All’urlo di “Daje!” Antonello Venditti conquista il Forte di Bard


Mettiamola così: in questo momento storico di treni dalla Valle d’Aosta non ne partono, ma di tour estivi sì. Dopo la Premiata Forneria Marconi ad Aosta venerdì scorso, nella serata di ieri, martedì 7 luglio, al Forte di Bard è toccato ad Antonello Venditti inaugurare la serie di date italiane. Saranno poche: otto, fino al 2 settembre, tutte in posti non mainstream, che oltre alla fortezza della bassa Valle includono Bibione, Termoli, Castiglioncello e Ostuni.

E’ lo stesso cantautore romano a chiarire le regole d’ingaggio appena sul palco: “questo è uno strano concerto che me so’ inventato all’ultimo momento. Perché? Perché m’andava!”. In effetti, l’ultimo lavoro in studio del 77enne che ha mosso i primi passi al Folkstudio risale al 2015 (il chissà se riuscitissimo Tortuga). Però, dello scorso giugno esiste Daje!, che cattura dal vivo il tour celebrativo dei 40 anni dell’album “Cuore” (sì, quello di “Notte prima degli esami”).

Date che hanno lasciato il segno nel cantautore, tanto da volerle “festeggiare” con questa nuova serie di esibizioni. L’inizio è tutt’altro che soft, tratto interamente dal capitolo che consacrò Venditti, “Sotto il segno dei pesci” (1978): “Bomba o non bomba”, quindi il brano che dà il titolo all’album, “Sara”, in un arrangiamento che ricorda come il cantautore abbia il diritto di disporre a piacere delle sue creazioni, nonostante siano assurte ad icone nella mente di chi ascolta, e “Giulia”.

Una quaterna che sbatte in faccia a chi ascolta la cifra di Venditti: cantautorato intriso in storie popolari (l’ansia e le speranze per una gravidanza in giovane età, la determinazione a raggiungere i propri sogni), ma con una innata capacità di vestirlo di suoni solidi, senza rifuggire a priori il mainstream (e tanto, davvero tanto, fanno – nelle versioni sentite a Bard – il sax di Amedeo Bianchi, il violino di Roberta Palmigiani, l’hammond di Angelo Abate, le tastiere di Danilo Cherni e la batteria di Alessandro Canini).


La serata vira quindi sulla personalissima “Peppino” (dedicata al figlio Francesco). Venditti si alterna tra il pianoforte e il microfono e le atmosfere reggae di “Piero e Cinzia” fanno salire il clima di festa estiva. E’ solo un accenno, però, perché subito dopo il cantautore torna a fare maledettamente sul serio, sciorinando alcuni dei suoi brani simbolo. “Giulio Cesare” è cantata all’unisono dal pubblico e “Notte prima degli esami” rappresenta, senza troppo girarci attorno, il motivo per cui in tanti affollano la platea. Lui lo sa e, pur senza voler parlare di politica, rincara la dose: “mi sa che qualcuno è bocciato (in fatto di maturità, ndr.), quindi noi ci riprendiamo la nostra umanità. Forza a tutti noi e coraggio!”.

Quando la scaletta è dalle parti della metà, l’episodio che sembra poter minare la serata: uno sciame di insetti annebbia il palco. “Li ho tutti sul pianoforte” segnala Venditti alla sua crew, che accorre per ripulire lo strumento. Lui, nel mentre, intrattiene il pubblico con un aneddotica sulle zanzare, perché “ci sono alcune città che sono un’esperienza”. Cita, tra le altre, Biella, Ravenna e Vercelli “e da questa sera ci aggiungiamo anche Bard”.

Il problema, però, non appare di immediata soluzione (“ma non avete un’insetticida… qualcosa?”) e, anche se il nervosismo del cantautore non sembra proprio finzione scenica, l’esibizione riparte. Non con un brano a caso: “Ci vorrebbe un amico”. A dimostrazione del fatto che il cantautore è qualcuno che sa connettersi con il pubblico, il momento che sembra aver creato più scompiglio diventa quello che fa prendere ancora più quota allo show.

Per “Roma capoccia” basta il titolo. “Dimmelo tu cos’è” scoperchia il desiderio di trovare nel proprio partner una risposta a dubbi e inquietudini (a giudicare dalla quantità di effusioni viste tra i circa 1200 spettatori in platea, parecchio condiviso) e “Che fantastica storia è la vita” rinfranca rispetto alle acrobazie necessarie a tenere la barra al centro in un mondo che ormai è un campo minato.

Venditti racconta anche di essere stato lontano dalla musica, per concentrarsi su un nuovo album, che arriverà (anche se non regala altri dettagli, ma “riappropriarmi del pianoforte è stato importante”). Poi, dopo “Dalla pelle al cuore” e “Unica”, esegue “Che tesoro che sei”, brano scritto nel 1999, ma “rivestito” per la collaborazione con Achille Lauro lo scorso giugno.


Certo, sul palco a Bard è mancata la metà giovane del duetto, ma Venditti ha un argomento quando sostiene di essere stato “d’ispirazione” per le giovani generazioni che, nella capitale, hanno provato ad intraprendere una carriera sul palco. Lo show è lanciato e resta da imboccare il rettilineo finale: “Amici mai”, “Alta marea”, “Benvenuti in paradiso” e “In questo mondo di ladri” (scritta nel 1988, cioè quattro anni prima che l’Italia facesse i conti con Tangentopoli). Applausi a scena aperta.

Perché questo è l’altro grosso tema dell’arte di Venditti: la capacità di visione, in anticipo sui tempi. E in questo “strano concerto”, inventato “all’ultimo momento”, in cui l’urlo “Daje!” diventa un moltiplicatore di energie, dal palco al pubblico (e viceversa) i “bis” non possono che essere “Ricordati di me” e, quel brano che “lo cantate voi, perché io posso farlo solo quando la squadra vince qualcosa”: “Grazie Roma”. Due ore dopo l’inizio, la festa è finita, Antonello è ancora un Re di Roma (l’ottavo o il nono, a seconda di come considerate Francesco De Gregori), si può andare in pace.




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 Christian Diémoz

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