a Materia il viaggio di Pippo Civati tra libri proibiti e censura



Materia si è riempita per il reading di Giuseppe Civati, tratto dal suo ultimo libro e dedicato alla censura dei libri attraverso i secoli. Un racconto costruito intrecciando letteratura, storia e attualità, con un filo conduttore preciso: i libri possono essere proibiti, sequestrati o bruciati, ma le idee che custodiscono continuano a riemergere.

Il punto di partenza è stato Michail Bulgakov, autore di quello che Civati ha definito «forse il più bel romanzo del Novecento», Il Maestro e Margherita. Bulgakov, perseguitato dalla censura sovietica, bruciò una prima stesura del manoscritto nel 1928, quasi per anticipare la repressione che sarebbe arrivata, per poi riscriverlo negli anni successivi e completarlo poche settimane prima della morte.

Dal romanzo arriva la frase pronunciata dal diavolo Woland e diventata nel tempo il simbolo della resistenza contro ogni censura: «I manoscritti non bruciano».
b ha spiegato Civati. «Rimangono e resistono anche alle censure più efferate e possono rispuntare da un momento all’altro».

Fahrenheit 451 e la censura “per il nostro bene”

Il viaggio è proseguito con Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, il romanzo nel quale i pompieri non spengono gli incendi, ma bruciano i libri. Civati si è soffermato soprattutto sul paradosso alla base della censura descritta da Bradbury: i libri vengono eliminati non ufficialmente per opprimere, ma per evitare che qualcuno possa sentirsi offeso o messo in discussione.

«Non possiamo permetterci di offendere o scontentare le minoranze, per quello bruciamo i libri», ha ricordato Civati citando il ragionamento del capitano Beatty. Una giustificazione che, secondo l’editore, ritorna anche nel presente, quando la censura viene presentata come una difesa della libertà di espressione o come tutela della maggioranza.

«Io censuro perché ho paura di subire la censura», ha sintetizzato Civati, evidenziando uno dei principali paradossi della cultura contemporanea.

Gli Stati Uniti e i libri messi al bando

Buona parte del reading ha riguardato il fenomeno dei libri contestati o rimossi dalle biblioteche scolastiche americane, in particolare in Florida e Texas. Secondo i dati citati da Civati, negli ultimi anni i titoli coinvolti sarebbero arrivati fino a 25mila.
Le opere colpite riguardano soprattutto le minoranze, le identità di genere, la violenza contro le donne e le discriminazioni razziali, ma gli elenchi si sono progressivamente allargati fino a comprendere libri e autori molto diversi tra loro.

Tra i casi ricordati, il libro per bambini scritto dall’attrice Julianne Moore, dedicato a una bambina discriminata per le lentiggini, e persino Elegia americana, il memoir del vicepresidente statunitense J.D. Vance, inserito tra le opere da esaminare nelle scuole gestite dal Pentagono.
«Sono riusciti a censurare il libro di una persona che aveva studiato proprio nelle scuole del Pentagono», ha osservato Civati, sottolineando l’aspetto grottesco della vicenda.

Il caso più emblematico resta però Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, tra i libri più contestati negli Stati Uniti insieme a 1984 di George Orwell e a Il mondo nuovo di Aldous Huxley.
Atwood ha reagito facendo realizzare una copia ignifuga del proprio romanzo, costruita con materiali capaci di resistere alle fiamme. Il volume è stato poi venduto all’asta per 130mila dollari, devoluti a Pen America, l’associazione che difende la libertà di espressione e i libri censurati.

L’Italia tra Dostoevskij, Salvini e i programmi scolastici

Il reading ha attraversato anche alcuni casi italiani. Civati ha ricordato la sospensione, poi ritirata, del corso di Paolo Nori su Dostoevskij all’Università Bicocca, avvenuta nei giorni successivi all’invasione russa dell’Ucraina. «Dostoevskij è immortale», ha detto riprendendo un’altra celebre battuta di Bulgakov. La vicenda, ha osservato, ha finito per produrre l’effetto opposto: «Nori doveva fare quattro lezioni e ha detto di averne fatte poi centoquattro».

Civati si è poi soffermato sulla polemica sollevata da Matteo Salvini e dall’allora deputato leghista Rossano Sasso contro un libro di Walter Veltroni sulla Costituzione, distribuito in una scuola di Buccinasco. Al centro delle contestazioni c’era la storia di un bambino che indossava scarpe con il tacco, interpretata come riferimento alla cosiddetta “teoria gender”. Quel bambino, però, era Pio La Torre, costretto da piccolo a utilizzare le scarpe di una zia a causa della povertà della famiglia.

«Il mio consiglio è: prima di censurare i libri, leggeteli», ha commentato con sarcasmo Civati.

Un altro passaggio è stato dedicato alla revisione dei programmi di filosofia dei licei, con la riduzione dello spazio riservato ad autori come Spinoza, Marx, Kant e Leibniz e un maggiore rilievo assegnato ad alcuni pensatori italiani dell’Ottocento.

Per Civati, episodi differenti ma accomunati dal tentativo di restringere gli spazi del pensiero critico, spesso presentato come eccessivamente complesso, divisivo o ideologico.

Il Don Chisciotte e il rogo di Berlino

Uno dei momenti centrali della serata è stato dedicato al Don Chisciotte di Cervantes. Prima ancora di diventare cavaliere, ha ricordato Civati, Don Chisciotte è un lettore: vende parte dei propri terreni per acquistare libri di cavalleria e finisce per confondere la letteratura con la realtà.

Mentre il protagonista è privo di sensi, il curato e il barbiere del villaggio esaminano la sua biblioteca, decidendo quali libri salvare e quali distruggere. I volumi vengono trattati come esseri viventi, colpevoli da giudicare e condannare. «Le due donne avevano voglia di vedere morire quegli innocenti», ha ricordato Civati citando Cervantes. Una rappresentazione che rende la censura simile a un processo contro le persone, prima ancora che contro gli oggetti.

Civati ha collegato questa scena al rogo nazista dei libri del 10 maggio 1933, quando a Berlino furono distrutti oltre 20mila volumi. Oggi, in Bebelplatz, una biblioteca sotterranea vuota, visibile attraverso una lastra di vetro, ricorda i libri bruciati.

«Una camera sotterranea di scaffali deserti», l’ha definita Civati, capace di contenere idealmente tutti i volumi scomparsi quella notte.

Il rogo di Casbeno

Il racconto ha toccato anche la storia locale. Civati ha ricordato il rogo avvenuto nel 1961 alla Questura di Varese, dove venne bruciata un’edizione del marchese de Sade pubblicata da Luigi Veronelli.

Un episodio – l’ultimo rogo di libri in Italia – che ha riportato il tema della censura dalle grandi vicende del Novecento fino alla storia di Varese e che Civati ha indicato come uno degli ultimi roghi pubblici di libri avvenuti in Italia.

I libri come persone

Nel corso della serata Civati ha insistito sul rapporto tra i libri e le persone che li scrivono, li leggono e li tramandano. Ha citato John Milton, che nell’Areopagitica paragonava la distruzione di un buon libro all’uccisione di un essere umano: «Chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa».

«I libri non sono cose assolutamente morte», ha letto Civati. «Preservano come in una fiala la più pura essenza e virtù di quella mente che ha trasfuso in loro la propria vita».

Lo stesso legame ritorna nel finale del film Fahrenheit 451 di François Truffaut, nel quale gli oppositori della censura imparano i libri a memoria, trasformandosi in biblioteche viventi.

«Noi bruciamo i libri, ma li conserviamo qui dentro, dove nessuno può trovarli», ha ricordato Civati. L’obiettivo è custodirli fino al momento in cui potranno essere nuovamente stampati.

Amazon e la nuova concentrazione editoriale

Nella parte conclusiva Civati ha affrontato una forma di censura meno evidente, legata non ai roghi o ai divieti espliciti, ma alla concentrazione del potere editoriale e distributivo nelle mani di poche piattaforme globali.

Il riferimento è stato alle riflessioni di Marina Berlusconi, presidente di Mondadori, sul ruolo di Amazon e sulla possibilità che un unico soggetto possa condizionare l’accesso ai libri per intere popolazioni. «Siamo così sicuri che, una volta eliminati editori, librai e agenti letterari, Amazon non deciderebbe che cosa farci leggere, quando e a che prezzo?», ha letto Civati.

Una censura potenzialmente più silenziosa e pervasiva, perché non passa dalla distruzione materiale dei libri, ma dalla loro visibilità, disponibilità e distribuzione.

La censura attraverso la distrazione

Il reading si è chiuso con Il mondo nuovo di Aldous Huxley e con l’idea di una censura che non ha bisogno di vietare i libri, perché rende le persone incapaci o disinteressate a leggerli. A differenza di Orwell, preoccupato da un potere che controlla e reprime, Huxley immaginava una società governata dall’intrattenimento, dal consumo e dalla distrazione permanente.

«Non c’è bisogno di un dittatore», ha osservato Civati. «C’è bisogno di una serie di comportamenti da farci assumere». Il riferimento più immediato è stato al rapporto con gli smartphone e allo scorrimento continuo di video e contenuti brevi, contrapposto al tempo più lento dell’argomentazione e della lettura. Civati ha ricordato una battuta del poeta Joseph Brodsky: «C’è solo una cosa peggiore di bruciare i libri: non leggerli».

Pippo Civati

La lettura come argine

L’ultima parte dell’incontro è stata dedicata alle biblioteche e agli spazi culturali gratuiti. Civati ha definito la biblioteca «l’unico posto dove il capitalismo non c’è», perché consente l’accesso ai libri senza l’obbligo di acquistarli.

Un modello che, secondo Civati, presenta molte affinità con Materia: un luogo aperto, attraversato da voci differenti e capace di costruire ogni sera una comunità diversa.

«Bisogna recuperare la dimensione della lettura, del tempo e dell’approfondimento», ha detto. «Ci aiuta anche in termini democratici».

Il reading si è concluso con Kurt Vonnegut e con la sua idea delle biblioteche come luogo nel quale riconoscere l’America più autentica. Difendere la lettura, le biblioteche e gli spazi di confronto, ha osservato Civati, non significa soltanto proteggere i libri, ma conservare la memoria e la capacità critica delle persone.

«Perdere questo legame potrebbe essere molto pericoloso», ha concluso, «ben più di un rogo».





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