Dopo il crollo del PIL, il governo ha stanziato un pacchetto di 175 nuove misure per evitare il tracollo del Paese. Il piano del presidente Miguel Diaz-Canel e del premier Manuel Marrero si articola su: privatizzazioni, finanza, imprenditoria, investimenti, immobiliare e burocrazia.
Una ventata di aria fresca a Cuba e non sono i Frentes Fríos che quasi congelano l’isola durante i mesi invernali. Il governo ha varato un insieme di riforme economiche volte a rilanciare il Paese per provare a uscire da questa situazione di povertà evidente. A guidare il cambiamento è stato il presidente cubano in persona, Miguel Diaz-Canel, che, grazie al voto unanime dell’Assemblea nazionale, ha potuto ufficializzare 175 nuove misure per rinvigorire il tessuto economico e produttivo dell’Avana. I più critici accusano il governo di essersi calato le braghe in favore del sistema capitalistico, anche se sono una piccola parte. Questa riforma è stata accolta abbastanza bene dalla popolazione e non si tratta di una scelta ideologica, ma di una ritirata strategica verso i meccanismi dell’economia di mercato per evitare il collasso.
I problemi dell’isola
Le riforme arrivano dopo un quinquennio macroeconomico terrificante. Tra il 2020 e il 2025 il PIL dell’isola è crollato del 15% e questa contrazione è figlia di alcuni fattori: in primis, pesanti errori interni nella pianificazione economica a lungo termine, poi l’asfissia commerciale causata dalle sanzioni degli USA e poi il mancato recupero del turismo nel periodo post-pandemico. Il Paese è sull’orlo del collasso a causa di un’inflazione altissima, con prezzi alle stelle; inoltre molto spesso manca la luce e si verificano dei blackout elettrici strutturali su tutta Cuba e mancano beni di prima necessità come cibo, carburante e farmaci. Su questi ultimi c’è un mercato nero sviluppatissimo. Prendiamo come esempio delle semplici pillole di ibuprofene: in farmacia, utilizzando la moneta locale, costano pochi centesimi di pesos cubani (CUP), sottobanco invece tra i 100 e i 200 CUP. Una cifra considerevole, visto il prezzo da listino, che però riflette il quadro attuale dell’isola.
I punti principali
Il piano del premier Manuel Marrero si articola su alcuni punti principali: privatizzazioni e finanza, dove le imprese statali vengono trasformate in società commerciali azionarie e il settore finanziario apre alle banche private e strizza l’occhio a un mercato dei cambi digitale in tempo reale; imprenditoria, cade il vincolo burocratico sulla dimensione aziendale e i privati potranno possedere più imprese contemporaneamente e assumere oltre 100 dipendenti; investimenti e immobiliare, in cui il settore immobiliare statale apre all’edilizia privata e al suo sviluppo. Viene rimosso il monopolio delle agenzie statali sul commercio estero e viene concessa l’autorizzazione degli investimenti diretti dei cittadini stranieri e cubani residenti all’estero, poco più di 3 milioni; ultima, ma non meno importante, la burocrazia. I ministeri statali passano da 27 a 20, un taglio che snellisce l’amministrazione e trasferisce il budget economico direttamente ai singoli comuni. Con questa autonomia si riduce così il controllo rigido del governo centrale di L’Avana.
Il governo, in risposta ai critici, ha chiarito fin da subito che queste misure non impongono una sottomissione al capitalismo selvaggio tanto bistrattato finora. Gli organi statali mantengono la proprietà dei principali mezzi di produzione, il controllo della pianificazione strategica generale e il monopolio sui settori sociali più importanti: sanità, istruzione e grandi industrie.
La diaspora cubana
Mosse chiave che puntano sull’equilibrio economico interno e sul territorio, per evitare una diaspora incontrollata. Il regista Brian De Palma nel blockbuster Scarface del 1983 apre proprio così il film: migliaia di cittadini cubani alla ricerca disperata di un posto in nave per gli Stati Uniti. Scene reali, crude, che rappresentano una diaspora che va avanti da oltre 40 anni e che l’esecutivo di Diaz-Canel sta cercando di fermare con queste nuove misure.
Dalla liberalizzazione al possibile incremento delle disuguaglianze sociali: gli aspetti positivi e negativi delle riforme
Questa liberalizzazione vuole sbloccare le forze produttive cubane, stimolando la produzione interna di cibo e beni. L’apertura ai capitali proprio della diaspora e ai nuovi tour operator può innanzitutto immettere velocemente la valuta estera, di vitale importanza per la stabilizzazione del tasso di cambio e per rinvigorire il settore turistico dell’isola. Oltre a questi aspetti positivi, ci sono le agevolazioni fiscali e i finanziamenti, che permettono ai giovani di sviluppare progetti tecnologici all’avanguardia e, conseguentemente, di poter restare a Cuba.
Sul fronte opposto c’è il rischio di un incremento delle disuguaglianze sociali. La nuova tassazione, l’eliminazione graduale dei sussidi statali e le dinamiche di mercato potrebbero penalizzare le fasce più vulnerabili della popolazione. In più c’è la questione dell’effettiva velocità di attuazione delle misure, spesso e volentieri fermate in passato a causa delle resistenze della burocrazia di partito.
La posizione degli USA
E il grande vicino che dice? Gli Stati Uniti, da sempre interessati a Cuba, per adesso si limitano a osservare gli sviluppi. Per adesso il presidente Diaz-Canel ha fatto sapere che queste aperture non sono l’esito di negoziati con Washington, ma la mossa ha l’obiettivo di allentare l’asfissia derivata dall’embargo. L’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, storicamente ostile nei confronti dell’isola, mantiene un atteggiamento di attesa e non ha fatto modifiche per quanto riguarda le sanzioni. Da un lato, Washington valuta positivamente l’erosione del monopolio statale comunista a favore delle microimprese private; dall’altro, l’incriminazione formale emessa dai tribunali USA a maggio contro Raúl Castro, fratello di Fidel ed ex presidente cubano, congela l’ipotesi di una vera distensione diplomatica nel breve periodo.
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Antonio Contu
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