ESRS: come le aziende hanno affrontato il secondo anno di rendicontazione obbligatoria


Le imprese europee stanno consolidando le pratiche di rendicontazione secondo gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), ma faticano ancora a tradurre le priorità di sostenibilità in obiettivi gestionali e sistemi di governance. È quanto emerge dalla seconda edizione dello State of Play Report 2026 pubblicato da EFRAG, che analizza 905 dichiarazioni di sostenibilità relative all’esercizio 2025, tutte sottoposte ad assurance esterna e redatte secondo gli ESRS. Il report evidenzia una sostanziale stabilità dei temi materiali: il 99% delle aziende identifica come prioritari il cambiamento climatico e la forza lavoro, mentre il 95% indica la condotta aziendale. Si registra inoltre un’accelerazione nella pianificazione climatica, con il 69% delle imprese che dispone di un Climate Transition Plan e il 57% che ha adottato obiettivi di decarbonizzazione coerenti con la traiettoria di 1,5°C. Allo stesso tempo emerge un divario ancora significativo tra rendicontazione e gestione: a fronte di una media di 6,4 temi materiali individuati da ciascuna azienda, i target misurabili si fermano a 3,3, mentre solo il 63% collega le performance ESG ai sistemi di incentivazione del management.

Se il primo State of Play, pubblicato nel 2025, aveva fotografato il debutto operativo degli ESRS e la capacità delle imprese di confrontarsi con un quadro normativo completamente nuovo, questa seconda edizione restituisce invece l’immagine di un sistema entrato nella sua fase di consolidamento. Le pratiche di rendicontazione appaiono più omogenee, le metodologie si stanno stabilizzando e la compliance non rappresenta più l’elemento distintivo. Il nuovo terreno di confronto diventa piuttosto la capacità delle aziende di integrare la sostenibilità nei processi decisionali, nella pianificazione strategica e nei meccanismi di governance, proprio mentre la Commissione europea è impegnata nella revisione degli ESRS attraverso il pacchetto Omnibus.

I dati evidenziano una crescente convergenza sulle priorità strategiche. Clima, dipendenti e condotta etica si confermano i temi dominanti per quasi la totalità del tessuto aziendale europeo: E1 Cambiamento Climatico e S1 Forza Lavoro Propria sono considerati materiali dal 99% delle aziende analizzate, mentre G1 Condotta Aziendale raggiunge il 95%. La sostenibilità non appare più come un elemento scriminante tra imprese più o meno avanzate o una scelta di posizionamento e marketing, ma come una componente strutturale della gestione del rischio aziendale, indipendentemente da settore e Paese.
Anche l’analisi degli Impatti, Rischi e Opportunità (IRO) conferma questa centralità: ogni impresa identifica mediamente 30 IRO, concentrati soprattutto nelle aree clima, forza lavoro e governance, che da sole rappresentano circa il 60% del totale.


Uno degli elementi più interessanti dell’edizione 2026 riguarda l’evoluzione delle metodologie adottate per la Double Materiality Assessment (DMA).

L’82% delle aziende ha aggiornato la propria analisi rispetto al precedente esercizio, segno che la materialità non viene più trattata come un adempimento statico ma come un processo in continua evoluzione. Parallelamente, il 67% delle imprese sceglie oggi un approccio ibrido, combinando analisi top-down e bottom-up, integrando quindi valutazioni strategiche con il coinvolgimento degli stakeholder e delle funzioni operative.

È un indicatore della crescente maturità del reporting europeo: le imprese stanno progressivamente trasformando la doppia materialità in uno strumento di governo piuttosto che in un semplice esercizio di compliance.

L’area in cui l’evoluzione appare più evidente è quella climatica.

Il 69% delle imprese dichiara oggi di disporre di un Climate Transition Plan, con un incremento di 14 punti percentuali rispetto al primo anno di applicazione degli ESRS. Parallelamente cresce anche la qualità degli impegni: il 57% delle aziende comunica obiettivi di decarbonizzazione di breve e lungo periodo coerenti con il limite di 1,5°C previsto dall’Accordo di Parigi.
Il dato assume particolare rilievo in una fase in cui investitori, autorità di vigilanza e mercato chiedono sempre più prove concrete della credibilità dei percorsi di transizione e una riduzione del rischio di greenwashing.


È però sul piano della governance che il report individua il principale punto di debolezza della rendicontazione europea.

Le imprese identificano mediamente 6,4 temi materiali, ma definiscono obiettivi quantitativi soltanto per 3,3. In altre parole, circa la metà delle questioni considerate rilevanti non viene ancora tradotta in target misurabili. A questo si aggiunge un secondo elemento: solo il 63% delle aziende collega le performance di sostenibilità ai sistemi di incentivazione del management.

È probabilmente questo il messaggio più significativo dell’intero State of Play 2026. La cultura della materialità è ormai consolidata, ma la sua integrazione nei processi decisionali resta incompleta. Le imprese dimostrano di sapere quali siano i temi ESG rilevanti, ma non sempre li trasformano in obiettivi gestionali, responsabilità organizzative e leve di remunerazione.

In prospettiva, sarà proprio questo passaggio a distinguere le organizzazioni realmente mature da quelle ancora concentrate prevalentemente sulla qualità della disclosure.

Anche la forma della rendicontazione mostra segnali di consolidamento.


La lunghezza media delle dichiarazioni di sostenibilità passa da 115 a 95 pagine, mentre il peso delle informazioni ESG rimane stabile intorno al 34% dell’intero annual report. Un dato che suggerisce una maggiore familiarità con gli standard ESRS e una crescente capacità di eliminare ridondanze senza ridurre il contenuto informativo.

La sostenibilità occupa ormai uno spazio stabile all’interno della reporting architecture delle imprese europee, confermando il proprio ruolo accanto alla rendicontazione finanziaria.

L’edizione 2026 amplia inoltre il perimetro dell’analisi introducendo nuovi indicatori sociali e di governance.

Tra i principali emerge un gender pay gap medio non corretto del 14,3% a favore degli uomini. Sul fronte dei diritti umani, l’89% delle imprese dichiara di aver adottato policy formali a tutela dei lavoratori nella catena del valore e delle comunità interessate dalle proprie attività. Cresce anche l’integrazione dei criteri ESG nella gestione della supply chain: l’81% delle aziende afferma di utilizzare criteri ambientali, sociali e di governance nella selezione dei fornitori, anche se nella maggior parte dei casi l’applicazione resta ancora affidata prevalentemente ai codici di condotta più che a sistemi strutturati di valutazione delle performance.

In definitiva, la rendicontazione ESRS sembra aver superato la fase di rodaggio iniziale, consolidandosi come linguaggio comune delle imprese europee. È nel passaggio dalla disclosure alla gestione strategica che si misurerà il livello di maturità della sostenibilità europea nei prossimi anni.


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 Valentina Carella

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