Ogni giorno, nell’Unione europea, 656 persone muoiono per cause direttamente legate al consumo di alcol. Eppure le bottiglie di vino, birra e superalcolici che si trovano sugli scaffali europei non sono tenute a dichiarare ingredienti, valori nutrizionali o avvertenze sanitarie con gli stessi standard previsti per un qualsiasi alimento confezionato. È questo il paradosso al centro di un recente briefing, realizzato da Ivana Katsarova per il Servizio di ricerca del Parlamento europeo, che fa il punto su una questione di salute pubblica ancora irrisolta.
I numeri dell’Organizzazione mondiale della sanità sono inequivocabili: l’UE è la regione con i livelli più alti di consumo di alcol pro capite al mondo. Il 77% degli adulti europei consuma bevande alcoliche , contro una media globale del 44% , con sette dei dieci Paesi con il maggiore consumo pro capite situati proprio nell’Unione. Nel 2019, ogni adulto europeo ha consumato in media 11 litri di alcol puro nell’arco dell’anno, il doppio della media mondiale di 5,5 litri.
Il fenomeno del consumo episodico elevato , definito come l’assunzione di sei o più drink standard in una singola occasione , riguarda circa il 30% degli adulti europei, contro una media globale del 18%. L’alcol è collegato a oltre 200 patologie, tra cui sette tipi di tumore. Nel 2019, il 4,4% dei tumori diagnosticati nel mondo e 401.000 morti per cancro sono stati attribuiti al consumo di alcol. Nello stesso anno, le bevande alcoliche hanno causato quasi un quarto di tutti i decessi per infortuni, due quinti delle morti sulle strade e un quarto di omicidi e suicidi.
Le etichette che non ci sono.
La normativa europea sull’etichettatura alimentare , il Regolamento (UE) n. 1169/2011 , obbliga i produttori a fornire lista degli ingredienti e dichiarazione nutrizionale per tutti gli alimenti confezionati. Le bevande alcoliche con un contenuto superiore all’1,2% sono però in larga parte esentate da questi obblighi. Solo la gradazione alcolica e alcuni allergeni devono essere obbligatoriamente riportati in etichetta.
Questo significa che chi acquista una bottiglia di vino o un distillato non ha alcun diritto a sapere quante calorie contiene, quali ingredienti sono stati usati nella produzione o quali rischi per la salute comporta il suo consumo , informazioni che invece sono obbligatorie per un succo di frutta o una merendina.
La stessa Commissione europea aveva concluso già nel 2017 che non esistevano ragioni oggettive per giustificare l’assenza di tali informazioni sulle bevande alcoliche, invitando l’industria a presentare una proposta di autoregolamentazione. Le associazioni di categoria si sono mosse, ottenendo risultati parziali: entro fine 2024, circa il 70% dei distillati venduti nell’UE riportava in etichetta le informazioni energetiche, mentre ingredienti e avvertenze sanitarie rimanevano molto meno diffusi.
Dal dicembre 2023, le etichette del vino devono riportare almeno il valore energetico per 100 ml, mentre la dichiarazione nutrizionale completa e la lista degli ingredienti possono essere fornite anche tramite QR code. Allergens come solfiti, uova e derivati del latte devono invece restare visibili fisicamente sull’etichetta.
Una nuova normativa adottata nel febbraio 2026 ha poi introdotto denominazioni armonizzate per i vini dealcolizzati, garantendo maggiore chiarezza ai consumatori. Il Parlamento europeo ha ottenuto che fosse adottata la dizione “ridotto contenuto alcolico” al posto del più ambiguo “light”, che avrebbe potuto indurre in errore sull’apporto calorico o sulle proprietà salutistiche del prodotto.
L’Irlanda apripista, ma con ritardo.
Sul fronte delle avvertenze sanitarie obbligatorie, il quadro europeo è frammentato. Solo quattro Paesi, Francia, Germania, Irlanda e Lituania, hanno legiferato in materia di informazioni sanitarie in etichetta. L’Irlanda si prepara a compiere il passo più radicale: sarà il primo Paese dell’UE, e il secondo al mondo dopo la Corea del Sud , a richiedere avvertenze obbligatorie sul rischio di cancro sulle etichette delle bevande alcoliche. La misura, inizialmente prevista per maggio 2026, è stata rinviata al settembre 2028 a seguito delle pressioni dell’industria e di preoccupazioni legate alle implicazioni commerciali internazionali.
Tasse e prezzi: la leva più efficace.
Le etichette da sole non bastano. L’OMS indica nell’aumento del prezzo dell’alcol attraverso la tassazione uno degli strumenti più efficaci per ridurre i danni. Un rincaro del 10% sui prezzi può portare a una riduzione del 5% nei consumi. Tuttavia, in molti paesi dell’UE l’alcol è oggi più accessibile economicamente di quanto non fosse vent’anni fa: i consumatori europei possono acquistare il 76% di vino in più, il 46% di birra in più e il 37% di superalcolici in più rispetto alla media della regione europea dell’OMS, grazie alla stagnazione delle accise in termini reali.
Il caso della Lituania è emblematico in senso positivo. Nel 2017, il Paese introdusse aumenti delle accise molto consistenti , oltre il 100% su birra e vino , con risultati straordinari: il consumo pro capite scese da 13 litri nel 2015 a 11 litri nel 2023. Nello stesso periodo, le entrate fiscali aumentarono di oltre 100 milioni di euro in un anno, i costi sanitari si ridussero di quasi 4 milioni e si stima che per ogni euro investito nell’implementazione della riforma il Paese abbia ottenuto 420 euro di ritorno economico complessivo.
Cosa chiede il Parlamento europeo.
L’Eurocamera ha più volte chiesto una maggiore armonizzazione a livello europeo. Nella sua risoluzione del 2023 sulle malattie non trasmissibili, il Parlamento ha sollecitato l’introduzione obbligatoria di liste degli ingredienti e informazioni nutrizionali sulle bevande alcoliche. Nella risoluzione del 2022 sulla lotta al cancro aveva invece sottolineato il nesso diretto tra consumo di alcol e rischio oncologico, sostenendo l’introduzione dell’etichettatura digitale.
Le prospettive restano però incerte. L’agenda della nuova Commissione europea non ha ancora incluso un intervento legislativo organico sull’etichettatura alcolica, e il dibattito su salute pubblica, sovranità nazionale e interessi dell’industria è destinato a continuare. Quello che appare difficile da ignorare, però, è il dato di partenza: 656 morti al giorno sono un numero che parla da solo.
foto LicorBeirao da Pixabay.com
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Martina Cossu
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