Le economie africane in crisi per la guerra in Iran


Il conflitto a Teheran ha comportato effetti economici significativi e di lunga durata nel continente come conseguenza della chiusura dello Stretto di Hormuz ma anche opportunità per creare nuove alleanze

Mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran sembra arrivare alle sue ultime battute, dopo la tregua dell’8 aprile scorso e l’annuncio di un accordo preliminare da parte di Donald Trump che potrebbe portare a una nuova intesa sul nucleare, gli effetti sul continente africano saranno di lunga durata, anche per la consolidata presenza iraniana e sciita in Africa. 

Le condanne allo scoppio della guerra

L’Unione Africana (UA) è stata la prima a sollevare polemiche con l’annuncio dello scoppio del conflitto lo scorso 28 febbraio, sostenendo che i raid contro Teheran hanno rappresentato “un’escalation pericolosa che minaccia di bloccare l’intera regione in una spirale di violenza”.

In più occasioni, il leader dell’UA, Mahamoud Ali Youssouf, ha chiesto di privilegiare il dialogo ed evitare “un’ulteriore escalation”; insieme a lui, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) si è detta ripetutamente preoccupata per le conseguenze della guerra, avvertendo degli effetti dell’aumento dei prezzi dell’energia e sui rischi per la sicurezza alimentare per i paesi africani che importano cereali attraverso il Golfo.

La mediazione egiziana

In particolare, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, con lo scoppio del conflitto, ha avvertito a più riprese che il Medioriente potrebbe piombare nel caos mentre è in corso la guerra. Al-Sisi ha parlato di “dialogo e mezzi pacifici” per risolvere le crisi regionali e per evitare un’escalation del conflitto.

Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costituiscono il quartetto in prima linea per facilitare la mediazione di un accordo che metta fine alle ostilità. Spesso questi attori sono entrati direttamente in conflitto con paesi come gli Emirati Arabi Uniti (EAU), colpiti dai raid iraniani contro le basi USA nella regione, e che hanno espresso la loro vicinanza in più occasioni alle posizioni israeliane e statunitensi. Tra l’altro gli EAU sono firmatari degli Accordi di Abramo che hanno determinato il riconoscimento dello stato di Israele.

Nei primi anni della presidenza al-Sisi i rapporti con l’Iran erano stati congelati mentre erano stati molto buoni nell’anno al potere di Mohamed Morsi e il movimento dei Fratelli Musulmani (2012-2013).

In realtà, la priorità egiziana in questa fase è stata di incassare l’appoggio statunitense in Sudan e contro la Diga della Rinascita in Etiopia (GERD), mantenendo una posizione defilata, come dimostra la mancata visita di al-Sisi a Washington in seguito all’insediamento per il secondo mandato di Trump a causa del genocidio a Gaza e della guerra in corso, duramente contestati dagli egiziani. 

Gli effetti sulla comunità sciita in Africa occidentale

La guerra tra Israele e Iran, così come è accaduto nel conflitto del giugno 2025, durato 12 giorni, ha avuto effetti molto significativi anche sulle rimesse e gli aiuti finanziari per i movimenti sciiti nel mondo da parte delle non numerose ma ricche comunità sciite in Africa occidentale, dalla Costa d’Avorio alla Guinea e al Benin.

Gli sciiti in Africa, soprattutto libanesi emigrati sin dagli anni Ottanta, hanno gradualmente accresciuto il loro ruolo politico ed economico, con importanti rapporti commerciali, legali e non, con l’America Latina. Questo è avvenuto per esempio con i finanziamenti pervenuti dall’Africa occidentale al movimento sciita libanese Hezbollah.

Ma non solo. Le comunità sciite in Africa occidentale hanno anche garantito il sostegno militare al Fronte Polisario, appoggiato dall’Algeria che si è duramente schierata contro la guerra in Iran. Il Fronte lotta per la liberazione del Sahara Occidentale dal Marocco, impegnato nella normalizzazione dei rapporti con Israele, al fianco di membri delle milizie iraniane al-Quds, un tempo guidate da Qassem Soleimani, assassinato dagli USA nel 2020.

Tuttavia, questi flussi finanziari dall’Africa occidentale verso il Medioriente erano già in diminuzione prima dello scoppio della guerra tra Israele e Iran nel 2025, in seguito all’inserimento nella lista dei gruppi terroristici da parte degli Stati Uniti di Hezbollah, e a causa delle crescenti sanzioni imposte contro i pasdaran, rafforzate da Trump all’avvio del suo secondo mandato.

La crisi dei fertilizzanti

Ma gli effetti devastanti del conflitto in Iran non finiscono qui. Nel Nord del Malawi, per esempio, è diventata una lotta costante acquistare fertilizzanti per i piccoli agricoltori nella stagione della semina, mentre è cresciuto esponenzialmente il costo della vita e il prezzo della benzina.

Tra marzo e aprile i prezzi del petrolio sono cresciuti tra il 15 e il 40% nei paesi africani, in contesti già fragili a causa della crisi economica. In Malawi, per esempio, i prezzi della benzina per le automobili sono cresciuti del 34% e quelli del carburante per i velivoli dell’81%.

Com’era già avvenuto con la pandemia di Covid-19 in relazione alle forniture di grano, i paesi africani hanno avvertito gli effetti economici della crisi più che negli altri continenti. La mancanza o i costi esorbitanti di fertilizzanti sono stati un effetto diretto della prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz. E ci vorranno mesi perché i flussi commerciali tornino ai livelli precedenti allo scoppio della guerra.

E così l’impatto alimentare del conflitto in Africa è stato stimato tra i 70 e i 100 miliardi di dollari dalle Nazioni Unite (UNCTAD), incluse le conseguenze di lungo periodo per lo stop temporaneo alle importazioni dei 6 milioni di tonnellate di fertilizzanti che il continente usa annualmente.

La crisi degli aiuti

Ma gli effetti sui prezzi non devono mettere in secondo piano le conseguenze della crisi sugli aiuti umanitari in Africa che hanno peggiorato l’insicurezza alimentare. Per il World Food Programme, 55 milioni di persone colpite dalla crisi alimentare sono state particolarmente esposte a causa del conflitto. A queste se ne potrebbero aggiungere altre 45 milioni in crisi alimentare a causa della guerra.

L’International Rescue Committee (IRC) ha riferito di significativi ritardi nelle consegne di aiuti essenziali: medicine per il Sudan, cibi terapeutici per bambini malnutriti diretti in Somalia, per esempio. Entrambi i paesi sono particolarmente vulnerabili ai limiti imposti alle importazioni di fertilizzanti e altri beni, causata dalla chiusura di Hormuz.

Non si sono neanche fatti attendere richiami al risparmio di carburante, com’è avvenuto con la presidente della Tanzania, Samia Suluhu Hassan, che ha chiesto di prediligere i trasporti comunitari per risparmiare benzina, mentre il Madagascar ha dichiarato un’emergenza energetica nazionale in parallelo con il conflitto, e in Sud Sudan è stato imposto un razionamento dell’elettricità, così come in Egitto.

Le manifestazioni contro la guerra in Nigeria

Anche la comunità sciita nigeriana ha fatto sentire la sua voce contro la guerra in Iran. Le manifestazioni più significative si sono svolte a Kano, Sokoto, Gombe e Abuja. Non sono mancati slogan a sostegno della guida suprema iraniana, Ali Khamenei, uccisa nei raid israelo-americani, e contro la guerra di Trump, considerata come un sopruso post-coloniale che sta alienando gli Stati Uniti nel Sud Globale.

Gli organizzatori delle proteste sono i sostenitori del Movimento islamico in Nigeria (IMN), uno dei gruppi sciiti più importanti in Africa che ha subìto non poche censure e repressione, soprattutto con l’uccisione di molti tra i suoi sostenitori nel 2015 per mano dell’esercito. Il movimento in solidarietà con l’Iran dimostra la crescente influenza che Teheran, così come Cina e Russia, esercita sul continente e in particolare in Nigeria, dopo la rivoluzione del 1979. Qui è stata in particolare la leadership dell’IMN di Sheikh Ibrahim el-Zakzaky a rafforzare i legami con l’Iran.

Anche lui ha costruito un’organizzazione basata sull’attivismo, il welfare e l’opposizione alle influenze straniere, sviluppando legami educativi e politici con l’Iran. Ma non tutti sono d’accordo.

Molti in Nigeria, il cui governo mantiene buoni rapporti anche con Israele e i paesi del Golfo, vedono le proteste con scetticismo e un segno di divisione causato da conflitti esterni che potrebbe riattivare tensioni settarie interne latenti motivando gruppi radicali come Boko Haram e lo Stato islamico nell’Africa occidentale (ISWAP).

Se la guerra in Iran, tra alti e bassi, potrebbe volgere al termine con un accordo preliminare tante volte annunciato da Trump e siglato infine il 14 giugno, gli effetti di lungo periodo si faranno sentire per molto tempo nel continente africano.

Il conflitto a Teheran ha comportato effetti economici significativi nel continente come conseguenza della chiusura dello Stretto di Hormuz ma anche opportunità diplomatiche per creare nuove alleanze. Infine, l’ostilità contro l’Iran sta motivando non poco le piccole comunità sciite in Africa che stanno facendo sentire la loro voce contro una guerra che si poteva evitare.  




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