Il nuovo modello obbliga le grandi piattaforme digitali a raggiungere accordi economici con almeno otto gruppi editoriali. Nel perimetro entrano anche TikTok e LinkedIn. Un esperimento che riapre il dibattito sul valore delle notizie e sulla sopravvivenza dell’editoria indipendente.
Di Andrea Ferri
L’Australia torna a sfidare le grandi piattaforme digitali e lo fa mettendo al centro una questione che riguarda ormai tutto il mondo dell’informazione: chi trae profitto dalla circolazione delle notizie deve contribuire economicamente alla loro produzione?
La risposta del governo di Canberra è contenuta nella riforma del sistema di remunerazione dell’editoria presentata al Parlamento. Il nuovo meccanismo, denominato News Bargaining Incentive, prevede per le grandi piattaforme digitali un impegno economico equivalente al 2,5% dei ricavi pubblicitari realizzati nel mercato australiano.
Non si tratta semplicemente di una tassa. Le somme riconosciute direttamente agli editori attraverso accordi commerciali potranno infatti essere sottratte dall’importo complessivamente dovuto. L’obiettivo dichiarato è quindi spingere le aziende tecnologiche a negoziare e a remunerare concretamente le imprese che producono informazione.
Almeno otto accordi con gli editori
Rispetto alla prima formulazione del progetto, il numero minimo di accordi che ogni piattaforma dovrà sottoscrivere con le imprese editoriali sale da sei a otto.
È stato inoltre introdotto un limite: nessun singolo accordo potrà assorbire più del 25% dell’obbligo economico complessivo della piattaforma. Una clausola pensata per evitare che tutte le risorse finiscano nelle mani di pochi grandi gruppi e per favorire una distribuzione più equilibrata tra editori nazionali, locali e indipendenti.
Il 5% dei fondi raccolti sarà inoltre destinato all’Australian Associated Press, l’agenzia di stampa oggi organizzata come realtà senza scopo di lucro e considerata essenziale per la produzione di informazione di interesse pubblico.
Il principio è chiaro: difendere il giornalismo non significa sostenere soltanto le grandi testate, ma anche preservare quella rete di agenzie, redazioni territoriali e piccoli editori dalla quale dipende una parte decisiva del pluralismo.
Nel mirino non soltanto Google e Meta
L’Australia aveva aperto la strada già nel 2021, imponendo a Google e Meta di negoziare con gli editori il pagamento dei contenuti giornalistici diffusi sulle rispettive piattaforme.
Il sistema viene ora ampliato. Nel perimetro potranno rientrare anche TikTok e LinkedIn, a conferma di quanto siano cambiate le modalità attraverso le quali le persone incontrano e consumano le notizie.
L’informazione non passa più soltanto dai motori di ricerca o dal feed di Facebook. Circola attraverso brevi video, post professionali, contenuti rilanciati dagli utenti e conversazioni nelle quali il lavoro degli editori produce attenzione, permanenza sulle piattaforme e, di conseguenza, ricavi pubblicitari.
La revisione nasce anche dalla decisione di Meta di interrompere in diversi mercati gli accordi economici siglati con gli editori. Canberra ha quindi scelto di sostituire un equilibrio basato prevalentemente sulla volontà delle piattaforme con un quadro normativo più vincolante.
La vera contesa è sul valore dell’attenzione
Dietro il provvedimento australiano si nasconde una trasformazione più profonda.
Per anni le piattaforme hanno sostenuto di offrire agli editori un vantaggio fondamentale: il traffico. In cambio della presenza dei contenuti nei risultati di ricerca e nei social network, le testate avrebbero ottenuto visibilità, lettori e potenziali ricavi.
Questo scambio, però, è diventato progressivamente più squilibrato. Una parte sempre maggiore della pubblicità è stata assorbita dalle grandi aziende tecnologiche, mentre agli editori sono rimasti i costi della produzione giornalistica: redazioni, collaboratori, verifiche, immagini, tecnologia e presenza sul territorio.
A ciò si aggiunge l’evoluzione delle piattaforme, sempre più orientate a trattenere gli utenti all’interno dei propri ambienti. Le risposte generate dall’intelligenza artificiale, i riepiloghi automatici e i contenuti fruiti senza aprire il sito di origine rischiano di ridurre ulteriormente il traffico verso le testate.
La questione non è dunque soltanto chi possiede una notizia. È chi monetizza l’attenzione generata da quella notizia.
Un modello possibile anche per l’Europa?
Il sistema australiano non è privo di incognite. Occorrerà capire quali imprese saranno effettivamente coinvolte, come verranno calcolati i ricavi pubblicitari e soprattutto se le risorse raggiungeranno davvero le redazioni e il giornalismo locale.
Resta tuttavia un principio difficilmente contestabile: il pluralismo dell’informazione non può sopravvivere se il valore economico prodotto dalle notizie si concentra quasi interamente nei luoghi digitali che le distribuiscono.
Anche l’Europa ha introdotto strumenti a tutela dei diritti degli editori, ma la loro applicazione continua a essere complessa e disomogenea. Il modello australiano compie un passo ulteriore perché collega direttamente il contributo delle piattaforme alla pubblicità raccolta nel Paese e incentiva una pluralità di accordi.
Per l’Italia il tema è particolarmente delicato. Accanto ai grandi gruppi operano centinaia di testate specializzate, locali e indipendenti che garantiscono informazione, approfondimento e presidio di settori spesso ignorati dai media generalisti. Sono realtà che producono contenuti originali, ma faticano a partecipare alla distribuzione del valore generato online.
La lezione che arriva dall’Australia è pertanto più ampia di una semplice vertenza economica. Se una società considera l’informazione un bene necessario, deve anche costruire le condizioni affinché produrla rimanga sostenibile.
Diversamente, le piattaforme continueranno a prosperare grazie alle notizie mentre chi le cerca, le verifica e le racconta rischierà di scomparire. E senza editori indipendenti non si impoverisce soltanto un mercato: si indebolisce la qualità stessa della democrazia.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Andrea Ferri
Source link





