Caldo e assenza di piogge stanno riducendo le scorte necessarie agli allevamenti italiani. Nei territori più colpiti di Piemonte e Lombardia, i danni al mais superano già il 30% e raggiungono punte del 70%, mentre in alcune aree il raccolto rischia di andare completamente perduto. A soffrire sono anche pascoli, produzione di latte e bilanci aziendali: tra giugno e luglio il calo medio del latte ha superato il 20%, mentre i costi energetici degli allevamenti sono aumentati del 30%.
Le conseguenze si stanno accumulando proprio nel periodo in cui le aziende devono assicurarsi fieno e cereali per alimentare gli animali nei mesi successivi. Così Coldiretti in una nota.
Quanto mais rischiano di perdere Piemonte e Lombardia
La campagna di raccolta del mais parte da condizioni difficili.
La scarsità d’acqua ha interessato soprattutto due momenti delicati della coltura: la fioritura e il riempimento della granella. La pianta ha quindi affrontato lo stress idrico proprio durante fasi dalle quali dipende una parte rilevante della resa finale.
Nelle zone più colpite di Piemonte e Lombardia le perdite stimate superano il 30%. In alcune aziende raggiungono il 70%, mentre localmente esiste il rischio di un raccolto quasi nullo.
Il dato definitivo potrà essere misurato soltanto al termine della campagna e dipenderà anche dalle condizioni meteorologiche delle prossime settimane.
La perdita di mais interessa direttamente gli allevamenti perché riduce una delle produzioni destinate all’alimentazione animale e può costringere le aziende a reperire altrove ciò che manca.
Perché i pascoli stanno producendo molto meno foraggio
La scarsità di pioggia sta lasciando segni evidenti anche sui prati.
Al Nord, dal Piemonte fino al Trentino-Alto Adige, la produzione di foraggio registra riduzioni comprese tra il 30 e il 40%.
Negli alpeggi la situazione è ancora più difficile. I prati hanno meno erba fresca e contemporaneamente diminuisce la disponibilità d’acqua necessaria per abbeverare gli animali.
In Val di Sole, Val di Non e Val di Fiemme le perdite di foraggio superano il 40%.
Il problema riguarda quindi due risorse indispensabili alla permanenza del bestiame in montagna: l’alimentazione e l’acqua.
| Voce | Variazione indicata | Aree interessate |
|---|---|---|
| Mais | oltre -30%, punte di -70% | Piemonte e Lombardia |
| Foraggi | tra -30% e -40% | Nord Italia |
| Foraggi negli alpeggi | oltre -40% | Val di Sole, Val di Non, Val di Fiemme |
| Latte | oltre -20% | media tra giugno e luglio |
| Costi energetici | +30% | allevamenti |
| Costi di irrigazione | oltre +30% | coltivazioni cerealicole |
Quanto latte stanno perdendo gli allevamenti
Il calore interessa direttamente anche la produzione delle stalle.
Negli alpeggi piemontesi, dove in condizioni ordinarie venivano prodotti 7-8 quintali di latte al giorno, i quantitativi sono scesi a 2-3 quintali.
Una riduzione di questa portata si riflette inevitabilmente anche sulla quantità di latte disponibile per la trasformazione in formaggi.
Il problema non riguarda soltanto gli allevamenti di montagna.
Tra giugno e luglio viene stimata una diminuzione media della produzione superiore al 20% nelle stalle, con il rischio che la percentuale possa peggiorare se le alte temperature dovessero proseguire.
Alla perdita produttiva si aggiungono spese maggiori per mantenere gli animali in condizioni compatibili con le temperature elevate.
Perché il caldo fa salire la bolletta delle stalle
Con temperature molto alte aumentano le necessità di raffrescamento.
Il latte appena munto deve essere portato rapidamente alle temperature richieste per la conservazione e ciò impone un utilizzo più intenso degli impianti frigoriferi.
La maggiore attività degli apparecchi si traduce in consumi superiori.
Negli allevamenti vengono inoltre impiegati ventilatori, nebulizzatori e doccette per contrastare gli effetti del caldo sugli animali.
L’incremento complessivo dei costi energetici viene stimato intorno al 30%.
Le aziende si trovano così davanti a un doppio effetto: producono meno latte e, nello stesso periodo, devono spendere di più per continuare a produrlo.
Quanto costa irrigare i cereali durante la siccità
Anche la produzione destinata alle razioni degli animali richiede più risorse.
La mancanza di precipitazioni obbliga le aziende ad aumentare gli interventi irrigui per tentare di limitare le perdite delle colture.
Il costo medio dell’irrigazione risulta superiore di oltre il 30%.
La spesa comprende sia il consumo dell’acqua sia quello del gasolio necessario per mettere in funzione gli impianti.
Quando il raccolto diminuisce e contemporaneamente aumenta il costo necessario per sostenerlo, la perdita economica per l’azienda si allarga ulteriormente.
Cosa succede negli alpeggi senza acqua ed erba
Il problema della montagna non si esaurisce nella minore produzione di foraggio.
La permanenza degli animali negli alpeggi dipende dalla possibilità di disporre di pascoli sufficienti e di acqua per l’abbeveraggio.
La riduzione delle precipitazioni sta diminuendo entrambe.
Quando l’erba disponibile non basta e le riserve idriche diventano insufficienti, le aziende devono intervenire con maggiori approvvigionamenti o modificare la gestione degli animali.
È una difficoltà che interessa territori tradizionalmente legati all’allevamento estivo in quota e che quest’anno riguarda diverse aree alpine.
Perché mais, fieno e latte sono collegati
Il calo del mais e quello dei foraggi non costituiscono problemi separati dalla riduzione della produzione di latte.
Gli animali hanno bisogno di disponibilità costante di alimenti e acqua. Se i pascoli producono meno erba e i raccolti di cereali diminuiscono, diventa più difficile garantire le quantità necessarie senza aumentare gli acquisti.
Contemporaneamente il caldo incide direttamente sulle stalle e obbliga ad ampliare il ricorso ai sistemi di raffrescamento.
Il risultato è una pressione che interessa più voci nello stesso momento:
- minore disponibilità di mais;
- meno fieno prodotto dai prati;
- carenza di erba e acqua negli alpeggi;
- riduzione della quantità di latte;
- aumento delle spese per energia e irrigazione.
Per le aziende zootecniche la difficoltà riguarda quindi sia ciò che riescono a produrre sia quanto devono spendere per mantenere operativa l’attività.
Perché diventa più difficile programmare la stagione agricola
Le perdite definitive del mais dipenderanno dalle condizioni che accompagneranno le colture fino alla raccolta.
Le stime disponibili indicano però che la scarsità d’acqua ha già compromesso una parte del potenziale produttivo.
La stessa incertezza riguarda pascoli e allevamenti: una fase asciutta più lunga può ridurre ulteriormente le risorse disponibili e aumentare le necessità di acquistare alimenti o utilizzare sistemi artificiali di raffrescamento.
Secondo Coldiretti, l’evoluzione climatica rende sempre più difficile programmare le attività agricole e zootecniche e richiede interventi strutturali capaci di affrontare la disponibilità d’acqua e la continuità della produzione.
Immagine generata con l’AI.
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