Il ritorno alle origini del grillismo con il suo fondatore al comando oppure Dibba Aspettando che Conte vada sulla super Nova
Caro Grillo, ogni tanto ti immagino a Villa Corallina a decidere ancora le sorti dei cinquestelle, con i giornalisti sudaticci assiepati ai citofoni per rubare un vaffa, uno spiffero, una frase sibillina delle tue che facevano eccitare le folle e intuire dove girava il vento. Si diceva che fosse l’ultima villa della politica italiana (vero niente)- otto bagni, sette camere, una piscina e uno stuolo di ginepri per onorare la tua anima verde – e che tra i riverberi di quelle stanze si potesse decidere tutto.
Invece so che l’hai affittata a manipoli di turisti da strapazzo che vanno a Marina di Bibbona per le seduzioni del mare e il profumo del Vermentino, e se ne fottono allegramente della storia di un movimento che doveva aprire come una scatola di tonno l’Italia e adesso sembra un tonno in scatola chiuso dentro un mare di sardine. Ceduta.
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Un po’ come quando hai ceduto il movimento al tuo omonimo foggiano che gigioneggiava nei palazzi del potere, libandosi di lusinghe e di promesse vane.
Dicono che fosse salito al Colle con il manuale del buon governo stipato nello zainetto. Il ragazzo di campagna che si definiva l’avvocato del popolo e che tu chiamasti impropriamente l’Elevato.
Ma de che? L’auto-elevato ha profittato di un tuo momento di distrazione e due mandati di governo in un’Italia stremata dalla pandemia per farti fuori e tenersi il nome e il simbolo. A me è parsa una carognata della peggior specie. Un tradimento congegnato atavolino e camuffato da consultazione democratica di partito.
Ci torno dopo perché mi preme affrontare un’altra questione che riguarda da vicino il tuo movimento. Il Tempo, e a seguire altri giornali di centrodestra cui mi pregio di appartenere, hanno scoperchiato il vaso di pandora dell’epoca pandemica in cui i vecchi morivano attaccati ai ventilatori polmonari e per sopravvivere dovevi fare le abluzioni nell’amuchina.
C’è voluto il gran lavoro della commissione di governo guidata dal bravo Marco Lisei (fdi). Ma le crepe sono venute fuori una dopo l’altra come erba gramigna. Appalti mostruosi per mascherine in parte farlocche; una struttura commissariale di Arcuri che non si sa bene a quali controlli fosse sottoposta perché con Atac aveva un rapporto di vigilanza collaborativa; l’esclusione di Consip, l’ente preposto alle forniture di stato, dalla partita. E infine traffici sospetti, consulenze milionarie, apparecchi pagati il triplo del dovuto, personaggi che si arricchivano furbamente sulla fame d’aria di milioni di italiani. «Cose inquietanti» ha detto Meloni. E ha ragione davendere.
Non è più solo questione di decidere se «uno vale uno» e se il reddito di cittadinanza ha creato o no una generazione di fannulloni col timbro di Stato. È questione di spiegare agli italiani cosaè successo all’epoca della pandemia e se qualcuno se n’è approfittato davvero.
Ciò nonostante le opposizioni sono salite sulle barricate e ci sparano addosso. Ma come? I fautori della trasparenza che chiedono alla Meloni di presentarsi in Aula e riferire su Sigonella, Trump, la fame nel mondo e forse pure il caldo infernale delle città, se la prendono con chi cerca e scrive la verità?
Conte, devo dirtelo, è il primo della lista. Non parla, non spiega. Pare di vederlo mentre si plasma il ciuffo e infilza la vulgata. Il paglietta pugliese si aggrappa a un regolamento che impedisce ai membri di una commissione di essere auditi nella medesima commissione. E minaccia querele e sfracelli contro chiunque lo incalzi.
Tipico di chi ha portato il movimento all’estinzione ma non ha la forza e il coraggio di farsi il suo partito e il suo simbolo.
Vorrei fosse chiaro: non si entra nel grillismo senza una rivoluzione nella testa e senza l’idea di scardinare un sistema e smontarlo a pezzettini. Conte non scardina nulla, rompe solo le balle.
Non che amassi particolarmente le tue asperità, caro Grillo, il tuo moraleggiare pretesco e predicare dal palco che eravamo tutti una manica di coglioni in un mondo di plastica pieno di idrocarburi. Ma trovavo geniale l’idea di mandare a fanculo una politica magnona e inconcludente.
Lo dicevi tu stesso, «un italiano è un latin lover, due italiani sono un casino, tre italiani sono quattro partiti politici». E comunque avevi avuto l’intuizione, capivi quello che stava sulle balle alla gente e ne avevi fatto un movimento non partitico in un sistema di potere paludato. Il vaffanesimo dell’esistere che scende nelle strade e urla in faccia al potere, molto meglio del vannacismo contorto e di maniera che spilucca dalla destra e dal grillismo per racimolare due voti.
Era l’antipolitica. Ma anche la sola speranza politica prima del fenomeno Meloni. Poi non so il motivo. Presumo la naturale tendenza dei geni a perdere luminescenza o farsi sopraffare dal silenzio eloquente e dalla tendenza alla sottrazione. Ma hai lasciato andare avanti l’avvocato di Volturara Apula e in poco tempo ti ha levato tutto: la guida del partito, il ruolo di garante, infine lo stipendio da 300mila euro.
Non ti chiedo adesso di attraversare a nuoto lo stretto di Messina per rompere le balle all’auto-Elevato e dimostrare che il suo movimento è un ponte di carta. Ma di tornare in campo e liberarci dal figlio che hai creato e armato a tua insaputa, il Mago di Oz del mondo pentastellato, lo specialista dei penultimatum, il Cyrano de Bergerac del tavoliere delle Puglie che ha messo la pochette al grillismo e pretende di fare la rivoluzione a suon di querele e senza essere audito.
Leggo sul Tempo di oggi che ci sarebbero già 50 ex parlamentari insoddisfatti della linea Conte e pronti a mollare l’inconcludente Capitano per riprendere in mano il grillismo degli esordi. Si ritroveranno martedì prossimo all’hotel Forum di Roma, il quartiere generale dove tutto è cominciato, i cartelli, i megafoni dalla finestra, le margiassate gridate alla folla entusiasta mentre dentro, tra le pareti settecentesche e gli arazzi, si consumavano strategie, vendette e ire furibonde. Tra costoro ci sarà anche l’ex sindaca capitolina Virginia Raggi e forse tu in collegamento streaming. Riunione sediziosa? Niente affatto. Ritorno alle origini. Già ma come?
Ci sono un piano A e un piano B. Piano A, ritorni in pista tu ed è il mio auspicio. Piano B, tiri fuori Dibba dal cilindro e affidi a lui la rinascita del grillismo.
Intanto attenderemo la decisione del tribunale sul ricorso che hai presentato per riprenderti il simbolo e il nome. Non proprio quisquilie perché in quelle stelle e in quel nome ci sono 4 punti che ballano alle urne. Pare che la linea tribunalizia sia di sospendere l’utilizzo da parte di entrambi cosi da riabilitare la giustizia e spedire Conte sulla super Nova che si è creato.
A me basta che ci levi dai piedi lui. Lo prendi e lo porti via. Le minestre riscaldate non valgono per le relazioni d’amore ma in politica possono rappresentare una rinascita.
Adesso che ci penso ti ho sognato sul lungomare di Genova, la mattina presto quando si svegliano i caruggi e gli ambulanti nordafricani cominciano la spola dal porto al centro per racimolare magri guadagni.
Eri seduto su una panchina insieme a Conte. Lui con lo zaino e la faccia contrita, tu che spiegavi con le mani aperte e lo sguardo indemoniato.
«Non siamo un partito siamo l’antivirus….» È stato zitto ma ha annuito, poi ha raccolto il suo zaino e se ne è andato. Un attimo dopo era rimasta solo l’ombra di lui, il tuo occhio furbetto e una pochette sulla panchina. Premonizioni?
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Vittorio Feltri
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