Deregolamentazione a Valsavarenche – GognaBlog


Oltre ad una riflessione finale di Toni Farina, pubblichiamo una lettera aperta di Alberto Farina alla redazione de Lo Scarpone, in risposta all’articolo di Marco Pili ivi pubblicato. GognaBlog è del tutto d’accordo sui contenuti di questa lettera, pur non condividendo con l’autore il rimprovero che questi fa alla redazione de Lo Scarpone di “aver rinunciato a un confronto a più voci”. Non si può parlare di “rinuncia” perché ogni redazione è libera di pubblicare articoli con precise tesi e di decidere in seguito se è il caso di dare spazio ad un contraddittorio oppure no. Il fatto che Lo Scarpone sia organo ufficiale dell’informazione CAI non significa che in esso non ci debba essere alcuna pluralità di vedute.

Deregolamentazione a Valsavarenche
di Alberto Farina
(lettera aperta alla redazione de Lo Scarpone)

Gentile Redazione, da un’associazione come il Club Alpino Italiano, da sempre in prima linea per la salvaguardia delle nostre montagne, ci si aspetterebbe una presa di posizione ferma a difesa della natura e dell’integrità dei parchi storici. Eppure, l’organo d’informazione ufficiale del sodalizio, Lo Scarpone, ha recentemente (17 luglio 2026, NdR) dedicato ampio spazio alle richieste di revisione dei confini formulata da un gruppo di cittadini di Valsavarenche senza bilanciare il racconto con un necessario contraddittorio, rischiando di legittimare una visione dello sviluppo montano che appartiene al passato.

Frazione Maisonnasse, Valsavarenche. Foto: Hagai Agmon Snir.

L’articolo a firma di Marco Pili (vedi sotto) offre una ricostruzione che meriterebbe una riflessione più attenta: accogliendo la voce dell’amministrazione locale senza un reale confronto, finisce per sposare una narrativa unilaterale, che liquida come “vessazioni burocratiche” quelle che sono, nei fatti, le normali tutele di un’area protetta.

Prendiamo la tesi della doppia burocrazia asfissiante. L’assessore Claudio Vicari sostiene che i cittadini debbano chiedere autorizzazioni persino per cambiare una losa sul tetto o sistemare una pavimentazione, ma la realtà normativa è ben diversa. Grazie al DPR 31/2017, tutti i lavori di manutenzione ordinaria che utilizzano materiali identici a quelli preesistenti sono del tutto esonerati dall’autorizzazione paesaggistica e dal Nulla Osta del Parco. Le regole sono scritte chiaramente nell’Abaco dei materiali: se si rispetta l’uso del legno o della pietra locale, il Comune rilascia direttamente il titolo edilizio. Il passaggio della pratica al Parco è un semplice invio telematico d’ufficio, non una trafila attiva che pesa sulle spalle del privato.

Anche la ricostruzione storica del “Budello” viene presentata quasi come un sopruso improvviso calato dall’alto nel 1977. In realtà, l’esclusione della Valsavarenche nel 1923 fu una concessione politica che si rivelò un disastro ecologico. Come documentato nelle memorie dello zoologo Alessandro Ghigi — allora membro della Commissione Centrale Venatoria — la striscia di fondovalle fu esclusa dal Parco come “compensazione” per consentire ai cacciatori locali di continuare ad abbattere la fauna. Il risultato fu drammatico: i cacciatori si appostavano lungo il confine invisibile per decimare i camosci e gli stambecchi che d’inverno scendevano a quote più basse per sfuggire al gelo, trasformando il fondovalle in quello che l’allora presidente del Parco, Gianni Oberto Tarena, definì un “improvvido corridoio” di catture. Il Decreto Marcora del 1977 non ha fatto altro che sanare questa anomalia biologica, riunificando un ecosistema che non può essere spezzato.

Altrettanto fuori tempo massimo appare la recriminazione sul mancato sviluppo legato alle piste da sci e agli impianti negli anni Settanta. La storia recente della stessa vallata ha già dimostrato l’insostenibilità di quella visione, e l’esempio più concreto è il destino della seggiovia “Payel” a Dégioz. Costruita per agganciare lo sci di massa, è stata dismessa all’unanimità dal Consiglio comunale nel 2020 e smantellata perché produceva solo perdite per il bilancio pubblico, con giornate intere passate senza un solo sciatore. Con l’emergenza climatica e la carenza di neve a quote medio-basse, quella scommessa si è rivelata un binario morto.

Proprio questo esempio dimostra come l’alto livello di protezione paesaggistica garantito dal Parco non sia un freno, ma il vero motore economico della valle: è proprio l’integrità selvaggia del territorio a richiamare oggi un turismo internazionale di qualità, attento alla sostenibilità, al silenzio e all’autenticità dei luoghi. Al contrario, l’ipotesi di declassare il fondovalle a “Zona Contigua” — allentando le maglie dei controlli e trasferendo la sovranità urbanistica al solo livello locale — aprirebbe le porte a piccoli e grandi appetiti edilizi. In una valle così stretta e fragile, la deregulation urbanistica rischierebbe di tradursi rapidamente in parcheggi sproporzionati, seconde case fuori contesto e villette a schiera, provocando guasti estetici e ambientali del tutto irreversibili che distruggerebbero per sempre l’appeal turistico e l’identità profonda della Valsavarenche.

Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del Budello. Foto: Claudio Vicari.

Il limite principale del pezzo giornalistico sta proprio nell’aver rinunciato a un confronto a più voci. Non c’è spazio per la minoranza consiliare di Valsavarenche, preoccupata per il danno d’immagine che il declassamento potrebbe causare all’economia locale, né per il parere di biologi ed ecologi sul rischio di frammentare un corridoio biologico così stretto e delicato, protetto anche dall’Europa come Sito di Importanza Comunitaria. Ridurre una complessa manovra di deregolamentazione urbanistica a una semplice battaglia contro le scartoffie finisce per essere fuorviante.

Suscitano, inoltre, non poca preoccupazione le dichiarazioni del presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Mauro Durbano. La sua apparente apertura a valutare la richiesta di esclusione del fondovalle, mossa dall’idea di trasformare l’abitato in una semplice “zona contigua”, rischia di legittimare politicamente un pericoloso precedente. Sdoganare il principio per cui i confini di un parco nazionale si possono stringere o allargare a seconda delle rivendicazioni e dei malumori locali rischia di indebolire l’intero sistema delle aree protette italiane. Anziché difendere la sacralità e la continuità scientifica dell’ecosistema che è chiamato a tutelare, la presidenza del Parco sembra quasi disposta a cedere a un compromesso al ribasso pur di placare le tensioni con le amministrazioni locali.

In ultima analisi, ciò che rischia di perdersi di vista in questo dibattito è il principio stesso su cui poggia l’esistenza delle aree protette. Un Parco Nazionale non è una proprietà esclusiva delle amministrazioni locali, né un territorio da gestire sulla base delle sole esigenze di chi ci risiede. È, prima di tutto, un bene di tutti i cittadini. Un patrimonio collettivo, nazionale ed europeo, la cui tutela risponde a un interesse generale di conservazione della biodiversità che supera i confini amministrativi e le contingenze politiche del momento.

Claudio Vicari, consigliere comunale di Valsavarenche. Archivio: Claudio Vicari

La Valsavarenche vuole uscire dal Parco Nazionale del Gran Paradiso
di Marco Pili
(pubblicato su loscarpone.cai.it il 17 luglio 2026)

In Valle d’Aosta, si riaccende la decennale questione riguardante i confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso e l’impatto che ha sulla burocrazia alla quale sono sottoposti i cittadini. E lo fa, questa volta, tramite la consegna della documentazione ufficiale, da parte della Comunità del Parco, all’Ente Parco, che prevede cinque proposte di modifica del perimetro del Parco per tre comuni valdostani e due piemontesi. La proposta, in particolar modo, riguarda i comuni di Valsavarenche, Rhêmes-Notre-Dame, Rhêmes-Saint-Georges, Ronco Canavese e Valprato Soana, e ha l’ambizioso obiettivo di risolvere alcuni dei problemi relativi ai confini che attualmente, denunciano i cittadini, li sottopongono a doppie autorizzazioni burocratiche. 

In particolar modo, la proposta di ripristino dei confini riguarda soprattutto la Valsavarenche. La richiesta, presentata dal sindaco e attuale presidente della Comunità del Parco, Roger Georgy, auspica la completa esclusione dell’attuale introflessione – cioè il “Budello”, per oltre cinquant’anni fuori dal Parco – dai confini del Parco stesso. “Il Parco ha già approvato il nostro piano regolatore, ma i cittadini devono comunque chiedere autorizzazioni sia al Comune sia uno speciale ‘nulla osta’ all’Ente Parco. Non chiediamo meno regole, ma che le competenze autorizzative nel fondovalle tornino a essere gestite dal Comune, senza una doppia trafila autorizzativa”, aggiunge Claudio Vicari, assessore comunale di Valsavarenche che, nel 2025, ha raccolto 176 firme a supporto di una petizione che richiedeva esplicitamente l’esclusione del territorio antropizzato dai confini del Parco.

Salendo al rifugio Chabod, sguardo sulla parete nord-ovest del Gran Paradiso. Foto: Cactus26, Wikimedia Commons.

La proposta sul tavolo del Parco
La proposta potrebbe mettere fine a una disputa lunga oltre cinquant’anni che, specialmente nel corso degli anni Ottanta, ha raggiunto toni e tensioni molto accesi: “Si tratterebbe di una compensazione – sottolinea Claudio Vicari – Per fortuna alcuni comuni piemontesi, per ottenere maggior visibilità e prestigio, vorrebbero entrare nel Parco inserendovi zone lontane dai centri abitati, dove non c’è attività edilizia, oppure ampliare alcune zone già incluse al suo interno. Vediamo finalmente la possibilità di escludere il ‘Budello’ dopo anni di battaglia”. 

La modifica riguarderebbe circa 10mila ettari di territorio, e andrebbe a semplificare quello che i cittadini di Valsavarenche dichiarano di vivere da decenni come “un’eccessiva subordinazione e vessazione da parte del Parco”. Un complesso intreccio tra velleità autonomiste e storia dei territori alpini che, nell’ultima metà del secolo scorso, ha dato vita a non poche controversie: “Negli anni Settanta il Parco ci ha bloccato tutta una serie di infrastrutture –  denuncia l’assessore – tant’è che questa vallata non ha mai avuto la possibilità di espandersi a livello turistico. Per realizzare una pista da sci di fondo, così come un piccolo impianto di risalita, siamo stati denunciati più volte e in paese, ancora oggi, ci sono tensioni e attriti, ormai insostenibili, anche tra Ente Parco ed Ente locale. Per questo mi sono mosso con la raccolta firme”.

Palinatura originale posta al confine del Parco. Foto: Claudio Vicari.

Un equivoco nato nel 1922
Le problematiche, però, vengono da lontano, e vanno ricercate addirittura nell’atto fondativo del Parco, cioè la donazione di circa 2200 ettari da parte dell’allora re Vittorio Emanuele III al demanio forestale dello Stato, “per il caso che lo Stato credesse di costituire presso il gruppo del Gran Paradiso nelle Alpi Graie un Parco Nazionale, per conservare le forme nobili della flora e della fauna alpina”, com’è possibile leggere nell’atto stesso riportato in un volume redatto dall’ex sindaco di Valsavarenche, Adriano Chabod. Una decisione che i cittadini interpretarono da subito come una rilevante quantità di “vincoli che di lì a poco avrebbero pesato sulle popolazioni”, si legge poco dopo. 

Questo sentimento, dal 1922 ad oggi, non si è mai ridimensionato e, al contrario, si è inasprito a causa di una particolarità legata alla definizione cartografica dei confini del Parco. La legge del 1922 che costituiva il primo parco d’Italia, infatti, fissava una cosa: l’intero territorio della Valsavarenche era inserito nel Parco, senza nessuna cartografia allegata. A seguito di corpose proteste per i vincoli sul territorio comunale imposti dalla nuova legge, la commissione presieduta dall’on. Anselmi, nel 1923, propose che l’introflessione della Valsavarenche non dovesse far parte del territorio del Parco. Vennero così collocate, da parte dell’Ente Parco, delle tabelle metalliche e lignee e anche delle targhe incastonate nella roccia, a circa 1800 metri di altitudine escludendo di fatto il “budello”, come è possibile osservare anche in una carta pubblicata dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali nel 1960.

Targhe poste a confine del Parco, a circa 1800 m. Foto: Claudio Vicari.

Il nodo del Decreto Marcora: il Budello entra nel Parco
Ma, nel 1977, tutto è cambiato: “I confini adottati nel 1977 hanno di fatto stravolto quella che per anni era una realtà assodata”, sottolinea Vicari. Il riferimento è alla lunga sperimentazione dei confini del Parco, avvenuta tra l’anno di donazione dei terreni da parte del re e la pubblicazione, in Gazzetta Ufficiale, del cosiddetto “Decreto Marcora” del 13 giugno 1977, il quale stabiliva che “i confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso sono quelli indicati nella carta allegata al Regio decreto-legge 3 dicembre 1923”, scrive Federico Chabod. Ma i confini del 1923, a differenza di quelli stabiliti dalla Commissione Anselmi in via sperimentale e riconosciuti anche dal Parco per oltre cinquant’anni, includevano l’introflessione della Valsavarenche nel territorio del Parco, introducendo di fatto il “Budello” all’interno del territorio del Parco.

Una decisione che la popolazione percepì come un vero e proprio danneggiamento, in aggiunta al fatto che nel 1976 la Regione Autonoma Valle d’Aosta stabilì il divieto di caccia nell’introflessione sperimentale, fino a quel momento esclusa dai confini del Parco. Una decisione che garantiva, così, la tutela di specie prima “irrazionalmente decimate nell’improvvido corridoio della Valsavarenche”, come affermò Gianni Oberto Tarena, presidente pro-tempore del PNGP. Fu anche per questo motivo che, a partire dal Decreto Marcora, si interruppe quello che l’ex sindaco di Valsavarenche Chabod definisce, nel volume, un rapporto secondo il quale “Direzione del Parco e Comune di Valsavarenche […] operavano serenamente nel reciproco rispetto e con reciproca lealtà riconoscendo entrambi, evidentemente, l’introflessione di Valsavarenche come confine effettivo del Parco”.

Cartello di divieto di caccia e pesca all’interno del Parco. Foto: Claudio Vicari.

Mezzo secolo di braccio di ferro: dal 1977 a oggi
Da quel momento, la tensione tra il Comune e l’Ente Parco non si è più placata, fino a sfociare, nella notte del 30 aprile 1985, in un attentato dinamitardo contro un traliccio dell’alta tensione di proprietà di Enel ai limiti dell’abitato di Valsavarenche. Un episodio che gli atti del Consiglio regionale della Valle d’Aosta, ancora oggi consultabili, collegarono esplicitamente alla decisione dell’Ente Parco di abbassare la quota della palinatura, includendo di fatto l’introflessione della Valsavarenche nei suoi confini: “Da lì sono iniziate tutte le battaglie, e per protesta non sono più state presentate liste elettorali per le elezioni comunali per più di due anni, dal 1985 al 1988”, racconta Vicari. Una protesta che, secondo l’assessore, non riguardò solo il nodo del perimetro cartografico, ma anche il mancato sviluppo della valle: “Negli anni Settanta, il Parco ci bloccò tutta una serie di infrastrutture. Per illuminare un tratto di pista di sci da fondo, così come per realizzare un piccolo impianto di risalita o allargare una strada poderale per giungere all’alpeggio più importante della nostra valle, siamo stati denunciati più volte“. 

Vicende che, secondo Vicari, conservano anche una matrice identitaria: “In Valle d’Aosta ci sentiamo storicamente autonomisti, e il nostro obiettivo è giungere a un’organizzazione politica federalista. Secondo noi le competenze sugli abitati dovrebbero tornare a essere esclusivamente dell’Ente locale, e non dello Stato. È riduttivo imputare tutto ciò al solo discorso delle doppie autorizzazioni, ma ora vediamo finalmente una possibilità. Prima, però, dobbiamo risolvere il nodo della doppia burocrazia”, afferma Vicari, che approfondisce le ragioni burocratiche della proposta di ripristino dei confini: “Il piano regolatore generale comunale è già stato approvato dall’Ente Parco. Eppure, per ciascun intervento edilizio, ai cittadini viene richiesta una seconda autorizzazione, con esiti che non sempre coincidono. Quando il Comune concede l’assenso e il Parco esprime il proprio dissenso, il parere vincolante risulta essere quello del Parco, anche per lavori di piccola entità come uno scavo per passare un tubo per un intervento di drenaggio pubblico, così come per la scelta della pavimentazione o per la manutenzione ordinaria delle lose di un tetto”, racconta.

Mauro Durbano, presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Il Parco apre a una soluzione
A oltre un anno dalla petizione, la proposta è arrivata sul tavolo dell’Ente Parco, e il clima, questa volta, è di apertura. Il presidente del Parco nazionale del Gran Paradiso, Mauro Durbano, pur dicendosi ancora in fase di valutazione del fascicolo, lascia intendere che la richiesta della Comunità del Parco potrebbe venire accolta, come dichiarato al periodico Gazzetta Matin. La proposta di modifica, inoltre, renderebbe l’abitato “zona attigua al Parco”, non toccando così la regolamentazione dell’attività di caccia e pesca, ma modificando unicamente il processo di approvazione per altri tipi di procedimento come, ad esempio, in ambito edile. Parole che segnano una distanza netta rispetto al registro tenuto nei decenni precedenti, sottolinea Vicari, quando il Parco veniva percepito dalla popolazione come un ostacolo sistematico a ogni tipo di intervento sul territorio, e che lasciano presagire la possibile conclusione di un diverbio lungo ormai cinquant’anni.



“La biodiversità non si tutela nei centri abitati”
di Toni Farina

Questa pillola di profonda saggezza è alla base della possibile estromissione dei centri abitati dal confine del Parco Nazionale Gran Paradiso. Il fatto che a pronunciarla sia stato il Presidente Mauro Durbano è sintomatico dei tempi. Presuppone una visione di parco e di biodiversità vecchia di almeno un secolo, che è poi l’età di questo parco. Un parco vecchio, appunto.

La richiesta è partita dalle comunità locali, così come è partita dalle comunità locali la proposta di ampliamenti sul versante piemontese. Una contraddizione solo apparente: le richieste di ampliamento riguardano soprattutto zone di crinale, lontane da centri abitati. Secondo i promotori si “creerebbero in tal modo in tal modo corridoi ecologici”, ma si consentirebbe l’ingresso nell’area protetta di comuni confinanti ora esclusi: Pont Canavese, Ingria, Sparone, Groscavallo (!) che beneficerebbero in tal modo del marchio del parco (indubbio attrattore turistico), evitando al contempo la “grana” della problematica convivenza con le zone urbanizzate, da sempre ragione di conflitto.

L’ingresso di Groscavallo è per molti aspetti paradossale, trattandosi di un comune della Val Grande di Lanzo geograficamente e storicamente alieno.

Non entro nel merito dei tecnicismi di cui si vocifera (vedasi la proposta di area contigua): per il Gran Paradiso, primo parco naturale italiano, la questione è più complessa e riguarda la storia di questo parco, la sua origine, la sua esistenza tribolata. Il nodo critico della Valsavarenche, dove ancora non si perdona al parco il fatto che la sua presenza abbia in passato impedito di beneficiare dell’oro bianco, mentre nelle valli vicine nascevano le grandi aree sciistiche. La mancata funivia per la cima del Gran Paradiso.

La decisione della comunità locale, dicevo, sottende una logica datata: va bene il parco, ma se ne stia “a casa sua”, lassù sui bricchi. Una visione “dentro-fuori” che in realtà oggi, nel tempo dello sviluppo “sostenibile” (preferisco chiamarlo futuro possibile), non ha ragion d’essere.

Foto: Toni Farina.

Una decisione figlia di questi tempi di marcia indietro che coinvolge anche l’ambiente (il green new deal tramontato). E proprio oggi che le criticità ambientali, il mutamento climatico, l’erosione di biodiversità, si stanno palesando in tutta la drammaticità, il presidente del primo parco italiano afferma che “la biodiversità non si tutela nei centri abitati”. Ma lo pensa davvero? E allora la rete di parchi urbani europei che ci sta a fare? Le grandi città europee e non solo che hanno al limitare dell’abitato, nell’abitato, sulle rive dei corsi d’acqua, vaste aree di natura, plastica dimostrazione che la convivenza è possibile. E non solo, la natura, la biodiversità, è un fattore determinante per il miglioramento della qualità della vita.

I montanari, gli abitanti della “terre alte”, si dirà che non ne hanno bisogno, perché loro con la natura ci convivono, ci hanno fatto i conti da sempre. Ma oggi è con il turismo che occorre fare i conti, le sue forme più invasive e perverse.

I parchi, come già dimostrato, sono un’alternativa anche per questo: laboratori di sostenibilità, non avulsi dal consorzio umano ma che lo comprendono.

Il Parco Gran Paradiso ha già una zonizzazione. La gestione territoriale a 3000 metri non è la stessa del fondovalle abitato. Chiederne l’uscita è solo un fatto di principio. Perché il parco, questo parco, anche se il governo è di fatto affidato agli enti locali, e lo stambecco è da tempo in bella mostra sulle brochure turistiche, non è mai davvero stato accettato.

O meglio: accettato sì, purché non faccia troppo il suo lavoro. Che in fin dei conti sarebbe quello di costruire un futuro possibile.

Un mondo in cui non ci sia bisogno di parchi.


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