Periferie al centro. Battilocchio: “il Piano Casa è la direzione giusta, ora serve continuità” – PPN ADI


La Commissione parlamentare sulle periferie, 103 audizioni e 41 missioni sul territorio: l’onorevole Alessandro Battilocchio fa il punto su Piano Casa, PNRR e rigenerazione urbana nella Giornata nazionale delle periferie.

Il Piano Casa ha superato il voto di fiducia alla Camera e si avvia al Senato con una scadenza stretta: la conversione deve avvenire entro il 6 luglio. Mentre il PNRR si chiude formalmente il 30 giugno con cantieri ancora in ritardo, e la Giornata nazionale delle periferieviene celebrata con oltre 300 eventi in tutta Italia, abbiamo incontrato l’onorevole Alessandro Battilocchio, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie e primo firmatario della legge 170/2024 che ha istituito la ricorrenza. Un bilancio che incrocia risorse, burocrazia, patrimonio ERP e il nodo irrisolto di una legge urbanistica ferma al 1942.

Il Piano Casa ha appena superato il primo passaggio alla Camera con il voto di fiducia, e tra pochi giorni arriverà al Senato da convertire entro il 6 luglio. Nel percorso parlamentare il testo ha subito alcune correzioni significative: è saltata la corsia preferenziale per i capitali esteri, i Comuni entrano come assegnatari diretti dei fondi ERP, ed è stato nominato il commissario straordinario Felice Squitieri. Dal suo osservatorio in commissione, quali sono i nodi che rischiano di frenarne l’attuazione concreta una volta che la legge sarà definitiva?

Il Piano Casa appena approvato dalla Camera rappresenta un’importante risposta a un’esigenza diffusa: erano decenni che non si interveniva in materia in maniera organica e articolata. La crisi abitativa, alimentata da canoni di locazione elevati, carenza di alloggi pubblici disponibili e scarso ricorso all’edilizia convenzionata, necessita risposte urgenti e coordinate su più fronti. L’obiettivo del Piano Casa è quello di rendere disponibili, complessivamente, circa 100 mila alloggi in dieci anni, mettendo a disposizione degli interventi oltre 10 miliardi di euro di risorse pubbliche. Ma sarà basilare anche un percorso di razionalizzazione dei meccanismi di gestione dell’edilizia residenziale pubblica e, più in generale, una semplificazione delle procedure perché la burocrazia molto spesso è ostativa rispetto a un’azione celere ed efficace.

Il programma straordinario per l’ERP prevede 970 milioni tra il 2026 e il 2030, gestiti da Invitalia. Ma le stime del settore indicano un patrimonio degradato molto più ampio dei 60.000 alloggi non assegnabili censiti dal decreto. Queste risorse sono proporzionate al problema, o si rischia un intervento selettivo che lascia fuori le situazioni più critiche?

È un programma di intervento oggettivamente poderoso, dopo tanto tempo. Come recita l’art. 1, questo provvedimento si pone obiettivi ambiziosi: un “piano di azione straordinario, che si propone di incrementare l’offerta di alloggi sostenibili, attraverso interventi che vanno dal recupero di edifici pubblici inutilizzati o improduttivi, fino a veri e propri programmi di rigenerazione urbana e sostituzione edilizia, puntando su soluzioni innovative e rispettose dell’ambiente, nel pieno rispetto del principio del contenimento del consumo di suolo”. Credo che le risorse destinate siano cospicue ma la sfida di questo provvedimento è anche quella di promuovere un cambio di passo complessivo: va data continuità agli interventi attraverso una programmazione pluriennale. La strada è molto lunga ma la direzione è quella giusta.

Il PNRR si chiude formalmente il 30 giugno, ma la Corte dei Conti ha già confermato che le opere pubbliche avanzano senza recuperare i ritardi accumulati. Sulle misure a scadenza tassativa, lo stato di avanzamento finanziario medio si fermava al 49% a fine febbraio. Per la rigenerazione urbana i tagli agli enti territoriali hanno superato i 4,5 miliardi. Il problema è la scarsità di fondi o l’incapacità strutturale di spenderli? E chi dovrebbe colmare questo gap nella fase post-PNRR?

Il PNRR rappresenta una prova che il nostro Paese sta superando: un test per tutto il “sistema Italia”, in particolare per le strutture amministrative, che hanno gestito progettualità e risorse, con timing definiti, come mai visto in precedenza nella nostra storia. Con la Commissione Periferie abbiamo visitato tutte le 14 Città metropolitane italiane: in tutte e 14 è in corso un’azione enorme di riqualificazione e rinascita delle periferie, grazie ai fondi PNRR, e non solo. Ci sono i progetti del Fondo complementare nazionale, i programmi PINQUA, PON Metro, fondi regionali e locali. Qualcosa di non paragonabile con nessuna delle fasi precedenti. Ma per il vero cambiamento sarà indispensabile coinvolgere attivamente le comunità locali che devono sentirsi protagoniste della trasformazione in corso.

La Commissione periferie ha prodotto analisi e raccomandazioni nel corso di questa legislatura. Quante si sono tradotte in provvedimenti concreti? Esiste un meccanismo di verifica e seguito legislativo, o il lavoro parlamentare su questi temi fatica a lasciare traccia nell’ordinamento?

La Commissione d’inchiesta sulle periferie ha il compito di “fotografare” lo stato delle aree periferiche del nostro Paese e di predisporre, sulla base di questa analisi, una relazione finale che contenga dati, informazioni e linee guida per i conseguenti e successivi atti del legislatore. Stiamo portando avanti quest’azione seguendo un triplice schema. Innanzitutto l’approfondimento, attraverso le audizioni: abbiamo avuto finora 103 audizioni. Undici ministri in carica (credo sia un record per una Commissione parlamentare), sindaci, prefetti e questori delle 14 città metropolitane ma poi, ad esempio, CEI, ISTAT, CENSIS, ANCI, INU, INArch, Federcasa, vertici delle Forze dell’Ordine e decine di associazioni, fondazioni, rappresentanti del terzo settore. Il secondo aspetto è la proposta: molte nostre idee sono diventate, già in corso di legislatura, leggi dello Stato, tra cui l’istituzione della Giornata nazionale delle periferie, che ricorre proprio oggi, 24 giugno, grazie alla legge 170/2024. Ma abbiamo fatto approvare altre norme e ci siamo anche inseriti in molti altri atti, con spunti focalizzati sul tema periferie. Terzo aspetto, non meno importante, la presenza sui territori, in aree per tanto, troppo tempo tralasciate dall’azione e dall’attenzione delle istituzioni: ben 41 missioni esterne, su tutto il territorio nazionale, da nord a sud. Un grande lavoro quindi che concluderemo nel 2027 con una relazione finale che rappresenterà un’analisi sui risultati di questa fase così intensa e, al contempo, la cornice per i futuri interventi pubblici in materia.

Il Piano Casa interviene anche sull’edilizia popolare degli anni Cinquanta e Settanta, energeticamente obsoleta e spesso priva di accessibilità. Senza una leva fiscale strutturale analoga al Superbonus, che non c’è più, come si accelera concretamente su quel patrimonio? Il bonus volumetrico previsto dal decreto è uno strumento sufficiente, o serve altro?

Il bonus volumetrico rappresenta una misura importante. Ne valuteremo la concreta attuazione. Il cosiddetto “primo pilastro” del decreto verte proprio su questo aspetto, promuovendo, con diverse misure specifiche, un programma straordinario di interventi per il recupero e la manutenzione del patrimonio attuale di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata, prevedendo il recupero di circa 60 mila alloggi popolari che richiedono interventi di ristrutturazione. Per l’attuazione di tali interventi è previsto un pacchetto di semplificazioni e la nomina di un Commissario straordinario a cui è devoluto il compito di attuare il piano di recupero e manutenzione. Sarà attuato altresì un programma di riscatto di immobili ERP da parte degli assegnatari e la realizzazione di nuove case popolari per la locazione a lunga durata con facoltà di riscatto. Quando, con la Commissione periferie, visitiamo alcuni territori, non possiamo che prendere atto degli errori del passato: un filo rosso che, purtroppo, unisce nord e sud, dal “serpentone” di Corviale alle Vele di Scampia, dalle “Lavatrici” di Genova allo ZEN di Palermo. Venivano chiamate “utopie urbanistiche” ma spesso si sono trasformate in veri e propri incubi per i cittadini residenti. Ora è in corso una stagione nuova di recupero e rilancio e anche il Piano Casa si inserisce come elemento fondamentale in questo ambito.

Molti comuni della prima cintura delle grandi città, cresciuti senza pianificazione, cadono in un vuoto normativo: troppo grandi per i fondi ai piccoli comuni, troppo piccoli per rientrare nelle politiche metropolitane. La Commissione ha affrontato questo tema, e con quali proposte?

La mia Commissione è composta nella sua quasi totalità da ex amministratori comunali: abbiamo incontrato i sindaci delle città che hanno condiviso con noi le difficoltà che sovente si riscontrano sulla base delle odierne normative. Una legge sul governo del territorio è necessaria, aggiornando strumenti normativi che appartengono ad epoche precedenti. Indicheremo questi aspetti nella relazione finale.

Il presidente dell’Ordine degli Architetti ha dichiarato a PPN ADI che il Piano Casa richiede una revisione completa della legge urbanistica. Condivide questa lettura? E qual è la posizione della Commissione sul rapporto tra Piano Casa e riforma strutturale dell’urbanistica?

Le normative vanno aggiornate sulla base dei cambiamenti oggettivamente in corso. Se pensiamo che la legge 1150 è datata 17 agosto 1942… Da allora molte regole e provvedimenti, spesso anche contraddittori, tra le varie Regioni. Sicuramente è necessaria una sintesi e una revisione complessiva, anche sulla base delle nuove linee guida comunitarie e non solo.

Barcellona, Vienna, Lione hanno prodotto modelli di riqualificazione periferica replicati in tutta Europa. Esiste un caso che ritiene trasferibile al contesto italiano, e cosa lo impedisce: risorse, governance o cultura amministrativa?

La situazione italiana è peculiare e quindi ritengo difficilmente replicabile un singolo modello. Ma alcuni fenomeni, in particolare legati ai temi della sicurezza e dell’inclusione, possono avere risposte comuni, anche sulla base delle esperienze delle altre città.

Oggi, come ha ricordato, si celebra la seconda edizione della Giornata nazionale delle periferie urbane, istituita con la legge 170/2024 di cui lei è il primo firmatario. Quest’anno la giornata si inserisce in una Settimana delle Periferie con oltre 300 eventi da Nord a Sud. A un anno dalla prima celebrazione, cosa è cambiato concretamente nelle politiche per le aree marginali, e cosa manca ancora perché la giornata non resti un segnale simbolico ma diventi uno strumento di pressione istituzionale reale?

Le periferie sono sempre più al centro: del dibattito, dell’attenzione, dell’azione. Il 24 giugno è la data scelta dal Parlamento non a caso: il 24 giugno 2014 veniva uccisa, dopo mesi di violenze, la piccola Fortuna Loffredo, a Parco Verde. Quell’episodio tragico aprì lo sguardo su uno scenario di degrado e abusi. Ma l’obiettivo della legge 170/2024 è quello, partendo dal ricordare un fatto drammatico, di aprire una riflessione sulle tante problematiche e criticità ancora irrisolte ma anche di valorizzare i tantissimi messaggi di speranza e positività che abbondano sul territorio, da nord a sud. Storie bellissime di rinascita, impegno sociale, partecipazione ed eccellenze che vedono le periferie del nostro Paese protagoniste. Oltre 300 appuntamenti quest’anno promossi da Comuni, Fondazioni, scuole, associazioni, parrocchie: una bellissima occasione di confronto per analizzare i risultati di un’azione poderosa ma anche per progettare nuovi traguardi e obiettivi. Avendo ben chiaro che, come amava dire Papa Francesco rivolto in particolare alla politica: bisogna occuparsi sempre di più delle periferie, perché sono l’inizio e non la fine delle nostre città.


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 Anna Petroni

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