Ogni volta che escono i numeri sui contribuenti nati all’estero, il dibattito pubblico tende a polarizzarsi su due tesi altrettanto sbrigative: da un lato chi sostiene che gli immigrati “rubano il lavoro” e vivono di sussidi, dall’altro chi rovescia l’argomento e li presenta come i salvatori delle pensioni italiane. I dati più recenti, quelli della Fondazione Leone Moressa incrociati con le rilevazioni Inps, raccontano una storia più prosaica e, proprio per questo, più utile: l’immigrazione non è di per sé una ricchezza né un costo, lo diventa a seconda del reddito che i singoli riescono a produrre. Chi lavora e guadagna come un contribuente medio genera più gettito di quanto costi. Chi resta bloccato nelle fasce di reddito più basse, invece, tende strutturalmente a diventare un percettore netto di prestazioni.
I numeri crescono, ma la base resta povera
Il quadro fiscale tracciato dalla Fondazione Leone Moressa su dati del Dipartimento delle Finanze del Mef parla di 5 milioni di contribuenti nati all’estero nel 2025, il 39,2% in più rispetto al 2014 e il 17,2% in più rispetto al 2019. Sono cresciuti anche i redditi complessivamente dichiarati, arrivati a 87,9 miliardi di euro, e il gettito Irpef versato, salito a 12,6 miliardi. Numeri che, letti da soli, sembrerebbero confermare la narrazione ottimista.
Il problema è la composizione interna di questi numeri. Il 38,2% dei contribuenti nati all’estero dichiara meno di 10mila euro l’anno, contro il 23,4% dei nati in Italia: una differenza di quindici punti percentuali che segnala quanto la platea immigrata sia concentrata nelle fasce di reddito più basse, quelle che versano meno imposte e che, in molti casi, hanno diritto a prestazioni assistenziali proporzionalmente più generose rispetto a quanto versano.
Il differenziale retributivo che nessuno vuole raccontare
Il divario di reddito tra nati in Italia e nati all’estero resta ampio: 17.670 euro medi dichiarati dai contribuenti immigrati, contro oltre 9mila euro in più per gli autoctoni. In alcune regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia, i lavoratori stranieri arrivano comunque a superare i 18mila euro annui, mentre in Calabria il reddito medio dei contribuenti nati all’estero scende poco sopra gli 11mila euro.
Questo differenziale si traduce inevitabilmente in un divario Irpef: 3.310 euro versati mediamente da un contribuente immigrato, quasi la metà dei 6.100 euro versati da un contribuente nato in Italia. Una ricerca più ampia sui conti pubblici dell’immigrazione, che incrocia le rilevazioni Istat e Inps con gli studi del Centro Studi Itinerari Previdenziali, aggiunge un dettaglio che completa il quadro: i lavoratori stranieri dipendenti nel settore privato percepiscono una retribuzione media annua di 16.693 euro, e ben il 72,6% dei contribuenti nati all’estero si colloca nella fascia di reddito sotto i 15mila euro, una platea che contribuisce ad appena il 23,1% del gettito Irpef complessivo. È la fotografia esatta della tesi di partenza: quando il reddito resta basso, il contributo fiscale netto resta basso a sua volta, indipendentemente da quanto cresca il numero dei contribuenti.
Dal saldo attivo all’erosione del surplus
Per anni il dibattito pubblico ha citato un saldo fiscale netto positivo dell’immigrazione, che secondo il modello della Fondazione Leone Moressa si attestava a 1,2 miliardi di euro per l’anno d’imposta 2023. Il punto, però, non è tanto il segno del saldo quanto la sua traiettoria: nel 2012 lo stesso indicatore era pari a 3,9 miliardi di euro, più del triplo. L’erosione del surplus in poco più di un decennio coincide, non a caso, con la maturazione demografica delle prime ondate migratorie, che oggi iniziano a percepire pensioni invece di versare soli contributi.
Il nodo previdenziale: pensioni assistenziali in crescita
È qui che la vulgata del “migrante che salva le pensioni italiane” mostra i suoi limiti più evidenti. Secondo l’Osservatorio sugli Stranieri dell’Inps, su 4.611.267 cittadini stranieri registrati nel 2024, i pensionati sono 378.645 e i percettori di ammortizzatori sociali 252.013. Tra il 2015 e il 2024 i lavoratori attivi stranieri sono cresciuti a un ritmo medio del 2,6% annuo, ma i pensionati stranieri sono aumentati a un tasso più che doppio, il 6,4% annuo, con un incremento cumulato dell’85,7%.
Ancora più significativa è la natura di queste pensioni: il 51,5% dei trattamenti erogati ai pensionati stranieri è di tipo assistenziale e non contributivo, finanziato dalla fiscalità generale e non da contributi versati in precedenza, per una spesa di 1,44 miliardi di euro l’anno. Solo il 36,2% dei pensionati stranieri percepisce una pensione previdenziale vera e propria (invalidità, vecchiaia, superstiti), e anche qui il divario resta marcato: 19.175 euro medi annui per i pensionati comunitari, contro 10.727 euro per i non comunitari. È l’ulteriore conferma che il beneficio fiscale dell’immigrazione dipende dal reddito da lavoro raggiunto, non dalla semplice presenza sul territorio.
C’è poi la questione, più tecnica ma non secondaria, del modo in cui vengono contabilizzati i contributi previdenziali. Gli analisti vicini alle istituzioni previdenziali li trattano come entrate correnti a tutti gli effetti, coerentemente con la logica a ripartizione del sistema pensionistico italiano. Gli esperti di orientamento attuariale, tra cui i ricercatori del Centro Studi Itinerari Previdenziali, obiettano che si tratti in realtà di un debito differito verso il contribuente, una passività implicita che andrebbe scorporata dal calcolo dei proventi correnti secondo gli standard Eurostat (ESA 2010). Applicando questo criterio più prudente, il bilancio dell’immigrazione smette di essere in attivo e diventa un disavanzo strutturale stimato in circa 10,4 miliardi di euro l’anno. Non è necessario schierarsi con l’una o con l’altra scuola contabile per riconoscere che il tema esiste, ed è proprio la sua esistenza a rendere fragile qualunque affermazione perentoria sul segno del saldo migratorio.
Non tutta l’immigrazione è uguale
Vale la pena ricordare che dentro questi numeri aggregati convivono situazioni molto diverse. Gli imprenditori nati all’estero hanno raggiunto quota 787mila, pari al 10,6% del totale nazionale, mentre le nuove attività avviate da nati in Italia sono calate del 9,4% nello stesso periodo: segno che una parte della componente straniera si sta effettivamente integrando nei livelli di reddito e di contribuzione fiscale più alti. Allo stesso modo, il comparto dell’assistenza familiare, dove la componente straniera rappresenta circa il 70% della forza lavoro censita, produce un risparmio diretto per il bilancio pubblico stimato in oltre 6 miliardi di euro l’anno, evitando il ricovero istituzionale di centinaia di migliaia di anziani non autosufficienti, pur scontando un tasso di irregolarità del 48,8% che ne limita il contributo fiscale potenziale.
Questi casi confermano, più che smentire, la tesi di fondo: la ricchezza generata dall’immigrazione non è un dato acquisito, ma il risultato di percorsi di reddito e di regolarità contributiva che vanno costruiti, non presunti. Dove questi percorsi funzionano, come tra gli imprenditori stranieri o nei settori ad alta intensità di manodopera regolare, il bilancio è positivo. Dove restano bloccati su redditi bassi, lavoro sommerso o pensioni assistenziali, il contributo netto tende inevitabilmente verso lo zero o sotto zero.
Una conclusione senza slogan
I dati Leone Moressa e Inps non autorizzano né l’allarmismo né l’ottimismo automatico. Raccontano piuttosto un sistema in cui il vincolo di sostenibilità non riguarda la nazionalità dei contribuenti, ma la loro capacità di produrre reddito da lavoro paragonabile a quello della popolazione autoctona. Finché resterà aperto il divario retributivo di oltre 9 mila euro l’anno tra nati in Italia e nati all’estero, il sistema fiscale e previdenziale italiano continuerà a ricevere un contributo reale ma strutturalmente inferiore al suo potenziale, e la retorica dell’immigrazione come risorsa automatica per pensioni e conti pubblici resterà, appunto, retorica.
Enrico Foscarini, 6 luglio 2026
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