Il Senato approva un disegno di legge che prolunga i mandati presidenziali e toglie alla popolazione il diritto di eleggere il presidente
L’attivista Kika: “il partito del capo dello stato non vuole la democrazia, ma il popolo può unirsi”
Il presidente Mnangagwa. (Crediti: World Economic Forum/Flickr)
Il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa è a un passo dal garantirsi la possibilità di essere rieletto potenzialmente all’infinito, nell’ambito di una controversa riforma della Costituzione che opposizioni e società civile hanno definito un vero e proprio “colpo di stato costituzionale”.
Mnangagwa ha 84 anni e guida lo Zimbabwe dal 2017. Il suo secondo e in teoria ultimo mandato, almeno stando a quello che ancora stabilisce l’ordinamento del paese, termina nel 2028.
Ieri 24 giugno però, il Senato ha approvato un disegno di legge che introduce un’estensione del mandato presidenziale da cinque a sette anni, oltre a spogliare i cittadini del diritto di eleggere direttamente il presidente, che passa a essere nominato dai membri del Parlamento.
La misura è stata adottata con la maggioranza di due terzi della Camera alta, soglia minima prevista dalla legge per far passare un emendamento della Costituzione, e quindi aspetta adesso solo la firma del capo dello stato per poter entrare in vigore.
Il contesto politico
Per capire la posta in gioco dietro a queste modifiche della Costituzione bisogna tenere presente alcune coordinate di base dello scenario politico dello Zimbabwe.
Con questo emendamento alla Carta fondamentale infatti, Mnangagwa non si garantirebbe solo di rimanere al potere fino al 2030 ma si assicurerebbe piuttosto una sostanziale ipoteca sulla presidenza.
Il capo dello stato è infatti un esponente dell’ Unione nazionale africana di Zimbabwe – Fronte patriottico (ZANU-PF), il partito che sotto varie denominazioni governa il paese dal 1980, anno che ha segnato la fine di 15 anni di governo di una minoranza bianca razzista che si era unilateralmente sostituita al dominio coloniale britannico.
In poche parole, il 1980 segna l’anno dell’indipendenza dello Zimbabwe, che prima veniva chiamato Rhodesia del sud, e lo ZANU-PF ha sempre governato da allora. Il partito era stato precedentemente il movimento che più di tutti aveva animato la lotta di liberazione che ha poi portato alla nascita dello Zimbabwe.
Per 37 anni al potere c’è stato l’ex leader della guerriglia Robert Mugabe, alla guida del paese dal 1980 al 2017. In quello anno Mnangagwa lo depone con un colpo di stato militare incruento.
L’unico avvicendamento al potere nella storia dello Zimbabwe indipendente avviene quindi sempre in seno al partito e ben al di fuori dei meccanismi determinati dal volere popolare.
Affidare al Parlamento l’elezione del presidente significa fornire allo ZANU-PF il potere di controllare completamente la politica del paese, ancora di più di quanto già non faccia adesso.
Strada spianata
Lo stesso iter della legge di riforma costituzionale, nota con il nome di Constitution of Zimbabwe Amendment (No. 3) Bill, lo dimostra.
La bozza di misura è stata infatti sottoposta alle consultazioni popolari previste dalla legge dello Zimbabwe, ma stando a diverse denunce di giuristi e attivisti, queste si sono svolte in un clima di intimidazione e non sono state credibili.
La legge ha poi facilmente ottenuto la maggioranza all’Assemblea nazionale, la Camera bassa del Parlamento, con 216 voti favorevoli e 42 contrari. Quindi ben oltre la maggioranza di due terzi necessaria per approvare una modifica della Costituzione secondo l’ordinamento del paese.
Lo stesso è avvenuto in Senato, dove il provvedimento è stato approvato da 75 senatori su 80, con quattro voti contrari e un solo astenuto.
Basta fare i calcoli per accorgersi che anche diversi esponenti del maggior partito di opposizione, la Coalizione dei cittadini del cambiamento (CCC) si è espressa a favore del disegno di legge.
Nella Camera alta lo ZANU-PF dispone infatti di una maggioranza di soli sei scranni (33 contro 27), mentre i restanti posti sono occupati da 18 leader tradizionali, generalmente sulle posizioni del governo, e da due rappresentanti delle persone con disabilità.
Opposizioni al lumicino
La presenza di “franchi tiratori” è anche il frutto di una controversa crisi che ha colpito la CCC nel 2023, quando un esponente del partito, Sengezo Tshabangu, si è auto dichiarato segretario generale per poi rimuovere una quindicina di deputati dal loro incarico e quindi regalare la maggioranza assoluta al partito di governo.
I politici che hanno seguito Tshabangu rimanendo nella CCC inoltre, sono di fatto allineati alle posizioni dello ZANU-PF e la maggioranza degli analisti ritiene la sua manovra una macchinazione pilotata dal partito di governo per indebolire le opposizioni.
Opposizioni che in realtà ci stavano pensando già da sole a frammentarsi, viste le numerose scissioni e i contrasti che hanno segnato la storia recente della CCC.
Parte delle formazioni contrarie al governo ha comunque espresso la volontà di continuare a combattere contro il disegno politico di Mnangagwa.
Il leader della vecchia ala della CCC, Jameson Timba, ha scritto sul social X che l’approvazione della legge da parte del Senato “non segna la fine della lotta per difendere la Costituzione dello Zimbabwe. La nostra battaglia non si è mai limitata al Parlamento”.
Timba ha quindi annunciato nuove iniziative di tipo legale per tentare di fermare l’entrata in vigore della misura.
I possibili ganci legali
In realtà i passaggi della legge i a cui appellarsi ci sarebbero.
Secondo la Costituzione dello Zimbabwe infatti, qualsiasi emendamento della Costituzione che alteri il numero dei mandati non può entrare in vigore durante il mandato del presidente sotto il quale è stato approvato.
Una disposizione pensata proprio per evitare che un capo dello stato possa modificare l’ordinamento del paese per meri fini personali.
C’è inoltre chi sostiene che il tipo di modifiche della Costituzione previste dal Constitution of Zimbabwe Amendment (No. 3) Bill debbano necessariamente passare per un referendum popolare, anche se i sostenitori della legge sono contrari a questa interpretazione.
Più in generale, le persone favorevoli all’estensione dei mandati e alle nuove modalità di elezione del presidente ne sottolineano le garanzie in termini di stabilità per il paese.
Il 2030 è inoltre il termine di un grande piano di sviluppo economico lanciato dal governo. Secondo alcuni supporter della misura, è quindi utile estendere il periodo al potere del presidente fino a quella data.
“L’obiettivo è il potere assoluto”
Non è di questo avviso Musa Kika, avvocato costituzionalista e in difesa dei diritti umani dello Zimbabwe nonché direttore esecutivo dell’organizzazione panafricana Institute for Human Rights and Development in Africa (IHRDA).
“L’approvazione degli emendamenti alla Costituzione è solo un tassello di una più ampia e calcolata agenda politica da parte del partito al governo per consolidare il potere assoluto”, denuncia Kika, già direttore dello Zimbabwe Human Rights NGO Forum.
“Questo è il terzo emendamento dal 2016 a oggi apportato a una Costituzione giovane, nata nel 2013. Il testo di 13 anni fa era stato il frutto di un accordo negoziato durante il governo di unità nazionale”, prosegue l’esperto in riferimento a una fase di esecutivo dalle larghe intese nato dopo una crisi post-elettorale nel 2009, guidato sempre da Mugabe.
“Ora che la ZANU-PF ha il controllo assoluto, ha messo chiaramente in chiaro l’intenzione di smantellare tutto ciò che non aveva mai digerito in quella carta costituzionale negoziata”.
Kika aggiunge ancora: “Lo stesso processo di modifica di una Costituzione per estendere il mandato del presidente in carica viene palesemente violato: le consultazioni pubbliche sono state affrettate e orchestrate ad arte, e il referendum obbligatorio previsto dalla legge viene sistematicamente aggirato.
Siamo di fronte a un vero e proprio colpo di Stato costituzionale – denuncia quindi l’attivista -, in nulla diverso dal colpo di Stato militare che a suo tempo ha portato al potere il presidente Mnangagwa. È illegalità pura, dall’inizio alla fine”.
Il direttore esecutivo dell’IHRDA conclude, con speranza: “Questa nuova fase può essere l’ennesimo emblema di quanto la democrazia in Zimbabwe sia difficile. O forse, potrebbe rappresentare una nuova opportunità di unirsi, esigere il rispetto della Costituzione e riaffermare l’autorità del popolo sui propri governanti”.
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