Il professor Rovigatti al rettore della d’Annunzio: l’area ex Cofa è a rischio, scelte urbanistiche da rivedere e intervento da ripensare


Magnifico Rettore,

Le scrivo come docente di questo ateneo da oltre trent’anni, nella speranza che questo appello incontri l’adesione di altri componenti della comunità accademica – docenti, personale tecnico-amministrativo, studentesse e studenti – sulla vicenda dell’area ex Cofa.

Desidero partire da un giudizio positivo: l’idea di dotare Pescara e il nostro Ateneo di un centro di ricerca dedicato all’innovazione, alla sostenibilità e alla salute è un obiettivo che condivido e che merita di essere perseguito con convinzione. Il problema non è il progetto in sé, ma la sua collocazione. L’ex Cofa (Consorzio Orto Frutticolo d’Abruzzo) è un’area dismessa di Pescara, posta alla foce del fiume e a ridosso del porto turistico, dove ha sede fino al 2004 il mercato ortofrutticolo all’ingrosso della città, poi trasferito a Cepagatti. È proprio su quell’area, individuata insieme al Comune di Pescara e alla Regione Abruzzo per realizzare il centro con un finanziamento PNRR, che ritengo necessario un ripensamento.

Quell’area, infatti, è classificata dal Piano Stralcio di Difesa dalle Alluvioni (PSDA) della Regione Abruzzo come zona di pericolosità idraulica “molto elevata” e “elevata”. Non si tratta di una valutazione opinabile, ma di una classificazione tecnico-scientifica adottata dall’Autorità di Bacino competente a tutela della sicurezza dei cittadini.

Proprio per questo, credo che la nostra Università non possa permettersi di dare un cattivo esempio non rispettando, nei fatti, norme di sicurezza scritte dall’Autorità preposta sulla base di dati scientifici per tutelare la collettività. Se l’istituzione che ha il compito di formare e di insegnare il metodo scientifico fosse la prima a derogare alle proprie conclusioni quando risultano scomode, verrebbe meno il senso stesso dell’insegnamento universitario.

C’è inoltre un rischio ulteriore, che riguarda l’intera città: realizzare il progetto dell’Università nell’area ex Cofa spingerebbe inevitabilmente altri soggetti, in particolare privati, a chiedere di poter edificare nelle stesse condizioni nelle aree di rischio elevato individuate dal PSDA. Un precedente di questo tipo, stabilito da un soggetto pubblico e prestigioso come l’Ateneo, manderebbe all’aria ogni principio di tutela e di precauzione su cui si fonda la sicurezza idraulica della città.

Per queste ragioni chiedo che l’università si faccia promotrice dell’apertura di un tavolo con il Ministero competente e con l’Agenzia per la Coesione Territoriale, per discutere lo spostamento del centro di ricerca in un’altra area, senza perdere il finanziamento PNRR già assegnato.

Un ripensamento della localizzazione avrebbe anche un altro merito. L’università occupa, da quasi quarant’anni, la sede di viale Pindaro, in un’area semiperiferica ancora oggi carente di servizi e attrezzature pubbliche. È quell’area, prima ancora che un nuovo polo sul lungomare, a meritare di essere potenziata, a vantaggio sia dei residenti sia della popolazione studentesca fuori sede, che vi abita spesso in condizioni alloggiative marginali.

Come accade in molte realtà italiane e internazionali, l’università pubblica può giocare, in questi contesti, un ruolo strategico. Lo ha ricordato di recente il Decimo Rapporto sulle città di Urban@it, Centro nazionale di studi per le politiche urbane:

“Oggi il contributo delle università pubbliche deve concentrarsi sempre più e in modo sistematico sui luoghi e sulle comunità ai quali la stessa università appartiene, così da contribuire realmente a produrre nuovo valore e ad allargare la platea di chi può beneficiare, a cominciare dagli stessi studenti che sono innanzitutto, cittadini”.

L’università pubblica deve ritrovare questa missione di supporto alle comunità locali, senza lasciarsi attrarre da programmi e interessi – immobiliari, finanziari – che finiscono per alimentare rendite di posizione e per aggravare le disuguaglianze territoriali, anziché contrastarle. È quanto sta accadendo, con evidenza crescente, nell’area ex Di Bartolomeo, oggi occupata da un grande centro commerciale e da un complesso immobiliare in costruzione destinato a funzioni commerciali, residenziali e direzionali: un’operazione che nulla ha più a che fare con il “campus della conoscenza e del benessere” con cui, sui media locali, il precedente Rettore e l’intera governance territoriale – sindaco e presidente della Regione compresi – avevano inizialmente presentato quel programma.

Per queste ragioni, vorrei chiedere a Lei, Magnifico Rettore e agli organi di governo dell’Ateneo di rivedere le scelte urbanistiche che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo della città e dell’Università, aprendo una fase di discussione pubblica per costruire una visione condivisa di riassetto e rafforzamento della sede pescarese: una visione orientata alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, al contenimento del consumo di suolo, e a un’idea di università aperta e inclusiva, mai in competizione con gli interessi generali delle comunità che la abitano e se ne prendono cura.

In questa prospettiva, alcune localizzazioni alternative meritano di essere valutate. Una prima possibilità è l’edificio progettato dall’architetto Massimiliano Fuksas in via Volta, ex sede della Fater, oggi privo di una destinazione stabile dopo essere stato utilizzato in via provvisoria come sede del liceo Marconi fino al 2024: un immobile di pregio, collocato in un’area periferica già interessata in passato dal programma europeo Urban, che meriterebbe però una procedura amministrativa trasparente, capace di evitare che la sua valorizzazione si traduca in un regalo pubblico a soggetti privati. Una seconda possibilità riguarda gli spazi inedificati e mai attuati nei comparti edificatori dei quartieri Rancitelli e Villa del Fuoco, a partire – ed è l’esempio che più mi sta a cuore – dalle aree di via Tavo recentemente acquisite al patrimonio pubblico comunale, a seguito del lungo contenzioso con la proprietà privata Clerico: le omonime palazzine, mai completate, sono rimaste per anni un rifugio per persone senza casa e ai margini della città, prima di essere demolite nel settembre 2025 e di vedere confermata in via definitiva la legittimità dell’intervento dal Consiglio di Stato nel marzo 2026. Sarebbe quanto di più esemplare l’Università pubblica potesse fare: trasformare un luogo nato dal degrado e dall’abbandono in un presidio di conoscenza al servizio del quartiere, dando corpo, con un gesto concreto, a quella missione anche “etica” richiamata in apertura di questa lettera.

Piero Rovigatti

Professore associato di Progettazione Urbanistica, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara

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 Redazione Abruzzo Popolare

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