Com’è vista l’economia e la Borsa dell’Italia dagli investitori esteri



Anche quella di oggi non sarà una di quelle giornate da fuochi d’artificio a livello di dati macro, ma resta comunque una seduta interessante per chi vuole capire in che direzione sta andando davvero l’economia tra le due sponde dell’Atlantico. Niente numeri bomba come il rapporto sull’occupazione o l’inflazione flash, ma una serie di dati che aiuteranno a confermare o aggiustare le aspettative sulla crescita, sui consumi e sulle mosse delle banche centrali.

Negli USA, vediamo l’economia che continua a mostrare una resilienza che molti invidiano, ma i segnali di rallentamento si stanno accumulando. Gli inventari all’ingrosso diranno molto su come le aziende stanno gestendo le scorte. Un aumento marcato potrebbe essere un campanello d’allarme, perché significa che la produzione sta correndo più della domanda reale e che nei prossimi mesi si rischia un aggiustamento. Al contrario, un calo ordinato sarebbe un buon segno di normalizzazione.

Il vero clou della giornata saranno però i verbali della Fed. Nella riunione di giugno i toni sono stati prudenti: inflazione ancora un po’ appiccicosa, ma economia solida. I mercati leggeranno tra le righe per capire se a settembre ci sarà davvero spazio per un aumento dei tassi o se i membri del FOMC preferiranno aspettare ancora. Una sfumatura più “dovish” (morbida) farebbe tirare un sospiro di sollievo a Wall Street e spingerebbe oro e asset rischiosi. Un tono più hawkish, invece, ricorderebbe a tutti che i tassi alti potrebbero restare con noi più a lungo del previsto. Il credito al consumo completerà il quadro sulla salute delle famiglie americane. Se continua a crescere bene, significa che i consumi tengono nonostante i tassi elevati, mentre se rallenta, potrebbe essere il primo segnale di fatica.


Sul fronte europeo, le partite correnti ci diranno come sta andando il saldo con il resto del mondo. L’Eurozona ha storicamente un bel surplus, grazie soprattutto a Germania e Nord Europa. Un dato solido confermerebbe che l’area resta competitiva all’estero, nonostante la crescita anemica. Parallelamente, gli interventi dei banchieri centrali (Nagel, Kocher e altri) saranno ascoltati con attenzione. Dopo il calo dell’inflazione di giugno sotto le attese, la BCE ha guadagnato un po’ di ossigeno, ma le tensioni energetiche e i dazi americani tengono tutti sul chi va là.

La giornata di oggi sarà quindi di “conferme”. Se i dati USA dovessero risultare un po’ più deboli del previsto, si rafforzerebbe l’idea di un “soft landing” americano con Fed pronta a tenere fermi i tassi. Se invece dovessero sorprendere positivamente, il dollaro guadagnerebbe terreno e i mercati azionari europei potrebbero soffrire un po’. Per l’Eurozona, invece, ogni segnale di resilienza esterna è benvenuto, perché l’economia interna resta fragile.

Per gli investitori italiani questi dati hanno un riflesso diretto. Un dollaro più debole aiuterebbe le nostre esportazioni e i titoli quotati a Piazza Affari, mentre aspettative di tassi più bassi favorirebbero i BTP. Viceversa, un’America troppo forte potrebbe allargare gli spread e mettere pressione sui titoli di Stato. Sarà quindi una seduta utile per calibrare il posizionamento in vista della seconda parte dell’estate. I mercati restano in modalità attendista: non c’è grande euforia, ma neanche panico. Tutto dipende, come sempre, da quanto “dovish” o “hawkish” suoneranno quelle minute della Fed.

Spesso ci chiediamo come gli investitori esteri vedano l’economia e la Borsa dell’Italia. Credo che le vedano più meno in questo modo come un Paese che cammina con passo costante ma senza sprint. Questo è più o meno il quadro dell’economia italiana nella seconda metà del 2026. Non siamo in recessione, ma neanche in piena ripresa. La crescita del PIL rimane modesta, intorno allo 0,5-0,6% per quest’anno secondo le stime più recenti di OCSE, Commissione Europea, Prometeia e altri istituti. È un ritmo inferiore alla media dell’Eurozona, che già di per sé non brilla. Eppure, dentro questo scenario apparentemente grigio ci sono elementi di resilienza che possono trasformarsi in opportunità concrete per chi investe, sia in azioni sia in obbligazioni.

Ma procediamo con ordine e parliamo prima del contesto generale. L’Italia continua a beneficiare del completamento del PNRR, che sostiene gli investimenti pubblici e privati, soprattutto in infrastrutture, transizione energetica e digitalizzazione. I consumi delle famiglie tengono grazie a un mercato del lavoro ancora solido. La disoccupazione è scesa sotto il 6% e le retribuzioni reali, seppur lentamente, stanno recuperando terreno. Il turismo resta un pilastro formidabile, con record di presenze e spesa straniera, mentre settori come il lusso, la meccanica di precisione, il farmaceutico e le rinnovabili mostrano vitalità.


Il lato negativo? La produttività, che risulta stagnante da troppo tempo, la demografia è avversa (poca natalità e invecchiamento) e il debito pubblico resta il grande elefante nella stanza. Siamo intorno al 137-138% del PIL nel 2026, con proiezioni che lo vedono stabilizzarsi o salire leggermente verso il 138-139% nel 2027. Il deficit è in discesa verso il 2,9%, ma gli interessi sul debito pesano parecchio (oltre il 4% del PIL). Fortunatamente lo spread BTP-Bund si mantiene contenuto, oscillando tra i 70 e gli 80 punti base in questo periodo, segno che il mercato apprezza la relativa stabilità politica e la gestione del Tesoro.

L’inflazione, dopo un picco legato alle tensioni energetiche internazionali (pensiamo ai conflitti in Medio Oriente), si è attestata intorno al 2,5-3% nel 2026. Non è più un’emergenza, ma resta sopra la media eurozona e costringe la BCE ad una politica monetaria prudente. Questo significa tassi di interesse che scendono lentamente, creando un ambiente favorevole per chi cerca rendimenti fissi senza eccessiva volatilità.

In questo scenario, come si posiziona un investitore razionale? Non con scommesse aggressive, ma con un approccio selettivo e diversificato, privilegiando qualità, flussi di cassa stabili e trend strutturali di lungo periodo. Sul fronte azionario vediamo gli analisti puntare sulla qualità e sui dividendi. Il FTSE MIB ha mostrato una certa resilienza, trainato soprattutto da banche e utilities. In un’economia a bassa crescita, le società che generano cassa in modo prevedibile e distribuiscono bei dividendi diventano infatti particolarmente attraenti. Da questo punto di vista, le banche italiane rappresentano uno dei comparti più interessanti. Dopo anni di pulizia dei bilanci, capitalizzazione solida e margini di interesse ancora decenti i titoli del settore bancario offrono rendimenti da dividendo spesso superiori al 5-6%. Sono titoli “value” con potenziale di upside se l’economia europea tiene e se continuano i buyback. Il rischio principale resta legato ad un eventuale rallentamento più marcato o a nuove tensioni sui crediti.

Un altro pilastro sono le utilities e l’energia. Le società con una forte esposizione alle rinnovabili, beneficiano della domanda crescente di elettrificazione (dati center, auto elettriche, pompe di calore). Ma anche quelle che trasportano elettricità o gas presentano flussi di cassa costanti. Questi titoli combinano stabilità e dividendi generosi, ideali per chi vuole dormire sonni relativamente tranquilli.

Nel lusso e nel premium, l’Italia può vantare diverse eccellenze mondiali quasi imbattibili, caratterizzate da una crescita costante, margini altissimi e brand globale. Aziende della moda possono essere più cicliche, ma i grandi nomi resistono bene. Altri settori da tenere d’occhio nel lungo periodo includono quello dei semiconduttori, delle infrastrutture, della salute e alcune mid-cap value, spesso citate come sottovalutate dagli analisti.


La strategia azionaria vincente in questo momento? La diversificazione tra banche, energia/utilities e qualche nome difensivo o di nicchia. Vediamo gli analisti privilegiare società con bilanci solidi, generazione di free cash flow e payout elevato. L’orizzonte di investimento non può che essere quello di medio-lungo periodo, perché in una crescita anemica i multipli non esplodono, ma il compounding dei dividendi fa la differenza.

Sul fronte obbligazionario, gli analisti vedono rendimenti ancora interessanti per il BTP, che offre in questo periodo rendimenti lordi intorno al 3,6-3,7% sul decennale, con spread controllato. Per un investitore italiano, dopo la tassazione agevolata al 12,5%, il netto resta appetibile rispetto all’inflazione attesa. Ma i titoli indicizzati all’inflazione (come i BTP Italia o il recente BTP Italia Sì) possono proteggere dal rischio di sorprese al rialzo sui prezzi. Chi cerca durata può guardare ai BTP a 15-30 anni, mentre chi preferisce minore volatilità si concentra sulle scadenze brevi-medie. Le emissioni retail come BTP Valore o simili continuano ad attirare i risparmiatori per il premio fedeltà e la semplicità. Oltre ai governativi, le obbligazioni corporate di banche e utilities italiane ben capitalizzate offrono uno spread extra interessante, pur con tassazione al 26%. Il rischio di credito resta basso nel segmento investment grade, grazie alla salute del sistema bancario.

In altre parole, non vediamo l’economia italiana regalare grandi emozioni nei prossimi anni, ma proprio per questo crediamo che premierà chi investe con disciplina. Un portafoglio equilibrato può generare un rendimento complessivo dignitoso (4-6% annuo atteso, a seconda del profilo di rischio) con volatilità contenuta.

Naturalmente, i rischi non mancano. Rischi che si chiamano shock energetici, tensioni commerciali globali (dazi), rallentamento della Germania o instabilità geopolitica potrebbero infatti pesare sul rischio/rendimento. Per questo motivo, riteniamo sia preferibile procedere per gradi, diversificare il portafoglio e sicuramente consultare un consulente finanziario, evitando il fai da te. L’Italia ha dimostrato più volte di saper resistere. Chi investe con pazienza e focalizzandosi sui fondamentali, alla fine, spesso viene premiato.


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