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Testo e foto di Guillaume Petermann
Bracconaggio e distruzione dell’habitat ne stanno decimando la popolazione. In Guinea, crocevia del traffico illegale, un centro d’eccellenza accoglie i cuccioli orfani o feriti e li prepara, quando possibile, al ritorno in libertà
Nelle fitte foreste della Guinea, tra le pieghe ancora selvagge del Parco Nazionale dell’Alto Niger, un centro di riabilitazione combatte ogni giorno una battaglia silenziosa ma decisiva per il futuro degli scimpanzé dell’Africa occidentale. Si tratta del Centre de Conservation pour Chimpanzés (CCC), un rifugio nato nel 1997 per dare una seconda possibilità ai piccoli rimasti orfani a causa del bracconaggio. Ogni scimpanzé che arriva qui è una storia di sopravvivenza. Ma dietro ciascuno di loro, spesso, c’è una strage: si stima che per ogni cucciolo salvato, siano almeno dieci i membri della sua famiglia uccisi.
Lo scimpanzé dell’Africa occidentale (Pan troglodytes verus) è la sottospecie di scimpanzé più minacciata al mondo. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), dal 2016 è classificata come “in pericolo critico di estinzione”. In poco più di vent’anni, la popolazione selvatica si è ridotta dell’80%. Oggi ne sopravvivono circa 50.000 esemplari, distribuiti in otto Paesi, con la Guinea che ne ospita oltre il 60% del totale. Ma in nazioni come Benin, Burkina Faso e Togo, questi primati sono già scomparsi del tutto.
Le minacce sono molteplici: deforestazione, miniere, agricoltura espansiva, malattie trasmesse dall’uomo e soprattutto la caccia illegale. Il traffico di cuccioli per il mercato nero (molto richiesti come animali da compagnia in Medio Oriente e in Asia) è solo una parte del problema: il consumo di carne di scimmia – la cosiddetta bushmeat – è ancora diffuso, nonostante leggi e trattati internazionali lo vietino espressamente.
Una crisi silenziosa
La situazione è aggravata dalla lentezza del ciclo riproduttivo degli scimpanzé: una femmina si riproduce, in media, una sola volta ogni 5-6 anni, e solo dopo aver raggiunto i 13-14 anni di età. La ripresa della popolazione, in queste condizioni, è un processo estremamente lento.
Gli scimpanzé condividono il 98,7% del patrimonio genetico umano e rappresentano, insieme ai bonobo, i nostri parenti più prossimi. Studi scientifici dimostrano che possiedono una cultura propria, comunicano con gesti e vocalizzazioni, e sono capaci di costruire e usare strumenti per cacciare o raccogliere cibo. In alcuni casi, sono stati osservati mentre utilizzavano rametti per estrarre insetti dai termitai, pietre per rompere noci, o foglie masticate trasformate in spugne per raccogliere l’acqua.
Vivono in comunità strutturate, con gerarchie sociali complesse e relazioni durature. I cuccioli restano a lungo con le madri – fino a dieci anni – apprendendo regole, abilità e comportamenti. Tutto questo li rende incredibilmente affascinanti, ma anche vulnerabili. Ed è proprio per la loro intelligenza e la natura sociale che diventano prede ambite per chi li vuole trasformare in animali da compagnia, condannandoli a una vita in cattività.
Un rifugio nella foresta
Nel cuore della Guinea, il Centre de Conservation pour Chimpanzés è un luogo unico. Quando un cucciolo arriva qui, spesso porta i segni visibili – e invisibili – del trauma: ferite fisiche, denutrizione, paura. Dopo un periodo di quarantena di tre mesi e un’attenta valutazione medica, inizia un lento processo di riabilitazione. Il primo passo è l’integrazione con altri cuccioli: insieme, imparano a socializzare, a cercare cibo, ad arrampicarsi sugli alberi. Progressivamente, gli operatori umani si fanno da parte per lasciar spazio alle dinamiche di gruppo tra scimpanzé.
Il percorso può durare anche più di dieci anni. Solo pochi, alla fine, saranno ritenuti idonei per essere reintrodotti in natura. Altri, a causa dei traumi subiti, non saranno mai in grado di vivere liberi e rimarranno ospiti permanenti del centro.

Grazie a un monitoraggio costante e al supporto della comunità scientifica, il CCC è oggi l’unico centro al mondo autorizzato a reintrodurre in natura scimpanzé della sottospecie verus. Dal 2008, 19 scimpanzé hanno ritrovato la libertà nei boschi del Parco Nazionale dell’Alto Niger. Alcune femmine si sono integrate in gruppi selvatici preesistenti, mentre in altri casi sono stati osservati cuccioli nati in libertà da esemplari riabilitati: un segnale chiaro di successo.
Ma servono aree protette idonee e sufficientemente grandi: almeno 15 km² di foresta intatta, con acqua, cibo e senza altre comunità di scimpanzé. Per questo, nel 2021 è nato il Parco Nazionale Moyen-Bafing, un’area di oltre 6.500 km² nel nord della Guinea, che ospita la più grande popolazione di scimpanzé dell’Africa occidentale, stimata in circa 4.000 esemplari.
Un fragile equilibrio da proteggere
A differenza di altri parchi africani, il Moyen-Bafing non è disabitato. Circa 40.000 persone vivono nei 255 villaggi all’interno dei suoi confini, sostenendosi con agricoltura di sussistenza, allevamento, raccolta di legname e prodotti della foresta. Quando il governo guineano annunciò l’istituzione del parco, la reazione delle comunità fu inizialmente di forte opposizione.
A cambiare le cose è stato un intenso lavoro di dialogo e collaborazione. La Wild Chimpanzee Foundation, che oggi gestisce il parco, ha attivato programmi di agroecologia, corsi di formazione, e iniziative economiche alternative (come la produzione di burro di karité, miele, orticoltura sostenibile). In parallelo, sono nate nuove opportunità di impiego, come la creazione di un corpo di guardie forestali composto da donne locali: un esempio virtuoso di come la conservazione della biodiversità possa anche significare emancipazione, sviluppo e sicurezza economica.

Gli scimpanzé dell’Africa occidentale vengono spesso definiti “i giardinieri della foresta”: disperdono semi, potano rami, mantengono vivo l’ecosistema. Ma la loro sopravvivenza è appesa a un filo. Le proiezioni parlano chiaro: entro il 2050, oltre il 60% delle foreste dell’Africa occidentale potrebbe essere perduto a causa della crescita demografica, dell’urbanizzazione e dell’espansione industriale.
Salvare questi animali non è solo una questione di conservazione, ma di visione. Vuol dire proteggere un patrimonio genetico, culturale ed ecologico insostituibile. Vuol dire scegliere – come fanno ogni giorno gli angeli custodi del CCC – di non voltarsi dall’altra parte.
Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.
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Tommaso Meo
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