Il governo inglese valuta una maggiore visibilità per BBC, ITV, Channel 4 e per le fonti considerate affidabili. Gli YouTuber temono di essere penalizzati dopo aver costruito pubblico e imprese senza alcuna protezione istituzionale. Dietro lo scontro si combatte la battaglia decisiva per il controllo della distribuzione digitale.
Non è soltanto uno scontro tra la BBC e alcuni creator britannici. È una battaglia per stabilire chi debba occupare le posizioni più visibili nel nuovo sistema televisivo e informativo: i contenuti scelti autonomamente dagli algoritmi oppure quelli ai quali lo Stato attribuisce una particolare funzione pubblica.
Il governo britannico sta valutando misure che potrebbero obbligare social network e piattaforme di condivisione video a rendere maggiormente visibili i contenuti prodotti dai public service media. Tra i potenziali beneficiari figurano BBC, ITV, Channel 4, Channel 5, STV e S4C.
La proposta ha immediatamente acceso la reazione di YouTube e di numerosi creator, convinti che una simile regolamentazione possa trasformarsi in una corsia preferenziale concessa agli operatori tradizionali a scapito di chi ha costruito pubblico, reputazione e attività economiche direttamente sulle piattaforme.
Quella che appare come una controversia britannica anticipa una questione destinata a coinvolgere l’intero mercato audiovisivo: il pluralismo viene difeso lasciando decidere gli algoritmi oppure intervenendo per garantire visibilità ai contenuti ritenuti di interesse pubblico?
La proposta del governo britannico
Il punto di partenza è il Green Paper intitolato Watch this Space: A new strategic direction for UK media, attraverso il quale il Department for Culture, Media and Sport ha avviato una consultazione sul futuro del sistema audiovisivo.
Il governo sostiene che la progressiva migrazione del pubblico dalla televisione lineare alle piattaforme digitali rischi di rendere meno facilmente reperibili i contenuti prodotti dal servizio pubblico e dagli editori sottoposti a responsabilità editoriali e normative.
Tra le ipotesi esaminate vi è quindi la possibilità di chiedere a social media e piattaforme video di attribuire maggiore evidenza alle notizie provenienti dai public service media e da altri fornitori considerati affidabili. Secondo la comunicazione ufficiale del governo britannico, le fonti nazionali e locali riconosciute potrebbero comparire più facilmente nelle ricerche, nei feed e nei sistemi di raccomandazione, soprattutto durante crisi, disordini sociali o eventi nei quali la disinformazione rappresenti un pericolo concreto.
L’intervento potrebbe estendersi anche ai programmi di intrattenimento e agli altri contenuti dei broadcaster pubblici, affinché rimangano “prominenti, individuabili e promossi” ovunque il pubblico guardi la televisione, comprese le piattaforme di terze parti.
Non esiste ancora una regola definitiva. La consultazione rimane aperta fino al 31 agosto e il governo afferma di preferire, almeno inizialmente, un accordo volontario con le piattaforme. Ma sul tavolo rimane la possibilità di un successivo intervento legislativo.
La rivolta degli YouTuber
Per i creator, il termine “prominence” nasconde una conseguenza molto concreta: se il sistema deve aumentare la visibilità della BBC o di Channel 4, qualcun altro dovrà inevitabilmente perderla.
YouTuber britannici come Simon Squibb e Ben Ebbrell hanno contestato duramente l’ipotesi. Il loro timore è che anni di lavoro, investimenti e costruzione della propria comunità possano essere messi in discussione da una modifica regolamentare degli algoritmi.
Come ricostruisce The Guardian, alcuni creator considerano la proposta un intervento artificiale nella scelta dei contenuti e sostengono che i broadcaster tradizionali dovrebbero conquistare l’attenzione producendo programmi più adatti al linguaggio digitale, non ricevendo una spinta decisa dalle istituzioni.
YouTube ha mobilitato la propria comunità, invitando i creator britannici a partecipare alla consultazione. La piattaforma teme che la misura possa modificare i sistemi di raccomandazione e ridurre la varietà dell’offerta, introducendo un vantaggio strutturale per soggetti già sostenuti dal canone, dalla pubblicità o da altri meccanismi istituzionali.
La loro obiezione non è priva di fondamento. Molti creator sono diventati vere imprese editoriali senza poter contare su frequenze assegnate, finanziamenti pubblici o obblighi di visibilità. Hanno conquistato il pubblico misurandosi ogni giorno con i criteri, spesso opachi e mutevoli, delle piattaforme.
Ora temono che gli stessi broadcaster che hanno sottovalutato per anni YouTube possano utilizzare la regolamentazione per recuperare la centralità perduta.
La BBC non combatte soltanto per qualche visualizzazione
Dal punto di vista della BBC e degli altri operatori pubblici, la questione è però più complessa di una semplice richiesta di protezione.
Il servizio pubblico deve continuare a raggiungere l’intera popolazione, comprese le fasce più giovani che guardano sempre meno la televisione tradizionale. Se il pubblico si sposta su YouTube e TikTok, la capacità della BBC di svolgere la propria funzione dipende inevitabilmente dalla visibilità che gli algoritmi le concedono.
Il governo britannico considera il settore televisivo una componente strategica delle industrie creative nazionali e descrive la BBC come un’istituzione centrale per l’informazione, la produzione e l’identità culturale del Paese. Il Green Paper collega la tutela del servizio pubblico alla necessità di mantenere forte l’intero ecosistema audiovisivo britannico.
Il problema è che le regole originarie del servizio pubblico sono state pensate in un mondo nel quale la scarsità riguardava le frequenze. Oggi la scarsità riguarda l’attenzione.
Nella televisione lineare era possibile riservare determinate posizioni ai canali pubblici. Nel mondo digitale, invece, il telecomando è stato sostituito dal sistema di raccomandazione. La prima posizione non si trova più al numero uno della numerazione automatica, ma nella home page personalizzata di ciascun utente.
Regolare quella posizione significa entrare direttamente nel funzionamento dell’algoritmo.
Chi stabilisce che cosa sia una fonte affidabile?
La difesa dell’informazione verificata è probabilmente l’argomento più solido a favore della proposta. Durante emergenze, elezioni o crisi sociali, garantire che il pubblico possa trovare rapidamente notizie provenienti da organizzazioni responsabili può rappresentare un interesse collettivo.
Ma la definizione di “fonte affidabile” apre interrogativi delicati.
È sufficiente essere un broadcaster regolamentato? Quali quotidiani, radio, testate locali o editori digitali potranno ottenere lo stesso riconoscimento? Un creator che svolge giornalismo professionale e trasparente dovrà essere considerato meno affidabile della versione social di una grande emittente?
E soprattutto: chi effettuerà la selezione?
Il rischio è quello di costruire un sistema diviso in due categorie. Da una parte gli editori riconosciuti dalle istituzioni, ai quali viene garantita una maggiore reperibilità; dall’altra una moltitudine di operatori indipendenti costretti a competere per lo spazio rimanente.
Sarebbe paradossale difendere il pluralismo riducendo la possibilità di emergere per le nuove voci.
Gli algoritmi non sono neutrali
La posizione dei creator contiene, tuttavia, un’altra contraddizione. Presentare l’attuale sistema di raccomandazione come espressione spontanea delle preferenze del pubblico significa dimenticare che gli algoritmi non sono neutrali.
YouTube decide già quali contenuti mostrare, quali premiare, quali demonetizzare e quali rendere progressivamente invisibili. Lo fa attraverso criteri commerciali, dati comportamentali, sicurezza pubblicitaria e capacità di trattenere l’utente sulla piattaforma.
La vera alternativa, dunque, non è tra un mercato perfettamente libero e un sistema manipolato dallo Stato. È tra differenti forme di controllo della distribuzione.
Oggi quel potere appartiene quasi interamente alle piattaforme. La proposta britannica cerca di restituirne una parte alle istituzioni pubbliche. I creator temono che il prezzo venga pagato da loro.
Entrambe le posizioni meritano attenzione, perché dietro la difesa dei valori si muovono anche interessi economici evidenti. I broadcaster vogliono recuperare portata e rilevanza; YouTube vuole proteggere l’autonomia del proprio prodotto; i creator difendono visibilità e ricavi.
Il precedente che interessa tutta l’Europa
Se il Regno Unito introducesse un vero diritto alla prominenza sulle piattaforme, il modello potrebbe essere osservato con grande attenzione anche in altri Paesi europei.
La questione riguarda direttamente televisioni pubbliche, broadcaster commerciali, editori giornalistici e produttori digitali. Tutti dipendono sempre più da infrastrutture che non controllano e da algoritmi che possono modificare la distribuzione nel giro di poche ore.
Il confronto britannico mostra inoltre che la distinzione fra televisione e web è ormai definitivamente superata. La BBC compete con gli YouTuber per lo stesso tempo, sullo stesso schermo e, spesso, all’interno della medesima piattaforma.
Non basta quindi trasferire i programmi televisivi su YouTube. Il servizio pubblico deve imparare a utilizzare linguaggi, formati e personalità capaci di costruire un rapporto diretto con il pubblico. Una posizione privilegiata può favorire la scoperta, ma non può imporre alle persone di guardare.
La qualità non può essere decretata per legge
Il governo britannico sta affrontando un problema reale: come preservare informazione affidabile, cultura nazionale e servizio pubblico quando la porta di accesso ai contenuti è controllata da aziende globali.
La risposta, però, non potrà limitarsi a spingere più in alto la BBC e più in basso i creator.
Un sistema equilibrato dovrebbe garantire trasparenza sui criteri degli algoritmi, riconoscere le responsabilità editoriali e permettere anche agli operatori digitali indipendenti di ottenere visibilità sulla base di standard verificabili. Dovrebbe proteggere la funzione pubblica senza trasformarla in un privilegio automatico.
Perché la qualità può essere riconosciuta, sostenuta e resa più facilmente reperibile. Ma non può essere decretata esclusivamente sulla base della storia o delle dimensioni di un marchio.
La BBC ha il diritto e il dovere di cercare il pubblico dove oggi si trova. I creator hanno il diritto di non essere considerati presenze secondarie nel mercato che hanno contribuito a costruire.
La sfida non consiste nello stabilire chi debba vincere tra broadcaster e YouTuber. Consiste nel definire regole capaci di impedire che il futuro dell’informazione e dell’audiovisivo venga deciso unicamente da un algoritmo, da un governo o dalla forza economica degli operatori più grandi.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Andrea Ferri
Source link









