Le manifestazioni indette per il 30 giugno non sono degenerate in violenze di massa ma rischiano di plasmare il paese più di qualsiasi altra cosa fino alle elezioni locali di novembre
L’attivista Madokwe: “Dobbiamo sollecitare i leader africani a cooperare e a smettere di saccheggiare i loro paesi, e non combatterci tra di noi”
Nkosikhona “Phakel’umthakathi” Ndabandaba in prima fila durante una manifestazione il 30 giugno (Foto da Operation Dudula/Facebook)
Il 30 giugno non è stata una giornata di violenze di massa come molti temevano, ma la data è comunque destinata a lasciare un segno nel prossimo futuro del Sudafrica.
L’appuntamento circolava ormai da settimane sui media del paese in quanto termine indicato da due movimenti xenofobi per l’espulsione di tutti i migranti irregolari presenti entro i confini, in modo particolare quelli provenienti da altri paesi africani.
Qualora questo non fosse avvenuto, questi gruppi avrebbero agito di testa loro. Una minaccia ritenuta da molti credibile, visti i mesi di violenze che hanno preceduto l’ultimo giorno di giugno.
Alla fine le proteste ci sono state, alcune violenze anche, ma l’incubo di aggressioni su larga scala come già se ne sono viste nella storia recente del paese non si è concretizzato.
Neanche il tempo di rientrare a casa dai cortei però, che i promotori delle proteste hanno annunciato nuove manifestazioni settimanali fino a novembre, mese delle prossime, attese elezioni amministrative nelle più grandi città del Sudafrica.
Nel frattempo la politica reagisce alzando il livello della risposta militare e incrementando i rimpatri forzati di migranti. Se c’è un primo punto fermo allora, appare il seguente: soddisfatte o meno nelle loro istanze più radicali, le proteste contro la migrazione stanno già plasmando il presente politico del paese in modo decisivo.
Come ci si è arrivati
La data del 30 giugno era stata fissata da due organizzazioni che si auto definiscono di vigilantes e che sono nate negli ultimi anni. Operation Dudula e March and March.
La prima è emersa a partire dal 2022 a Johannesburg, la città più popolosa del Sudafrica. La seconda è nata tra il 2024 e il 2025 nella provincia del KwaZulu-Natal, dove si trova la terza città del Sudafrica per popolazione, Durban, e adesso è alla guida delle proteste.
La giornata del 30 giugno ha rappresentato il culmine di mesi di cortei contro la presenza di cittadini stranieri in Sudafrica, non di rado culminati in violenze.
Le prime iniziative si sono verificate a fine marzo, quando l’incoronazione simbolica di un re della comunità nigeriana degli Igbo nella città di KuGompo (ex East London, nella provincia meridionale del Capo orientale) ha innescato delle proteste che sono degenerate in scontri.
Da quel momento è stato un crescendo di mobilitazioni. Durante le manifestazioni, chiunque venisse ritenuto un migrante proveniente da altri paesi africani rischiava di essere fermato e intimato a mostrare i suoi documenti, spesso in modo violento.
Molti negozi gestiti da cittadini stranieri sono stati attaccati e saccheggiati, così come abitazioni private. Almeno quattro persone sono state uccise in episodi connessi alle violenze.
Un cammino molto più lungo
Il processo che è culminato nell’identificazione di una “deadline” per le deportazione di massa comincia in realtà ben prima: già un anno fa le organizzazioni promotrici portavano avanti campagne contro le attività commerciali gestite dai migranti, ma anche interventi per impedire alle persone straniere di accedere alle scuole e le strutture sanitarie pubbliche.
La violenza xenofoba è poi una costante della vita sociale e politica del paese da quasi 20 anni. Nel 2008 proteste contro la presenza dei cittadini stranieri sfociano in violenze su larga scala con oltre 60 morti e decine di migliaia di sfollati.
Secondo l’osservatorio specializzato Xenowatch, elaborato dall’Università sudafricana di Witwatersrand, dalla fine dell’apartheid, nel 1994, a oggi, si sono verificati oltre 1.300 incidenti di matrice xenofoba, con oltre 128mila sfollamenti, più di 5.600 episodi di saccheggio e 698 vittime.
Operation Dudula e March and March, così come altri movimenti in passato, accusano i migranti di sottrarre posti e risorse ai cittadini sudafricani nei servizi sociali, competere in modo irregolare sul mercato del lavoro e nel commercio e di essere i responsabili della maggior parte dei crimini commessi nel paese, su tutti le violenze sessuali e il traffico di droga.
I movimenti ritengono il governo incapace di gestire il fenomeno e di sorvegliare i confini in modo efficace.
Gli attacchi colpiscono quasi esclusivamente i migranti neri africani e poi persone provenienti dall’Asia meridionale, ma in misura minore, mentre non hanno praticamente mai riguardato migranti bianchi. Il perché lo ha spiegato la stessa presidente di March and March, Jacinta Ngobese Zuma.
La controversa leader del movimento, una ex presentatrice radiofonica, ha più volte sostenuto che i problemi contro cui si batte la sua organizzazione sono causati dai migranti neri africani perché sono a loro a competere per le risorse e a minacciare le comunità dei cittadini sudafricani neri più poveri, mentre le persone bianche hanno accesso a servizi più costosi e non rappresentano una minaccia in questo senso.
Il contesto
Le rimostranze di questi gruppi sono speculari ad alcuni dei maggiori problemi che affliggono il Sudafrica e mostrano quanto il problema sia molto più connesso al collasso di un sistema di governance, che alla presenza delle persone straniere.
Anche perché queste ultime sono 2,4 milioni su 62 milioni di abitanti secondo l’ultimo censimento ufficiale del paese del 2023. La maggior parte provengono da Zimbabwe, Mozambico e Lesotho.
Le stime che includono anche le persone che sono presenti in Sudafrica senza regolare documentazione arrivano al massimo fino a quattro milioni di cittadini stranieri.
Cifre che rendono quanto meno difficile sostenere che i migranti rappresentano l’origine di tutti i problemi del Sudafrica. Una tesi smontata del resto da numerosi studi.
Quel che è certo è invece che il Sudafrica sta attraversando una fase di crisi su più fronti. Nel paese si registra un tasso di disoccupazione di quasi il 33%, che schizza al 60% tra gli under 24 e al 40% per gli under 35.
Il Sudafrica è il paese più diseguale al mondo nella distribuzione dei redditi secondo il coefficiente di Gini, il 38% degli abitanti vive al di sotto della soglia nazionale di povertà secondo il governo mentre Il tasso di omicidi è tra i più elevati del pianeta.
Le società che si occupano di erogare i principali servizi essenziali, a partire dalla compagnia elettrica nazionale Eskom, sono in crisi profonda da anni.
Anche la gestione del fenomeno migratorio è fortemente deficitaria. Da anni il sistema sudafricano soffre dell’accumulo di arretrati nell’esame delle domande di asilo.
Nonostante una serie di impegni e la collaborazione dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite (UNHCR), le richieste di ricorso inevase sono ancora più di 160 mila.
A fronte di una situazione così complessa, la risposta della politica appare quanto meno inadeguata. Anche perché la classe dirigente del paese, a partire dall’African National Congress (ANC) che lo governa dal 1994, è tempestata di continui scandali di corruzione e malversazione di fondi statali.
Le giornate di protesta
Questo è il contesto entro cui va collocata la giornata del 30 giugno. Le proteste sono state anticipate da un massiccio schieramento di forze dell’ordine.
Il ministro della polizia ad interim, Firoz Cachalia, aveva annunciato un dispiegamento di agenti di emergenza con uno stanziamento ad hoc di 600 milioni di rand, circa 32 milioni di euro. L’esercito è stato anche schierato in via precauzionale in alcuni quartieri di Johannesburg e Durban.
Questo non ha impedito che alcune violenze si verificassero proprio in queste due grandi città, con il ferimento da arma da fuoco di alcune persone e sfratti di cittadini migranti eseguiti dai dimostranti.
Alla fine, stando a quanto comunicato dalla polizia nazionale, su 120 marce che si sono tenute in tutto il paese, 108 si sono concluse senza interventi delle forze dell’ordine.
Le persone arrestate sono state circa 900. Tra queste rientrano però anche i migranti irregolari e la proporzione tra questi ultimi e i manifestanti autori di violenze non è stata chiarita.
La sfida è politica
Il bilancio più importante da decifrare resta però quello politico. La risposta alle proteste era stata delineata in modo chiaro dal presidente Cyril Ramaphosa già all’inizio del mese scorso.
Il capo dello stato aveva denunciato la violenza, intimato ai manifestanti di smettere di eseguire azioni di pertinenza delle forze dell’ordine, come il controllo dei documenti, e chiarito che i problemi del paese non sono tutti imputabili alla immigrazione clandestina.
Ciò detto, Ramaphosa aveva però annunciato una serie di misure che spingono per rimpatri più rapidi e maggiore sorveglianza dentro il paese e alle frontiere.
Dall’inizio dell’anno a oggi, il Sudafrica ha già arrestato circa 40mila migranti ritenuti irregolari, quasi 7.500 solo nell’ultimo mese. Gli arresti continuano su base quotidiana e solo ieri, 2 luglio, 250 persone sono state poste sotto custodia dalle forze di polizia del Gauteng, la provincia in cui si trova Johannesburg.
Non è chiaro quante di queste persone siano già state rimpatriate ma ogni anno il Sudafrica deporta fuori dai suoi confini decine di migliaia di persone, e il 2026 sembra sulla buona strada per essere uno degli anni peggiori da questo punto di vista.
Il governo ha inoltre annunciato il dispiegamento di 3000 soldati delle forze armate in tutte le province fino alla fine di luglio, per contrastare eventuali problemi di ordine pubblico legati alla proteste.
La risposta securitaria appare quindi la più decisa. Fa poi discutere il comportamento tenuto dal governo nei riguardi delle organizzazioni che stanno promuovendo le proteste.
Alla vigilia del 30 giugno Ramaphosa ha incontrato due dei leader della mobilitazione, Ngizwe Mchunu e Nkosikhona “Phakel’umthakathi” Ndabandaba. Entrambi sono figure molto note negli ambienti anti-immigrazione, oltre a essere considerati dei promotori dell’identità zulu, la comunità più popolosa del Sudafrica.
L’incontro con queste due figure – ma non con la leader di March and March Ngobese Zuma, che ha anche preso le distanze dalla riunione – ha sollevato reazioni opposte.
Alcuni osservatori hanno elogiato l’assertività di Ramaphosa, che sarebbe intervenuto al cuore delle tensioni con un approccio orientato al dialogo, senza ignorare le istanze dei dimostranti ma senza neanche appoggiarle.
Altri analisti hanno invece qualificato il colloquio con i due attivisti come una sostanziale resa dell’autorità dello Stato, che ha permesso a due militanti violenti di accedere ai luoghi più importanti del potere, finendo per dargli legittimità e per riconoscerne la forza.
Il tema del dialogo con questi movimenti è cruciale, soprattutto adesso che March and March ha annunciato di voler scendere in piazza ogni giovedì fino alle elezioni amministrative di novembre.
La comunicazione è stata fatta martedì 30 giugno da una centrale di polizia di Durban, davanti a migliaia di persone. La leader Ngobese Zuma ha affermato che il movimento scenderà in strada fino a che tutti i migranti non saranno andati via.
La palla sta adesso alla politica, appunto. Nel corso delle proteste del 30 giugno, Ngobese Zuma ha ringraziato apertamente per la loro cooperazione partiti di opposizione dalle storiche posizioni xenofobe come ActionSA ma anche l’Umkhonto we Sizwe (MK) fondato dall’ex presidente Jacob Zuma, oltre che altri partiti minori come l’African Transformation Movement (ATM) .
La leader di March and March ha rivolto un ringraziamento anche a formazioni come l’Inkatha Freedom Party (IFP), partito di riferimento per il nazionalismo zulu che però fa parte del governo di unità nazionale che guida il paese sotto la leadership dell’ANC dal maggio 2024.
Diversi esponenti dei partiti citati hanno del resto preso parte alle manifestazioni in questi mesi o espresso aperta simpatia verso le istanze xenofobe dei promotori delle proteste.
I rapporti tra March and March e l’MK di Zuma sono poi sempre più oggetto di speculazioni e inchieste giornalistiche. Il collettivo di cronisti investigativi amaBunghane ha pubblicato in questi giorni un’indagine in cui si documentano i legami tra Zuma e diversi esponenti del movimento.
Persone che avrebbero avuto anche un ruolo nelle violenze del 2021, quando l’arresto di Zuma, giunto al culmine della tensione sociale provocata dalla pandemia di Covid-19, provocò gli scontri più violenti della storia recente del Sudafrica. Oltre 350 persone persero la vita durante le proteste.
“L’Africa si unisca”
Per orientarsi in una situazione così complessa, può essere cruciale ampliare la prospettiva. Ne è convinto Ben Madokwe, attivista della rete Rights2Know, attiva in Sudafrica dal 2010 nella promozione dell’accesso alle informazioni e la partecipazione politica.
L’attivista evidenzia innanzitutto il “fallimento della leadership politica” per quanto riguarda la gestione della migrazione, che ha permesso a tanti cittadini di sostituirsi alle autorità competenti. Un comportamento che Madokwe ritiene comunque “inaccettabile e illegale”.
Per comprendere le complessità della questione migratoria però, lo sguardo deve necessariamente farsi regionale. “L’immigrazione non riguarda solo il Sudafrica, è un fenomeno globale che tocca ogni paese.
Abbiamo bisogno che i leader si uniscano e affrontino la questione in seno alle Nazioni Unite, all’Unione Africana e alla Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale di cui siamo stati membri, per trovare una soluzione condivisa. Il governo sudafricano non può farcela da solo”.
A oggi la cooperazione sul tema migratoria, pur promessa da Ramaphosa, non è stata semplice. Il Ghana ha portato la situazione sudafricana all’attenzione dell’Unione Africana dopo una serie di aggressioni a suoi cittadini residenti nel paese.
Il Malawi ha già rimpatriato migliaia di persone, mentre a centinaia hanno potuto far ritorno anche in Zimbabwe, Mozambico, Nigeria e appunto Ghana.
Oltre a guardare al comportamento dei governi, l’esponente di Rights2Know sollecita una reazione collettiva delle società civili. “I nostri leader – denuncia Madokwe – devono smettere di distruggere le economie dei loro paesi con la corruzione e il saccheggio.
Come cittadini del continente africano, dobbiamo confrontarci direttamente con loro, non combatterci tra di noi. Dobbiamo chiedere loro: ‘Perché saccheggiate i nostri paesi invece di restituire risorse alle masse per migliorare le loro condizioni?’. Siamo ricchi di minerali di ogni genere eppure siamo sempre più poveri.
Siamo stati colonizzati è vero, ma adesso – aggiunge l’attivista – cosa fanno le nostre classi politiche per migliorare le condizioni dei popoli che li hanno eletti’”.
In definitiva, l’obiettivo deve essere spingere affinché la cooperazione nel continente si faccia reale, concreta. “Quando si siedono alle riunioni della SADC o dell’Unione Africana i nostri leader ridono e scherzano – afferma l’attivista -, ma non discutono praticamente mai dei problemi reali delle persone in difficoltà.
Parlano di questioni private e ragionano solo in termini di vantaggio economico. È lì che risiede il problema ed è lì che dobbiamo intervenire, chiedendo conto del perché non si affrontino le questioni sociali durante i grandi vertici della SADC o dell’UA, che a volte si tengono ad Addis Abeba o a Durban.
A cosa servono questi incontri se si rivelano solo uno spreco di denaro?”
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