In Europa il trumpismo non spinge il consenso


di Alberto Bianchi

C’è un dato, a cui negli ultimi tempi la realtà richiama – con crescente urgenza e priorità – tutti i protagonisti del dibattito politico italiano: la politica estera, più che quella interna, obbliga ad orientare le posture, le scelte e perfino le narrazioni dei leader nazionali. Non è un capovolgimento improvviso, ma la conferma di una dinamica che ritorna. Anche l’Italia – come e, forse, più di altri Paesi europei – si muove dentro un sistema internazionale che condiziona in modo decisivo le sue stesse possibilità di azione interna.

È dentro questo scenario che vanno letti alcuni esiti elettorali recenti in Europa, dove candidati o governi che hanno avuto l’appoggio e il favore di Donald Trump hanno poi raccolto nel voto popolare il rifiuto netto dei propri connazionali e la sconfitta elettorale. Nello stesso quadro si colloca – pur restando aperta la portata dell’impatto sulla campagna e sull’immagine elettorale della Presidente del Consiglio italiana nell’elezioni politiche del 2027 – la vicenda delle frasi offensive rivolte da Trump a Giorgia Meloni, nella ricostruzione giornalistica che il Presidente americano ha fatto dei brevi scambi avuti con il Capo del Governo italiano durante il recente G7 di Evian: un episodio che ha assunto un significato politico più ampio del suo contenuto immediato

La Romania del 2025, l’Ungheria del 2026, l’Italia del referendum costituzionale e, ora, la giusta e dura reazione italiana alle parole di Trump raccontano quattro storie diverse, ma convergenti. Ogni volta che un leader o un movimento politico europeo ha pensato e tentato di capitalizzare un rapporto – reale o simbolico, di appoggio o anche di sola mediazione – tra Europa e Presidente americano, l’esito è stato a dir poco disastroso. E questo non perché l’Europa sia immune dalle tensioni che hanno alimentato il trumpismo negli Stati Uniti, ma perché quelle tensioni, nel contesto europeo, si traducono in forme politiche differenti.

In Romania, il tentativo di importare un repertorio politico modellato sul “Make America Great Again” si è scontrato con un elettorato che, pur attraversato da pulsioni anti‑sistema, continua a muoversi dentro coordinate europee. La promessa di una rottura radicale, costruita sull’imitazione del Presidente americano, non ha trovato un terreno fertile. È come se la società romena avesse percepito quel linguaggio come un innesto artificiale, non radicato nella propria storia politica.

In Ungheria, la sconfitta di Viktor Orbán ha assunto un significato ancora più netto. Orbán non era soltanto un alleato di Trump: rappresentava il punto di riferimento europeo di un’idea di sovranità politica che negli Stati Uniti aveva trovato la sua espressione più compiuta. La vittoria di Péter Magyar ha mostrato che anche laddove il trumpismo europeo sembrava più radicato, la domanda sociale stava cambiando. Non verso un ritorno al liberalismo classico, ma verso un pragmatismo nazionale meno ideologico, più attento alla gestione concreta delle fratture interne.

In Italia, la sconfitta del governo Meloni al referendum costituzionale ha assunto un valore simbolico. Non perché il voto riguardasse direttamente Trump, ma perché il governo aveva progressivamente intrecciato la propria postura internazionale con quella dell’Amministrazione americana. Il risultato referendario ha segnalato che l’elettorato italiano – al netto delle componenti ideologiche dell’antiamericanismo preconcetto e del pacifismo‑neutralismo più imbelle – non premia automaticamente la prossimità, sia pure talvolta dettata da esigenze di gestione diplomatica dei rapporti inter‑atlantici, con scelte e pratiche trumpiane, soprattutto quando percepisce che tale prossimità rischia di comprimere la capacità del Paese di muoversi con autonomia nel quadro internazionale, soprattutto nel rapporto con gli altri grandi Paesi dell’Unione europea. È un segnale che conferma, ancora una volta, come la politica estera sia diventata il fattore primario decisivo per la credibilità e la solidità delle leadership nazionali e degli schieramenti e/o coalizioni elettorali in competizione.

A questo quadro si aggiunge ora la vicenda delle frasi offensive rivolte da Trump alla Presidente del Consiglio. Al di là delle ragioni di merito e della difesa della dignità nazionale – che spiegano la giusta e dura reazione della Presidente del Consiglio, del Presidente della Repubblica e dei leader di maggioranza e opposizione – l’episodio rivela un ulteriore elemento: la scelta della Presidente del Consiglio di ribattere con determinazione a Trump nasce, certamente, da un’esigenza istituzionale e dalla difesa della dignità nazionale, ma è anche accompagnata da un’intuizione politica. In vista delle elezioni del 2027, le forti tensioni della Meloni con Trump possono diventare una carta strategica decisiva in mano al Capo del governo italiano, in un contesto storico in cui la politica estera pesa più della politica interna nella definizione delle leadership. La sinistra del Campo Largo, invece, sembra faticare a comprendere e cogliere questa dinamica: le sue ambiguità e divisioni in politica estera, a partire dalla questione ucraina, la espongono al rischio di apparire non credibile ed affidabile come alternativa di governo al centrodestra per dirigere il Paese, che è immerso in un sistema internazionale che condiziona ogni scelta interna.

Quattro casi, quattro contesti, quattro traiettorie in parte differenti. E tuttavia un filo comune si intravede: il trumpismo, quando attraversa l’Atlantico, perde parte della sua forza propulsiva. Non perché le società europee siano estranee alle fratture che hanno alimentato quel fenomeno, ma perché rispondono con grammatiche proprie, radicate nella loro storia istituzionale e nella loro collocazione internazionale. Quanto avvenuto in Romania ed Ungheria nelle elezioni politiche e nel referendum in Italia, insieme alla reazione italiana alle parole di Trump contro la Meloni al vertice del G7, non raccontano la fine di un ciclo, ma certo la difficoltà di tradurre un linguaggio politico nato altrove in sistemi che continuano a cercare soluzioni dentro la loro storia, non fuori.

Ed è proprio per questo che credo che il tema che ho schematicamente descritto possa diventare parte integrante del lavoro che i riformisti di Libertà Eguale intendono sviluppare nei prossimi mesi: costruire una proposta politico‑programmatica e una prospettiva strategica all’altezza delle sfide internazionali che condizionano la politica italiana. Sarà uno dei nodi centrali del confronto nell’Assemblea nazionale del 24 e 25 ottobre, dove la riflessione sulla situazione internazionale e sulle sue conseguenze interne in Italia dovrà trovare una forma compiuta e politicamente rilevante.


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