Oreshnik, il missile che racconta le debolezze della Russia


Quando Vladimir Putin ha presentato al mondo l’Oreshnik (in russo “Nocciòlo”) nel 2024, il messaggio era chiaro: la Russia disponeva di una nuova arma apparentemente incontrastabile, dimostrando che, nonostante le aspre sanzioni occidentali e oltre due anni di guerra in Ucraina, il complesso militare-industriale del Paese continuava a produrre tecnologie all’avanguardia.

Il missile fu descritto come un sistema rivoluzionario. Un vettore ipersonico impossibile da intercettare per le difese occidentali, in grado di colpire bersagli fino a 5000 chilometri e di riaffermare la superiorità tecnologica russa in uno dei settori più ambiziosi della competizione militare contemporanea. 

A distanza di mesi, tuttavia, attorno all’Oreshnik si stanno accumulando sempre più interrogativi che meritano un’analisi adeguata.

Due misili Oreshnik, infatti, sono stati lanciati lo scorso maggio contro l’Ucraina. Dei due il primo è esploso nel Donetsk occupato dalla Russia, il secondo invece a circa 80 chilometri da Kiev, mancando il bersaglio di decine di chilometri.

Le recenti indagini effettuate sui loro frammenti hanno infatti portato alla luce un dettaglio inatteso. Secondo diverse ricostruzioni, alcuni componenti del sistema di navigazione inerziale del missile sarebbero riconducibili a giroscopi derivati dal progetto sovietico GU-503, una tecnologia le cui origini risalgono agli anni Settanta. 

Il giroscopio costituisce uno degli elementi fondamentali del sistema di navigazione inerziale del missile, responsabile del controllo dell’assetto durante il volo e della correzione continua della traiettoria. A velocità ipersoniche, anche una deviazione apparentemente trascurabile può amplificarsi progressivamente lungo il percorso, trasformando un errore quasi impercettibile in uno scostamento finale di decine di chilometri rispetto all’obiettivo previsto.

Di per sé non si tratta di una prova definitiva di inefficienza. Numerosi sistemi d’arma moderni continuano a utilizzare componenti sviluppati decenni fa e progressivamente aggiornati. Tuttavia la scoperta contrasta con l’immagine di un’arma completamente nuova e costruita attorno alle più avanzate tecnologie disponibili.

L’aspetto forse più interessante non riguarda però il singolo componente, bensì ciò che esso suggerisce sullo stato dell’industria militare russa. 

Da anni Mosca investe ingenti risorse nello sviluppo di sistemi ipersonici, presentati come la risposta alla superiorità convenzionale della NATO e come uno dei pilastri della futura deterrenza strategica del Paese. Programmi come il Kinzhal, l’Avangard e lo stesso Oreshnik sono stati accompagnati da una campagna comunicativa che li ha spesso descritti come armi praticamente invincibili.

Ma la realtà del campo di battaglia si è rivelata più complessa. Negli ultimi anni le difese aeree ucraine, grazie anche al supporto occidentale delle batterie Patriot e Samp-T, hanno dimostrato di poter contrastare almeno parte delle capacità che Mosca aveva presentato come impossibili da intercettare. Il mito dell’invulnerabilità ipersonica ha iniziato così a mostrare le prime crepe.

È in questo contesto che assume particolare interesse la vicenda di diversi scienziati russi coinvolti nella ricerca aerodinamica e nei programmi ipersonici, come Anatoly Maslov, Alexander Shiplyuk e Valery Zvegintsev, recentemente arrestati dalle autorità per corruzione e alto tradimento. 

Gli scienziati erano tutti legati all’Istituto di Meccanica Teorica e Applicata di Novosibirsk, uno dei centri di ricerca più importanti della Federazione Russa nel settore delle tecnologie balistiche.

A rendere la vicenda ancora più significativa vi è anche una presunta comunicazione interna del marzo 2025 tra la fabbrica Progress di Michurinsk e l’impianto ottico-meccanico di Azov, ottenuta dagli analisti dell’americana Dallas Analytics. 

Nel documento si legge che le apparecchiature utilizzate per il collaudo e la calibrazione dei giroscopi risalirebbero all’epoca sovietica, sarebbero ormai obsolete e difficilmente riparabili a causa della mancanza di componenti di ricambio. 

La sostituzione dell’intero sistema, prosegue la nota, richiederebbe tempi incompatibili con le scadenze imposte dal programma e investimenti economici considerati insostenibili nel breve periodo.

Naturalmente, la coincidenza temporale è difficile da ignorare. Mentre i programmi ipersonici si dimostravano tutt’altro che infallibili e le loro vulnerabilità diventavano oggetto di scherno internazionale, alcuni dei principali ricercatori che avevano contribuito al loro sviluppo finivano in tribunale e da lì reclusi in Siberia, al pari degli oligarchi infedeli al regime durante i primi anni della presidenza di Putin.

La storia dell’Oreshnik rischia così di trasformarsi in qualcosa di più di una semplice vicenda militare. Potrebbe rappresentare una finestra privilegiata sulle contraddizioni della Russia contemporanea, da un lato ancora capace di progettare sistemi d’arma sofisticati e di mantenere competenze tecnologiche di altissimo livello, dall’altro dotata di un sistema industriale sotto il peso delle sanzioni, afflitto dalla carenza di componentistica avanzata e di una crescente difficoltà nel rinnovare integralmente infrastrutture e tecnologie ereditate dall’epoca sovietica.

Se le informazioni emerse dai frammenti recuperati in Ucraina dovessero trovare ulteriori conferme, il vero significato dell’Oreshnik potrebbe essere molto diverso da quello immaginato dal Cremlino. Non il simbolo di una rivoluzione tecnologica capace di cambiare gli equilibri della guerra, ma quello di una potenza in declino che continua a fare affidamento su un patrimonio scientifico e industriale sempre più vetusto.

A questo punto, il missile Oreshnik rischierebbe di passare alla storia come il missile che ha rivelato la distanza crescente tra il ritmo della narrazione del Cremlino e quello della realtà delle sue fabbriche. Feticcio perfetto della Russia di Putin, fallace nello scegliere il proprio bersaglio, Ucraina docet, ed in parabola discendente.

La propaganda può viaggiare a velocità ipersonica. L’industria, specialmente quella russa, no.




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 Francesco Iasevoli

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