L’urgenza della crisi climatica è ormai una consapevolezza diffusa, non più confinata ai soli scienziati del clima. Temperature record, incendi, siccità e alluvioni improvvise sono le manifestazioni più evidenti di una crisi che incide sulla quotidianità di milioni di persone e di imprese.
Ne sono preoccupati soprattutto i più giovani, chiamati a ereditare un Pianeta che non può più offrire le stesse risorse e opportunità di un tempo. Per ridurre e far fronte agli impatti del cambiamento climatico, non bastano interventi emergenziali o settoriali, ma è necessario costruire un sistema economico e sociale a minor impatto carbonico e resiliente ai mutamenti in atto e a quelli attesi. Per questo che Stefano Pareglio, Presidente di Deloitte Climate & Sustainability e Professore Ordinario di Economia applicata, all’Università Cattolica del Sacro Cuore, è convinto che la transizione climatica, energetica e ambientale non sia in conflitto con la crescita economica. “Anzi” dichiara in questa intervista a ESGnews, “gli investimenti che si rendono necessari, il continuo sviluppo di nuove tecnologie e di nuove competenze, l’affermarsi di temi come l’autonomia energetica, la sicurezza degli approvvigionamenti e la stabilità dei prezzi, l’accresciuta consapevolezza dei co-benefici ambientali e sociali del contrasto al cambiamento climatico sono tutti fattori positivi per una crescita economica solida, sana e continuativa nel tempo”.
Dall’analisi realizzata in occasione del Next Milan Forum 2026 emerge la necessità di passare da interventi settoriali o emergenziali a interventi sistemici per far fronte alla crisi climatica. Che tipo di risposte vi aspettate dai leader del futuro, considerando l’interesse e la consapevolezza dei giovani verso il cambiamento climatico?
A mio giudizio, le generazioni più giovani possono assicurare un duplice contributo: da un lato, fornire risposte incisive ed efficaci, dato il grande interesse per un tema che li coinvolge più da vicino, sia nella prospettiva storica, sia sul piano emotivo; dall’altro, spingere per una maggiore capacità di innovare, di immaginare cioè soluzioni non convenzionali, che escano dal mainstrem, ovvero siano in grado di conseguire – o di concorrere a conseguire – gli obiettivi di mitigazione e di adattamento secondo percorsi, metodologie, alleanze e tecnologie non comuni o non consolidate.
I dati dei report di organismi internazionali confermano l’urgenza di orientare finanziamenti non solo sulla mitigazione, ma anche, e forse soprattutto, sull’adattamento, data l’accelerazione dell’aumento delle temperature. Che tipo di azioni secondo lei andrebbero attivate?
Fino a oggi la lotta al cambiamento climatico si è giocata pressoché esclusivamente sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra. Che ciò sia necessario, e, va detto, ancora del tutto insufficiente, non si discute: non ci sono prospettive di phase out dai combustibili fossili e gli obiettivi al 2030 del Global Stocktake della COP28 ben difficilmente verranno raggiunti, tranne forse la triplicazione delle fonti rinnovabili. Fatta questa premessa, non possiamo dimenticare che il clima è già cambiato e provoca danni consistenti. Il 2025 è stato il terzo anno più caldo, dopo il 2024 e il 2023, e la temperatura media globale dello scorso anno è stata più alta di 1,47°C del livello preindustriale, superando gli 1,5°C per sei mesi. Nel solo 2024, a livello globale, i disastri climatici hanno causato danni totali per oltre 328 miliardi di dollari. Quindi è necessario agire, e celermente, per tutelare la vita delle persone, per proteggere gli insediamenti e le infrastrutture, per salvaguardare gli ecosistemi e per conservare la funzionalità e il valore degli asset pubblici e privati. E questo orientamento, unito a una particolare consapevolezza e dedizione, credo sia ciò che ci possiamo attendere soprattutto dai più giovani.
La questione dell’accesso alle materie prime critiche, concentrate geograficamente e nelle catene di approvvigionamento, ma indispensabili per lo sviluppo delle alternative, come può essere affrontata?
Io mi auguro che le giovani generazioni ambiscano sinceramente a un mondo in pace, solidale e interconnesso. Cioè che si adoperino per ricostruire ciò che noi abbiamo compromesso, specie negli ultimi anni. Fin dai tempi di David Ricardo è nota la teoria del cosiddetto “vantaggio comparato”: ogni luogo del pianeta può trarre vantaggio dal libero commercio, utilizzando al meglio le proprie risorse e le proprie capacità. La rottura di questo equilibrio, prima con il Covid 19 e poi con le guerre che si sono succedute, ha reso evidente la fragilità delle catene di fornitura, da cui dipende la sicurezza degli approvvigionamenti e la stabilità dei prezzi, precondizioni per una robusta crescita economica. Da qui è necessario ripartire, evitando il costituirsi di posizioni monopolistiche o, peggio, predatorie. E poi la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica applicata anche al recupero e al riciclo e la modificazione degli stili di vita possono consentire di superare il predominio di alcuni Paesi in materia di materie prime critiche.
Crescita economica e transizione: come tenerle insieme?
Sono assolutamente convinto che la transizione climatica, energetica e ambientale non sia in alcun modo conflittuale con la crescita economica. Anzi, gli investimenti che si rendono necessari, la ricerca di nuove tecnologie e di nuove competenze, il consolidarsi dell’autonomia e della sicurezza energetica, la sicurezza degli approvvigionamenti e la stabilità dei prezzi e i co-benefici ambientali del contrasto al cambiamento climatico sono fattori positivi per una sana e consistente crescita economica. Non bisogna però dimenticare che ogni cambiamento comporta dei costi, sia perché esiste un costo-opportunità nell’uso di risorse finite, sia perché ci sono sempre degli “sconfitti”, siano essi lavoratori, settori industriali o territori. Di questo bisogna assolutamente tener conto, per massimizzare i benefici della transizione.
L’Europa a che punto è con la transizione, lo sviluppo di tecnologie a supporto delle alternative e la trasformazione energetica ed economica?
L’Unione Europa, da tempo, ha un orientamento politico indirizzato alla transizione. Purtroppo, ha concentrato le proprie iniziative su strumenti di command and control, ossia su una modalità di intervento fondata sulla regolazione e sulla compliance. È mancata cioè una coerente politica industriale che invece, pur in forme diverse, hanno adottato gli altri attori con i quali siamo in competizione: Cina e USA. In tempi più recenti, l’Unione ha avviato una revisione di tale approccio, riducendo e semplificando gli obblighi e, più ancora, cercando di costruire una coerente politica industriale orientata alla competitività del continente. Vedremo nei prossimi mesi e anni quali effetti concreti avranno iniziative come il Clean Industrial Deal, che mira a unire l’azione per il clima e la competitività all’interno di un’unica strategia di crescita, o l’Industrial Accelerator Act, che ha l’obiettivo di rafforzare sia la capacità manifatturiera europea in settori strategici, sia la resilienza industriale nelle filiere considerate più esposte alla concorrenza internazionale e alla dipendenza dalle importazioni.
E l’Italia come si posiziona nello scenario internazionale? Cosa e come possiamo fare più?
Semplificando il ragionamento, ritengo che l’Italia, come tutti gli altri paesi europei, in questo contesto, non possa pensare di fare da sola. Quindi, un primo tema è quello dell’effettivo coordinamento delle politiche a scala continentale per costruire “campioni” industriali nei settori strategici, anche se ciò dovesse comportare la parziale rinuncia ad ambizioni nazionali. Un secondo tema è quello di favorire – come proposto dal Rapporto Letta del 2024 – la convergenza dei risparmi europei, e anche italiani, sulle industrie del continente. In Europa ci sono infatti circa 33.000 miliardi di euro di risparmi privati sotto forma di liquidità e depositi, e circa 300 miliardi di questi vengono investiti ogni anno fuori dal nostro continente, in particolare negli Stati Uniti. È quindi di tutta evidenza la necessità di promuovere il completamento dell’Unione bancaria, di garantire un ambiente fiscale più uniforme, e soprattutto di realizzare un’Unione dei risparmi e degli investimenti fondata su un’effettiva Unione del mercato dei capitali. È inoltre necessario procedere con la concreta attuazione del 28° Stato virtuale, per introdurre un unico diritto commerciale europeo opzionale, in grado di favorire l’innovazione. Venendo più direttamente al nostro Paese, direi che si dovrebbero fare quanto meno due cose: accelerare il ritmo di installazione delle rinnovabili per ridurre il costo dell’elettricità e assicurare la sicurezza energetica, e dotare il piano di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), del 2023 delle risorse di cui non dispone.
Scopri come ESGnews e i suoi partner possono aiutarti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alessandra Frangi
Source link



