Le posizioni politiche restano distanti, mentre l’avvicinarsi della fine della legislatura rende sempre più difficile l’approvazione di una legge. E così sono le Regioni a muoversi per colmare il vuoto normativo. Dopo Toscana e Sardegna, ora è il turno dell’Emilia-Romagna. Mentre il 23 giugno la Consulta si esprimerà sul requisito del trattamento di sostegno vitale
È morto «soffrendo» dopo essersi visto negare l’accesso al suicidio assistito. Stefano, nome di fantasia, era affetto da atrofia multisistemica, una malattia neurodegenerativa progressiva e irreversibile. La commissione medica della sua Asl non gli ha riconosciuto il requisito del trattamento di sostegno vitale, necessario per accedere alla procedura. Secondo l’azienda sanitaria, catetere, ossigenoterapia e insulina non sarebbero stati sufficienti, poiché «la loro sospensione non avrebbe comportato la morte in tempi brevi». Una valutazione arrivata malgrado due sentenze della Corte costituzionale ne abbiano ampliato l’interpretazione, includendo anche «forme di assistenza continuativa, dispositivi come il catetere vescicale e terapie farmacologiche costanti».
La sua storia, resa pubblica dall’associazione Luca Coscioni, riporta al centro le incertezze applicative legate ai trattamenti indispensabili alla sopravvivenza. Criterio che sarà oggetto dell’udienza della Consulta del prossimo 23 giugno. Ma la vicenda di Stefano è legata, inevitabilmente, anche al vuoto normativo sul suicidio medicalmente assistito, che l’Italia non è ancora riuscita a colmare. E, salvo sorprese, l’avvicinarsi della fine della legislatura rende sempre più difficile immaginare una legge nazionale, nonostante i ripetuti solleciti della Corte. Il ddl sul fine vita è infatti in una fase di stallo e a supplire l’assenza di una disciplina uniforme sono le Regioni, che si muovono in autonomia.
Chi ha approvato una legge (regionale) sul fine vita
Dopo Toscana e Sardegna, ora è il turno dell’Emilia-Romagna. La commissione Sanità del Consiglio regionale emiliano ha avviato lunedì 15 giugno l’esame del progetto di legge della maggioranza, a prima firma di Paolo Trande (Avs), e sottoscritto dai rappresentanti di Pd, M5s e Civici con Michele De Pascale. Il testo è stato abbinato alla proposta di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni. La discussione in Aula è fissata per i prossimi giorni, con l’obiettivo di arrivare all’approvazione prima della pausa estiva.
Il progetto di legge in Emilia-Romagna e il nodo dei tempi
Il testo, composto da 12 articoli, si ispira alla legge toscana, come emendata dall’ultima sentenza della Consulta. Non vengono fissati tempi certi entro cui garantire l’accesso alla procedura, ma si stabilisce che il percorso debba essere svolto «senza ingiustificati ritardi» e che la presa in carico del paziente debba essere «sollecita». La norma prevede inoltre che la Commissione di valutazione multidisciplinare, composta da diversi specialisti tra cui un infermiere, verifichi il possesso dei «requisiti clinici, fisici e psicologici necessari per accedere alla prestazione».
Su richiesta del paziente, può intervenire nell’équipe il «medico di medicina generale» o «un altro medico di fiducia», con ruolo esclusivamente consultivo. Mentre le prestazioni previste nel percorso terapeutico-assistenziale sono garantite dal servizio sanitario regionale. Per il centrosinistra, si tratta di una norma solida sul piano giuridico, in linea con l’orientamento della Corte costituzionale che, con la sentenza sulla legge della Toscana, ha riconosciuto alle Regioni margini di intervento in materia.
La Toscana fa da apripista, segue la Sardegna
La Consulta ha sostanzialmente confermato la legittimità della legge toscana, la prima in Italia sulla morte volontaria medicalmente assistita, chiarendo che le Regioni possono intervenire sugli aspetti organizzativi e procedurali per garantire l’accesso al diritto già riconosciuto dalla giurisprudenza. I giudici hanno però anche individuato alcuni profili di illegittimità, ritenendo che alcune disposizioni sconfinassero nelle competenze statali, in particolare su livelli essenziali di assistenza, ruolo delle aziende sanitarie locali e tempi troppo stringenti per la verifica dei requisiti. Per questo hanno chiesto interventi correttivi limitati, senza comunque rimettere in discussione la struttura complessiva della norma. Il provvedimento era stato impugnato dal governo Meloni, che ne aveva contestato l’invasione delle competenze esclusive dello Stato.
Anche la Regione Sardegna ha approvato nel novembre 2025 una legge sul fine vita, analoga a quella toscana. Il provvedimento definisce i criteri di accesso alla procedura e affida, anche in questo caso, la verifica dei requisiti a una Commissione multidisciplinare. È inoltre previsto che il percorso possa svolgersi in ospedale, in hospice o al domicilio del paziente, con prestazioni garantite gratuitamente. Poche settimane dopo l’esecutivo ha impugnato la legge, sostenendo – come già nel caso della Toscana – che la Regione abbia oltrepassato le proprie competenze. La Consulta non si è ancora pronunciata.
Nelle altre Regioni, invece, sono ancora in corso raccolte firme o l’esame di proposte di legge. A Bolzano, mercoledì 17 giugno, è arrivato il prima via libera all’emendamento dell’assessore Hubert Messner, che ha introdotto una commissione multidisciplinare per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Tutte le iniziative regionali condividono una matrice comune: la prolungata inerzia del legislatore statale, che ha spinto la società civile – in particolare l’associazione Luca Coscioni e la campagna “Liberi Subito” – a farsi promotrice di un intervento legislativo. Questo schema ha poi avviato gli iter in Toscana, Sardegna e, più recentemente, in Emilia-Romagna, contribuendo all’approvazione delle prime leggi regionali in materia.
Si farà una legge nazionale sul fine vita? Forse no: ecco perché
E sul piano nazionale? La situazione è di fatto in stallo. L’ennesima conferma è arrivata all’inizio di giugno, quando la proposta di legge presentata dal senatore del Partito democratico Alfredo Bazoli è stata rinviata alle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato, allontanando ulteriormente la prospettiva di un’approvazione. Il ddl disciplinava la morte volontaria medicalmente assistita come un atto autonomo della persona malata, inserito in un percorso svolto con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale. Un’impostazione, quest’ultima, su cui restano profonde divergenze politiche.
Nei giorni successivi Forza Italia ha «tentato una mediazione». Una «mezza apertura» alle opposizioni, annunciata da Stefania Craxi – come richiesto da Marina Berlusconi – che si è tradotta nella presentazione di tre emendamenti al testo proposto dalla maggioranza e tre subemendamenti riferiti ai correttivi introdotti nei mesi scorsi dai relatori Pierantonio Zanettin di FI e Ignazio Zullo di FdI. Le modifiche aprivano alla possibilità che «medici ospedalieri» o di «medicina generale» assistessero il paziente nel percorso di morte volontaria medicalmente assistita, «su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero-professionale ovvero in regime di intramoenia», quindi a pagamento.
Resta però incerta la possibilità che la somministrazione del farmaco avvenga all’interno di strutture pubbliche. Al tempo stesso, il testo esclude esplicitamente la pratica dai livelli essenziali di assistenza (Lea), cioè dalle prestazioni che il Ssn è obbligato a garantire. Le proposte non hanno però convinto le opposizioni. Il Pd le ha definite «un pastrocchio», mentre Avs ha parlato di «una farsa». Da allora nessun passo avanti, il ddl è caduto nell’oblio.
Il Cnr: «Non ci sono gli strumenti adeguati»
Fino a quando il dibattito si è riacceso il 16 giugno durante un’audizione del presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), Andrea Lenzi, davanti alle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato. Lenzi, più volte relatore al Meeting di Rimini, ha chiarito che allo stato attuale «non esistono dispositivi certificati e autorizzati specificamente per il fine vita», né progetti in sviluppo presso l’ente. Un chiarimento rilevante, poiché uno degli emendamenti presentati dai forzisti prevedeva che gli strumenti necessari per l’accesso al suicidio medicalmente assistito fossero reperiti proprio dal Cnr. Lenzi ha poi richiamato il caso di “Libera“, nome di fantasia di una donna toscana malata di Sla che è morta a marzo usando – come ha poi spiegato il presidente dell’istituto – un dispositivo a comando ottico, che è stato predisposto da un ingegnere del Cnr e che è tecnicamente un prototipo.
Quali sono i requisiti per accedere al suicidio assistito in Italia
Per comprendere il quadro attuale occorre però fare un passo indietro. In Italia il suicidio assistito – l’atto attraverso il quale la persona che ne fa richiesta, si autosomministra il farmaco letale per porre fine alle proprie sofferenze – non è disciplinato da una legge nazionale, ma è consentito in determinate circostanze sulla base della sentenza della Corte costituzionale del 2019, aggiornata al 2024.
I giudici della Consulta hanno infatti stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile quando ricorrono quattro condizioni: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dal paziente, la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli e la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Proprio quest’ultimo requisito ha dato luogo a interpretazioni diverse nel tempo, come è accaduto nel caso di Stefano, estendendosi non solo a ventilazione, nutrizione o idratazione artificiale, ma anche ad altri trattamenti salvavita. In alcuni casi, come quello di “Gloria” (nome di fantasia), è stata presa in considerazione anche la chemioterapia.
Le storie
La prima persona in Italia ad accedere legalmente al suicidio assistito è stata Federico Carboni, tetraplegico a seguito di un incidente stradale. Ci sono voluti due anni, una denuncia alla propria azienda sanitaria locale per «tortura» e una per «omissioni di atti d’ufficio». Il decesso è avvenuto tramite un farmaco e un macchinario acquistati grazie a una raccolta fondi dell’associazione Luca Coscioni. Diverso, ma ugualmente complesso, il percorso di “Anna”, nome di fantasia di una donna di Trieste affetta da sclerosi multipla progressiva, prima in Italia a ottenere anche il pieno supporto del Servizio sanitario nazionale, sia per il farmaco sia per l’assistenza tecnica. Anche in questo caso, però, l’iter è stato lungo. La 55enne è morta nel novembre 2023, oltre un anno dopo aver presentato la richiesta.
Entrambe le storie, tra le molte, in totale 17 in Italia, mostrano come il suicidio medicalmente assistito sia possibile nei limiti fissati dalla Corte costituzionale, ma con procedure lunghe, forti disparità territoriali e tempi spesso incompatibili con la condizione di chi chiede di porre fine alle proprie sofferenze. E proprio per superare queste incertezze che la Consulta, da anni, sollecita il Parlamento a intervenire con una legge nazionale. Un intervento che, almeno per ora, continua a non arrivare.
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Alessandra Mancini
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