Il rapporto tra cinema e letteratura si manifesta spesso attraverso gli adattamenti cinematografici, ma esiste anche una dimensione più personale, fatta di libri che gli attori leggono, consigliano e portano con sé. Nel caso di Cillian Murphy, interprete irlandese conosciuto per “Peaky Blinders” e per il ruolo da protagonista in “Oppenheimer” di Christopher Nolan, la letteratura rappresenta un interessante punto di partenza per esplorare un immaginario artistico nel quale ritornano frequentemente la fragilità umana, l’ambiguità morale e le contraddizioni dell’identità.
Le immagini condivise dal profilo Instagram tsz.arts riuniscono alcune opere molto differenti tra loro. Accanto ai romanzi dello scrittore irlandese Patrick McCabe troviamo la prosa introspettiva di John Banville, la narrativa americana di Richard Ford e John O’Hara, la sperimentazione letteraria di Max Porter e la dimensione esistenziale di Ernest Hemingway. Sono autori capaci di raccontare personaggi complessi, spesso incapaci di riconciliarsi con il proprio passato o con la società nella quale vivono.
Questa selezione permette anche di osservare come la narrativa irlandese occupi una posizione significativa accanto ai grandi classici statunitensi. La violenza familiare, il disagio sociale, la memoria, il lutto e la ricerca di significato diventano temi ricorrenti, pur attraverso forme narrative molto diverse: dal romanzo grottesco alla confessione autobiografica, dalla prosa realista alla scrittura poetica.
È importante precisare che le due raccolte pubblicate da tsz.arts attribuiscono questi libri alle letture di Murphy, ma non documentano per ciascun titolo una dichiarazione diretta dell’attore. Per questo è più rigoroso presentarle come una reading list attribuita a Cillian Murphy, senza trasformarla in una classifica ufficiale dei suoi libri preferiti.
I libri della reading list di Cillian Murphy
“Zenzero” di J. P. Donleavy, Feltrinelli e BUR, Traduzione di Luciano Bianciardi
Pubblicato originariamente nel 1955 con il titolo “The Ginger Man”, il romanzo di J. P. Donleavy racconta le disavventure di Sebastian Dangerfield, un giovane americano che vive a Dublino nel dopoguerra e attraversa un’esistenza dominata dagli eccessi, dall’irresponsabilità e da una continua fuga dalle proprie responsabilità. Tra alcol, debiti, relazioni sentimentali disastrose e un’insaziabile ricerca del piacere, il protagonista si muove in una società che osserva con disprezzo, ma dalla quale dipende costantemente.
Dietro la comicità irriverente del romanzo emerge una riflessione sul rapporto fra libertà e autodistruzione. Dangerfield interpreta l’esistenza come una continua occasione di ribellione, ma la sua apparente indipendenza si traduce spesso nell’incapacità di riconoscere le conseguenze delle proprie azioni. Donleavy costruisce così un personaggio profondamente contraddittorio, capace di suscitare divertimento e disagio, mentre il suo comportamento mette in discussione l’immagine romantica dell’antieroe.
Il romanzo appartiene a quella tradizione letteraria che racconta il lato più disordinato e provocatorio dell’esistenza, attraverso protagonisti difficili da amare e altrettanto difficili da dimenticare. In Italia è stato pubblicato con il titolo “Zenzero”, nella traduzione di Luciano Bianciardi, anche in edizione BUR. Si tratta però di edizioni storiche, la cui reperibilità può richiedere una ricerca nel mercato dell’usato.
“Il garzone del macellaio” di Patrick McCabe, Garzanti, traduzione di Riccardo Duranti
Con “Il garzone del macellaio”, Patrick McCabe conduce il lettore nell’Irlanda di provincia attraverso lo sguardo di Francie Brady, un ragazzo cresciuto in un ambiente familiare segnato dalla povertà, dall’alcolismo e dalla progressiva disgregazione dei rapporti affettivi. La sua percezione della realtà si intreccia continuamente con fantasie, risentimenti e immagini grottesche, trasformando una vicenda di emarginazione sociale in un racconto inquietante.
La forza del romanzo risiede soprattutto nella scelta di raccontare la violenza attraverso una voce infantile che non possiede gli strumenti per comprendere pienamente ciò che sta vivendo. La realtà emerge in maniera deformata, mentre il protagonista tenta di proteggersi dalla sofferenza attraverso un mondo immaginario sempre più disturbante. L’umorismo nero e il linguaggio provocatorio convivono così con una riflessione sulla responsabilità degli adulti e sull’incapacità di una comunità di riconoscere il disagio.
Il romanzo permette di interrogarsi su come la violenza possa nascere e svilupparsi all’interno di un contesto sociale, senza ridurre il comportamento del protagonista a una spiegazione semplicistica. È una lettura particolarmente intensa, nella quale innocenza e crudeltà finiscono per sovrapporsi.
Pubblicato originariamente nel 1992, “Il garzone del macellaio” è arrivato in italiano con Garzanti, nella traduzione di Riccardo Duranti. Dal libro è stato tratto anche un film diretto da Neil Jordan nel 1997.
“Eclisse” di John Banville, Guanda
Il rapporto fra memoria e identità è uno degli elementi fondamentali di “Eclisse”, romanzo dello scrittore irlandese John Banville. Il protagonista è Alexander Cleave, un attore teatrale che, dopo una crisi personale e professionale, torna nella casa della propria infanzia, cercando di ritrovare qualcosa di ciò che è stato. Il ritorno nei luoghi del passato diventa però un’esperienza destabilizzante, perché i ricordi non restituiscono necessariamente una verità rassicurante.
Banville sviluppa una riflessione sulla natura dell’identità e sulla distanza fra la persona che crediamo di essere e quella che gli altri vedono. Il teatro rappresenta una metafora particolarmente significativa: Alexander ha trascorso la propria esistenza interpretando ruoli, e proprio quando smette di recitare si trova a interrogarsi su quale sia il suo volto autentico.
L’atmosfera del romanzo è attraversata da una sensazione di sospensione, nella quale presente e passato sembrano sovrapporsi. La memoria assume una funzione ambigua, perché conserva esperienze e immagini ma al tempo stesso le trasforma, rendendo difficile distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che è stato ricostruito attraverso il desiderio e la nostalgia.
“Eclisse” è stato pubblicato in italiano da Guanda nel 2002. Anche in questo caso è opportuno distinguere l’esistenza di una traduzione italiana dalla disponibilità di copie nuove nelle librerie.
“Sportswriter” di Richard Ford, Feltrinelli, traduzione di Carlo Oliva
Frank Bascombe è un giornalista sportivo che sembra condurre un’esistenza relativamente ordinaria, ma dietro la normalità della sua vita si nasconde una frattura profonda. La morte del figlio e la fine del matrimonio hanno compromesso le certezze sulle quali aveva costruito il proprio futuro, costringendolo a confrontarsi con una solitudine che tenta di gestire attraverso abitudini, osservazioni e rapporti sentimentali.
In “Sportswriter”, Richard Ford racconta la crisi dell’individuo contemporaneo senza ricorrere a grandi eventi spettacolari. Il dramma si manifesta nei pensieri quotidiani, nelle conversazioni apparentemente insignificanti e nella difficoltà di trovare un equilibrio fra il desiderio di ricominciare e l’impossibilità di cancellare il passato.
Il personaggio di Frank Bascombe è particolarmente interessante perché non viene presentato come un uomo eroico o eccezionale. È una persona che cerca di comprendere ciò che rimane della propria vita dopo una perdita, mentre la società americana continua a proporgli modelli di successo e felicità ai quali non riesce più ad aderire completamente.
Pubblicato nel 1986, “Sportswriter” inaugura il ciclo narrativo dedicato a Frank Bascombe, una delle figure più importanti nella produzione letteraria di Ford. In Italia è disponibile con Feltrinelli nella traduzione di Carlo Oliva, anche in edizione tascabile.
“Amore a Venezia, morte a Varanasi” di Geoff Dyer, Il Saggiatore, traduzione di Giovanna Granato
Due città, due mondi apparentemente inconciliabili e un unico interrogativo: quale significato possiamo attribuire alla nostra esistenza? In “Amore a Venezia, morte a Varanasi”, Geoff Dyer costruisce un romanzo diviso fra due luoghi carichi di storia e simbolismo, trasformando il viaggio in un’occasione per riflettere sul desiderio, sulla mortalità e sul rapporto fra esperienza e conoscenza.
Nella prima parte, Jeff è un giornalista inviato a Venezia per seguire la Biennale d’arte. La sua permanenza nella città lagunare diventa però un susseguirsi di incontri mondani, feste e piaceri, fino alla relazione con Laura, una gallerista americana che sembra offrirgli un’intensa esperienza di felicità. Venezia si trasforma così in uno spazio nel quale il protagonista tenta di vivere senza interrogarsi eccessivamente sulle conseguenze delle proprie scelte.
La seconda parte conduce il lettore a Varanasi, città indiana profondamente legata alla spiritualità e ai rituali della morte. Qui un giornalista attraversa un’esperienza differente, confrontandosi con il tempo, la fragilità del corpo e il desiderio di trovare una dimensione autentica dell’esistenza.
Dyer mette in relazione due città legate all’acqua ma attraversate da visioni profondamente diverse della vita. Se Venezia sembra rappresentare l’illusione di una felicità costruita sul piacere, Varanasi introduce una riflessione sulla transitorietà delle esperienze umane. Il risultato è una narrativa che intreccia osservazione culturale, ironia e interrogazione filosofica.
Il romanzo è stato pubblicato in italiano da Einaudi nel 2009 e riproposto dal Saggiatore nel 2024, sempre nella traduzione di Giovanna Granato.
“Il dolore è una cosa con le piume” di Max Porter, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini
La morte di una persona amata può trasformare radicalmente la percezione del mondo, rendendo estranei anche i gesti più familiari. È da questa esperienza che nasce “Il dolore è una cosa con le piume”, il romanzo d’esordio di Max Porter, pubblicato originariamente nel 2015.
La storia racconta un padre rimasto vedovo e i suoi due figli, costretti a confrontarsi con l’assenza della donna che costituiva il centro della loro famiglia. Nella casa compare però una creatura singolare: un corvo che parla, provoca, consola e sembra incarnare alcune delle manifestazioni più contraddittorie del lutto.
Il corvo non rappresenta semplicemente un elemento fantastico. Attraverso la sua presenza, Porter riesce a dare una forma narrativa a emozioni difficili da definire: la rabbia, il senso di colpa, il desiderio di continuare a vivere e la paura che il ricordo della persona scomparsa possa lentamente svanire.
Il romanzo unisce prosa, poesia e suggestioni teatrali, rinunciando alla struttura tradizionale per restituire la frammentarietà dell’esperienza del dolore. La narrazione diventa uno spazio nel quale possono convivere tragedia e umorismo, disperazione e tenerezza.
Un aspetto particolarmente significativo riguarda il rapporto fra letteratura e sopravvivenza emotiva. Il libro dialoga con l’immaginario poetico di Ted Hughes, mostrando come le parole possano offrire una forma temporanea a qualcosa che appare impossibile da comprendere.
“Il dolore è una cosa con le piume” è stato pubblicato in italiano da Guanda nel 2016, nella traduzione di Silvia Piraccini.
“Appuntamento a Samarra” di John O’Hara, Minimum Fax, traduzione di Raffaella Lotteri
Pubblicato nel 1934, “Appuntamento a Samarra” è uno dei romanzi più rappresentativi della narrativa americana del Novecento. John O’Hara racconta la progressiva autodistruzione di Julian English, un uomo apparentemente privilegiato che vive nella cittadina immaginaria di Gibbsville, in Pennsylvania.
Julian appartiene alla buona società, conduce un’esistenza rispettabile e sembra possedere tutto ciò che dovrebbe garantire la felicità. Dietro questa condizione, però, si nasconde una profonda insoddisfazione che emerge attraverso comportamenti impulsivi, tensioni sentimentali e decisioni capaci di compromettere irrimediabilmente la sua posizione sociale.
O’Hara costruisce un ritratto critico della borghesia americana, mostrando quanto le relazioni personali siano condizionate dal prestigio economico, dalle convenzioni e dal bisogno di riconoscimento. La rovina del protagonista non nasce da un unico grande evento, ma da una successione di scelte nelle quali si intrecciano orgoglio, frustrazione e incapacità di riconoscere i propri limiti.
Il titolo richiama una celebre parabola sull’impossibilità di sfuggire al destino, introducendo una dimensione fatalistica che accompagna la vicenda. Julian sembra procedere verso la propria distruzione pur avendo continuamente la possibilità di interrompere quel percorso.
L’interesse del romanzo risiede anche nella rappresentazione di una società che osserva e giudica, trasformando la reputazione individuale in uno strumento di potere.
“Appuntamento a Samarra” è stato pubblicato in italiano da Mondadori e successivamente da Minimum Fax, nella traduzione di Raffaella Lotteri.
“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway, edizioni italiane varie
Tra i titoli più conosciuti della selezione troviamo “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway, pubblicato nel 1952 e diventato uno dei testi fondamentali della letteratura americana.
Il protagonista è Santiago, un anziano pescatore cubano che da molti giorni non riesce a catturare un pesce. Determinato a dimostrare di possedere ancora la propria abilità, decide di spingersi lontano dalla costa, dove incontra un gigantesco marlin con il quale ingaggia una lotta estenuante.
Quella che potrebbe apparire come una semplice avventura marinaresca diventa una riflessione sulla dignità umana, sulla resistenza e sul rapporto fra vittoria e sconfitta. Santiago affronta una natura che non può essere considerata soltanto ostile: il mare e il pesce rappresentano anche una dimensione del mondo verso la quale il protagonista prova rispetto e ammirazione.
La lotta assume così un significato esistenziale. Il valore dell’individuo non viene determinato esclusivamente dal risultato raggiunto, ma dalla capacità di affrontare le difficoltà mantenendo una propria integrità.
Hemingway costruisce un racconto nel quale la semplicità apparente della vicenda nasconde una profonda complessità simbolica. La solitudine del pescatore, la fatica fisica e la consapevolezza del trascorrere del tempo diventano elementi attraverso i quali interrogare la condizione umana.
“The Grass Arena” di John Healy
“The Grass Arena” di John Healy è un’opera autobiografica pubblicata nel 1988, nella quale lo scrittore racconta la propria esperienza di marginalità, dipendenza dall’alcol e sopravvivenza nelle strade di Londra.
Cresciuto in un ambiente familiare difficile, Healy intraprende inizialmente una carriera nel pugilato, ma la dipendenza lo conduce verso un’esistenza segnata dalla precarietà abitativa, dalla violenza e dalla vita carceraria. Il suo percorso conosce una svolta quando scopre il gioco degli scacchi, che diventa progressivamente uno strumento attraverso il quale ricostruire il rapporto con se stesso.
L’aspetto più significativo dell’opera riguarda la rappresentazione di una realtà sociale spesso esclusa dalla narrativa tradizionale. Healy racconta la povertà e l’emarginazione senza trasformarle in esperienze pittoresche, mostrando la durezza della sopravvivenza quotidiana e le conseguenze della dipendenza.
Gli scacchi introducono una dimensione simbolica importante: il gioco richiede concentrazione, capacità di previsione e disciplina, caratteristiche che permettono al protagonista di immaginare una vita differente da quella conosciuta fino a quel momento.
Il libro è diventato un’opera di culto della letteratura autobiografica britannica ed è stato adattato per lo schermo nel 1991. Non ho individuato un’edizione italiana verificabile, perciò è più corretto mantenerne il titolo originale e segnalarne la disponibilità in inglese.
Che cosa raccontano le letture attribuite a Cillian Murphy?
Osservando questi titoli emerge un elemento particolarmente interessante: molti dei protagonisti sono uomini che attraversano momenti di crisi, spesso incapaci di comprendere il proprio posto nel mondo. Alcuni reagiscono attraverso la ribellione e l’autodistruzione, altri cercano rifugio nella memoria, nell’arte o nella possibilità di ricominciare.
La narrativa irlandese occupa un posto significativo, soprattutto attraverso autori come Donleavy, McCabe e Banville, capaci di raccontare differenti aspetti dell’identità culturale e delle contraddizioni sociali. Accanto a questi troviamo i grandi romanzi americani di Ford, O’Hara e Hemingway, accomunati dall’interesse per personaggi che devono confrontarsi con la perdita delle proprie certezze.
Max Porter introduce invece una dimensione più sperimentale, dimostrando come la letteratura possa cercare nuove forme espressive per raccontare il lutto. Geoff Dyer sposta l’attenzione sul rapporto tra piacere, spiritualità e percezione dell’esistenza, mentre John Healy porta nella selezione una testimonianza diretta della marginalità sociale.
Sono letture che possono interessare particolarmente chi ama i romanzi psicologici, le storie di formazione anticonvenzionali e quella letteratura capace di interrogare la natura umana senza offrire risposte rassicuranti.
Nota editoriale: nelle schermate che mi hai inviato sono riconoscibili nove libri distinti, non dieci: “Zenzero” compare due volte. Per la pubblicazione definitiva correggerei quindi il titolo in “9 libri da leggere della reading list di Cillian Murphy: i titoli disponibili in italiano”. In questo modo l’articolo rimane fedele alla selezione originale e distingue chiaramente gli otto libri tradotti dall’unico titolo per il quale non risulta un’edizione italiana.
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