Mentre il Napoli si prepara a varcare la soglia del suo primo secolo di vita, una ricorrenza che impone una riflessione rigorosa sulla propria identità, le bacheche virtuali dei social sono costantemente inquinate da meme sbiaditi e da una retorica stucchevole che vorrebbe cristallizzare il calcio italiano attorno ai presunti meriti di club nati a cavallo tra i due secoli, dimenticando colpevolmente che fino al secondo dopoguerra la Serie A era poco più di un club esclusivo, logisticamente inaccessibile e geograficamente blindato.
È necessario smantellare una volta per tutte la narrazione ipocrita degli scudetti ante-guerra, dei titoli della Pro Vercelli o delle prime affermazioni di un calcio che, per puro vantaggio logistico e finanziario, restava confinato nel quadrilatero del Nord, dove le trasferte non erano battaglie epiche ma semplici spostamenti ferroviari che il resto d’Italia, e in particolare il Sud, non poteva permettersi né economicamente né strutturalmente. Parlare di “parità competitiva” per campionati in cui le squadre meridionali dovevano affrontare traversate proibitive in un Paese privo di infrastrutture è un esercizio di malafede che ignora la realtà di un calcio amatoriale e autoreferenziale, innalzato a “storia ufficiale” solo per garantire una rendita di posizione a chi, nel tempo, ha saputo capitalizzare quel vantaggio geografico iniziale, talvolta forzando la mano della storia stessa, come accadde in quella curiosa e assai poco limpida ascesa al titolo della Roma nel 1942, imposta dal volere del gerarca fascista di turno in un clima che poco aveva a che vedere con il campo e molto con la propaganda del regime.
Le tre epoche distinte del Napoli, la prima è quella del Comandante
Questa distorsione della storia trova il suo antidoto naturale proprio nella parabola del Napoli, un club che ha costruito la propria grandezza attraverso tre epoche distinte, ognuno specchio di un’anima profonda e mai incline al compromesso del “già dato”.
La prima di queste epoche, quella del Comandante Achille Lauro, è un capitolo imprescindibile per comprendere la genesi di un mito: Lauro non portava in campo solo calciatori, ma imponeva il “Laurismo”, un modo di plasmare la città attraverso il pallone che andava ben oltre il rettangolo verde. Quando portò all’ombra del Vesuvio Jesper Jeppson, il “Banco di Napoli” vivente, non stava solo comprando un centravanti, stava iniettando nel tessuto urbano il seme del Napoli come Stato d’animo, una religione civile capace di unire un popolo al di sopra delle miserie del dopoguerra. Il Napoli di Lauro era la trasposizione plastica della sua politica: un populismo d’assalto, viscerale, in cui il pallone diventava lo strumento per rivendicare l’orgoglio di una capitale del Sud che rifiutava di fare da comparsa. È lì, tra i comizi allo stadio e la passione sconfinata per quei colori, che il Napoli smette di essere una semplice società sportiva e diventa l’ossessione magnifica di una metropoli, un’entità collettiva che si riconosce nella maglia azzurra come unico vessillo possibile.
Ferlaino sottrae lo scudetto al triangolo industriale del Nord
Il testimone è poi passato nelle mani dell’ingegner Corrado Ferlaino, l’uomo che ha avuto l’ardire di trasformare quel sogno identitario in una realtà egemone. Gli anni di Maradona non sono solo il racconto di una superiorità tecnica inarrivabile, ma la narrazione di un ribaltamento cosmico: quando il “Pibe de Oro” ha scelto Napoli, ha rotto definitivamente il patto di non belligeranza che voleva il titolo italiano come un’esclusiva delle metropoli del triangolo industriale. In quegli anni, Ferlaino non ha solo comprato il miglior giocatore del mondo, ha sottratto al Nord il diritto di prelazione sulla storia, costringendo il sistema calcistico nazionale ad ammettere che il talento e la passione, se uniti a una gestione visionaria, potevano scardinare qualsiasi gerarchia costruita in decenni di vantaggi corporativi. Quella fu l’epoca in cui il calcio smise di essere una questione di geografia e divenne una questione di merito puro, dove gli scudetti azzurri suonavano come una sentenza definitiva contro chi, ancora oggi, prova a sminuire quel periodo etichettandolo come una parentesi fortunata, quando in realtà fu il momento in cui l’Italia calcistica divenne, per la prima volta, davvero unita e competitiva.
De Laurentiis trasforma un pezzo di carta in un gioiello
Infine, giungiamo alla terza fase, quella contemporanea, segnata dall’avvento di Aurelio De Laurentiis, un passaggio storico che merita un’analisi lucida basata sulla cruda realtà dei fatti: quando De Laurentiis prese in mano il club, non rilevò una società in salute, ma un cadavere eccellente abbandonato nel fango del fallimento, una scatola vuota che molti davano per spacciata e destinata all’oblio. La ricostruzione operata dal produttore cinematografico non ha avuto nulla a che fare con la retorica del calcio romantico, ma tutto a che fare con il pragmatismo estremo, la capacità di risanare un nome disastrato e di costruire, dal nulla, un brand di respiro internazionale che oggi siede orgogliosamente ai tavoli che contano in Europa. È questa la lezione più sferzante per chi ancora agita i meme degli anni ’20: mentre altri club si sono seduti sugli allori di una storia scritta in un’altra era, il Napoli ha dimostrato che la vera nobiltà calcistica non è quella che si eredita dai campionati dell’anteguerra, ma quella che si conquista giorno dopo giorno, pagando i debiti, investendo sul futuro e rendendo una realtà locale un punto di riferimento globale.
La storia del Napoli, giunta ormai al suo centenario, non è solo una cronaca di vittorie e sconfitte, ma il diario di una lotta costante contro chi vorrebbe chiudere il calcio in un museo, contro gli analfabeti della memoria che confondono il privilegio storico con il merito sportivo, e contro chi, incapace di guardare al futuro, si rifugia nei numeri di un albo d’oro che appartiene più all’archeologia che allo sport vissuto.
Napoli, al Centenario ci arriva come la squadra del centro-sud con più scudetti in bacheca ed è la più riconoscibile e credibile alternativa ai soliti noti.
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Armando De Martino
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