Il lungo iter giudiziario e l’amarezza per l’assenza di indennizzi: “Le vittime vengono troppo spesso dimenticate”.
Palagonia – Il duplice omicidio dei coniugi Solano, consumato nel 2015, viene ricordato come uno dei più efferati compiuti in Italia, per il quale è stato condannato l’ivoriano Mamadou Kamara. Una lunga vicenda processuale che si è conclusa nel 2022 con la condanna definitiva.
Era il 30 agosto del 2015 quando si è consumato il dramma, il duplice omicidio di Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez. Kamara, all’epoca dei fatti diciottenne, è arrivato nella villetta di Palagonia dopo essersi allontanato dal Cara di Mineo, centro di accoglienza per richiedenti asilo politico, dove si trovava da qualche tempo.
Kamara si è fermato presso l’abitazione delle vittime dove si è consumato il dramma. In particolar modo, Vincenzo Solano è stato trovato con la gola tagliata, mentre la moglie è stata lanciata dal balcone della loro casa dopo aver subito violenza sessuale. Mamadou Kamara si è allontanato dal luogo del delitto diretto verso il centro d’accoglienza, dove gli agenti l’hanno trovato in possesso di un borsone dentro il quale vi erano vestiti delle vittime e diversi effetti personali. Durante una prima fase delle indagini viene subito vagliata l’ipotesi che la rapina finita in massacro, in realtà, non fosse stata compiuta soltanto dall’ivoriano ma che, insieme a lui, ci fossero altri complici. Tale ipotesi investigativa, però, è rimasta priva di fondamento, anche durante le varie fasi del processo.
Determinanti per l’arresto di Kamara sono stati rilievi e ritrovamenti eseguiti sulla scena del crimine, tra cui il rinvenimento di un anello, assieme a tracce ematiche ritenute probatorie per l’ivoriano.
La vicenda giudiziaria si è articolata in tre passaggi fondamentali. La prima condanna arriverà solo nel 2019, in primo grado, con l’ergastolo e l’isolamento diurno da parte della Corte D’Appello di Catania. Durante il processo è stato citato anche il Ministero dell’Interno, in quanto ritenuto parzialmente responsabile per la logistica e la sorveglianza del Cara di Mineo.
La condanna è stata poi confermata in Appello, vedendo così rigettato il ricorso della difesa nei confronti di Mamadou Kamara, confermata ulteriormente nel 2022 in Cassazione, rendendo così definitivo l’ergastolo e rigettando anche l’ultimo ricorso che era stato presentato dai legali.
Molto importante, durante gli anni dedicati alla vicenda giudiziaria, è stato anche l’impegno delle due figlie della coppia, Rosita e Manuela, che nel tempo hanno sempre cercato di porre l’attenzione anche su un altro aspetto collegato alla tragedia della loro famiglia, ovvero l’esiguità degli indennizzi economici previsti proprio dallo Stato per le vittime di reati violenti, come nel caso dei coniugi Solano.
A rompere nuovamente il silenzio, molti anni dopo la condanna definitiva a Mamadou Kamara e a 10 anni dalla dipartita dei genitori, è stata proprio Manuela Solano.
La tragica morte dei vostri genitori si è consumata molti anni fa. Il dolore, però, è qualcosa che non si esaurisce con il tempo. Che cosa ricorda di quel terribile giorno?
“Di quel giorno ricordo soprattutto la telefonata di mia sorella – racconta la donna – Mi disse che era stata contattata, sul telefono di mio padre, da un agente della Polizia Stradale di Mineo. In quel momento mi trovavo in viaggio verso il mare e tornammo immediatamente a Palagonia. Quello che ricordo più di ogni altra cosa è il dolore immenso. All’inizio non riuscivo nemmeno a comprendere fino in fondo cosa stesse accadendo”.
Quando vi è stato spiegato cos’era accaduto a vostra madre e che il responsabile era fuggito dal Cara di Mineo, quali sono state le prime reazioni?
“La prima reazione fu di rabbia e sgomento – aggiunge Manuela – Allo stesso tempo, però, siamo riusciti ad avere un colpevole grazie all’intervento di una soldatessa che era in servizio davanti all’ingresso principale del Cara di Mineo e che riuscì a fermarlo. Se oggi conosciamo il responsabile di quanto accaduto è anche grazie a lei”.
L’iter giudiziario è stato lungo e complesso. Quali sono stati gli ostacoli più difficili che avete incontrato durante questo percorso?
“L’iter giudiziario è stato lunghissimo e molto complesso. Gli ostacoli sono stati tanti: continui rinvii, cavilli procedurali e numerose udienze. Ogni volta che ci trovavamo in aula era come riaprire una ferita che non si era mai rimarginata del tutto. A ogni udienza quel dolore tornava a farsi sentire con la stessa intensità”.
Cos’è accaduto il giorno della lettura della condanna?
“Il giorno della lettura della condanna, sinceramente, per noi non cambiò nulla. I miei genitori non ci sono più e nessuna sentenza avrebbe potuto restituirceli. Certo, il colpevole è stato condannato, ma personalmente continuo a ritenere quella condanna insufficiente rispetto alla gravità di ciò che ha commesso. Lui è ancora vivo, mentre i miei genitori non torneranno mai più”.
Dopo la tragedia e dopo il verdetto avete ottenuto un risarcimento?
“A distanza di undici anni non abbiamo ricevuto alcun risarcimento – conclude Manuela Solano – Quello che provo ancora oggi è una profonda amarezza, perché spesso ho la sensazione che le vittime vengano dimenticate, mentre chi commette determinati reati abbia a disposizione tutele, assistenza e strumenti che le vittime e le loro famiglie non sempre riescono ad avere…
…Sono convinta che questa tragedia avrebbe potuto essere evitata. Se quella persona fosse stata adeguatamente controllata, probabilmente ciò che è accaduto ai miei genitori non sarebbe mai successo. Al Cara di Mineo gli ospiti entravano e uscivano dalla struttura a qualsiasi ora, nonostante esistessero regole precise e fosse presente un servizio di vigilanza. Lui quella sera uscì dall’ingresso principale del centro sotto gli occhi delle forze dell’ordine presenti in quel momento”.
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Francesca Guglielmino
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