impresa, nei servizi, nelle comunità e nei territori. Il capitale rimane uno strumento. Non diventa il fine. Ed è proprio qui che la cooperazione continua a rappresentare il cuore pulsante dell’economia sociale europea. Perché la cooperativa non è soltanto un’impresa. È una forma di organizzazione democratica dell’economia. Persone che condividono un bisogno, una professione, un lavoro o un progetto imprenditoriale decidono di associarsi per costruire insieme una risposta economica. In un’epoca segnata dall’aumento delle disuguaglianze, dalla crisi demografica, dalla difficoltà di accesso alla casa, dall’invecchiamento della popolazione e dalle trasformazioni del lavoro, questo elemento assume un valore straordinario. La cooperazione non rinuncia al mercato. Lo mette al servizio delle persone. Non rinuncia all’efficienza. Semplicemente rifiuta l’idea che il capitale sia l’unico criterio attraverso cui misurare il successo di un’impresa. Per questo trovo sempre meno convincente la tradizionale contrapposizione tra profit e non profit.
UN ECOSISTEMA ECONOMICO
Le imprese tradizionali parlano sempre più di sostenibilità, impatto sociale e responsabilità verso gli stakeholder. Gli investitori misurano gli effetti sociali e ambientali delle proprie scelte. Le istituzioni europee parlano di coesione e sviluppo inclusivo, di economia al servizio dei cittadini. Molti dei temi che l’economia sociale pratica da decenni stanno diventando patrimonio comune dell’intero sistema economico. Non siamo di fronte a due mondi separati che devono imparare a dialogare. Siamo di fronte a un’unica economia che sta cambiando. Ed è qui che la ricerca dedicata alla provincia di Varese assume un significato che va oltre i dati presentati. Perché ciò che emerge non è soltanto la presenza di una rete di servizi o di organizzazioni impegnate nell’inclusione. Emerge l’esistenza di un vero ecosistema economico. Un ecosistema fatto di cooperative sociali, cooperative di lavoro, cooperative di comunità, associazioni, fondazioni, mutue, imprese sociali, enti formativi e organizzazioni territoriali. Una rete che produce inclusione. Ma che produce anche occupazione, innovazione, competenze, capitale sociale, competitività e sviluppo. Una rete che genera valore economico oltre che valore sociale. Per questo la domanda che dovremmo porci oggi non è se questo mondo sia importante.
SIAMO PRONTI?
La domanda è se siamo pronti a considerarlo per ciò che realmente è diventato. Per troppo tempo l’economia sociale è stata vista come un settore speciale da sostenere. Forse è arrivato il momento di riconoscerla come una componente strutturale dell’economia varesina. Una delle infrastrutture sulle quali costruire il futuro del territorio. Per l’Europa l’economia sociale è ormai uno dei pilastri delle strategie di sviluppo del prossimo decennio. La vera domanda è se anche Varese sia pronta a fare questo salto culturale. Perché le sfide che abbiamo davanti – demografia, lavoro, innovazione, coesione sociale, attrattività dei territori – non potranno essere affrontate senza una forte economia sociale. E forse la buona notizia che emerge dalla ricerca è proprio questa. Varese possiede già una parte importante delle risorse necessarie per affrontarle. Forse non se n’è ancora accorta fino in fondo.
L’economia sociale e la forza delle alleanze: così cresce la democrazia economica
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