Rinascita: il valore del rinnovo di una vecchia via
di Simon Heiss
Il telefono squilla. Rispondo. È Barbara, mi chiede se sono occupato. «No», rispondo, mentre in sottofondo Heinz dice che vorrebbe andare ad arrampicare. Preparo l’attrezzatura e scendiamo nella Valle del Sarca, alla Cima alle Coste, per fare la Via della Rinascita di Maurizio Giordani e Franco Zenatti (650 m, VI+/R4/IV, 30 aprile 1983). Durante il viaggio Heinz controlla i messaggi sul cellulare. Maurizio gli ha scritto che sarebbe felice se la Rinascita potesse rinascere e che sarebbe lieto di dare una mano in qualche modo, solo che non può ancora arrampicare perché ha problemi al piede. Arrivati al parcheggio del lago Bagattoli piove a dirotto, aspettiamo un po‘, ma non migliora, e quindi decidiamo di tornare il giorno dopo.
«Che senso ha arrampicare e ripristinare una via così vecchia e quasi mai ripetuta?», chiedo. «La via è come addormentata, in realtà lo è tutta questa parte di parete della Cima alle Coste», osserva Heinz. Per lui è importante reintegrare i vecchi percorsi e con essi eventualmente anche intere sezioni di parete nel contesto dell’arrampicata. Egli sostiene che ciò abbia un effetto armonizzante sulla storia dell‘alpinismo. Le vie di arrampicata sportiva sono sempre più numerose e molto frequentate, mentre un percorso di questo tipo, che rappresenta un pilastro dell’alpinismo, sta scomparendo dal panorama dell‘arrampicata. L’ultima scalata conosciuta e publicata della via risale a 9 anni fa quando Emanuele Andreozzi ha ripetuto il percorso assieme a Mirto Monaco. Il loro racconto fa supporre che sia stata un’impresa avventurosa.
Il giorno dopo cerchiamo la roccia migliore in quel terreno solcato da cenge. Nei primi tiri che percorriamo troviamo due vecchi chiodi. Heinz ne riconosce uno come suo: lo aveva lasciato lì durante un tentativo di ripetizione diversi anni fa, non era però riuscito ad andare oltre un cespuglio spinoso, che gli era sembrato insuperabile e per questo aveva deciso di tornare indietro.
Ci imbattiamo nel cespuglio spinoso durante il nostro tentativo con Florian, fortunatamente lo sfioriamo soltanto, poiché la variante che abbiamo tracciato per i primi tiri si snoda più a sinistra e così non è necessario strisciare tra le spine per raggiungere la traversata che, secondo Andreozzi, è «facile».

Con questa traversata inizia la parte centrale dell’itinerario e, secondo la descrizione, poco dopo vengono le difficoltà principali. Attraverso con cautela per arrivare ad un tipo di rampa che porta alla sosta sotto il grande diedro bianco. Siamo a metà maggio, ma soffia un vento gelido, così forte che non si vedono più appigli e appoggi. Tiro fuori con le mani uno dei due chiodi della sosta, mentre l‘altro rimane al suo posto. Ne aggiungo un secondo. Nel traverso, per calmarmi i nervi, ho messo una fettucia attorno a un alberello che non ha più di un centimetro di diametro. Quando Heinz e Florian arrivano da dietro l‘angolo e, lottando contro il vento nel traverso, cercano di afferrare la fettucia, ho un attimo di dubbio sulla mia strategia. Fissiamo un anello sulla sosta, lasciamo lì l’attrezzatura e ci caliamo.
L‘imponente diedro bianco mi toglie il fiato. Già nei primi metri, una serie di massi grandi come armadietti è incastrata nell‘angolo tra le pareti ripide. Mi faccio strada con cautela e preferisco appigli e appoggi precari ai lati piuttosto che toccare uno di quei blocchi. Heinz non osa nemmeno avvicinarsi, dato che Florian lo segue a pochi metri di distanza. Per Florian la sicurezza è una questione fondamentale e la considera garantita soprattutto quando l‘arrampicatore ha sotto le mani roccia solida. Senza sforzo stacca dalla parete un masso dopo l’altro che precipitano fragorosamente a valle.

Le successive due lunghezze sono classificate VI+, ma o all’epoca non esistevano valutazioni più difficili, oppure la mia percezione non è particolarmente obiettiva a causa del vento ancora freddo e dei passaggi ricoperti di muschio, erba e roccia friabile.
Secondo Emanuele Andreozzi, che ha ripetuto la via, da questo punto in poi la roccia dovrebbe diventare friabile. Ci caliamo e alla domanda di Heinz su come proseguirà il percorso nelle prossime lunghezze, Maurizio risponde che la situazione migliorerà. Non so a cosa credere, una cosa però è certa: le lunghezze successive sono ora più facilmente raggiungibili dall’alto.
Ci caliamo e, dove necessario, intendiamo rimuovere blocchi instabili. Quel giorno però ci sono degli scalatori nel grande diedro verso lo Scudo, quindi invece di rimuovere massi, ci caliamo solo fino ai piedi del diedro rosso sotto il Naso e risaliamo scoprendo una variante di uscita che potrebbe aggirare un‘altra zona friabile.
In uno dei giorni più caldi di maggio, con una temperatura prevista di 32 gradi, decidiamo comunque di affrontare l‘intera via. Grazie alla rimozione dei detriti e delle rocce frantumate, nonché al miglioramento delle soste, procediamo bene. Già dopo pochi metri i piedi iniziano a bruciare, il sole picchia senza pietà e le rocce tutt‘intorno sono roventi come in un forno. Ci rifugiamo sotto un cespuglio su una cengia per aspettare il vento, che di solito nel pomeriggio si fa sempre più forte.
I lavori di pulizia e l‘aggiunta di chiodi in punti strategici stanno dando i loro frutti. Alcuni passaggi, come la traversata e il primo tratto del diedro bianco, sono più fluidi da scalare e più piacevoli da vivere, anche se alcune zone richiedono ancora un lavoro di pulizia non prevedibile, tanto che persino Heinz, che ha già alle spalle alcuni casi complessi in termini di pulizia, per il momento l‘accetta così come sono. Forse qualcuno tra coloro che rifaranno la via farà qualcosa a sua volta.
La via ora si presenta bene nelle sue caratteristiche lunghezze.
Abbiamo lasciato tutti i chiodi originali intermedi come ad esempio nell’imponente diedro rosso sotto il “Naso” e abbiamo aggiunto solo qualche chiodo in più, per gli alpinisti meno avventurosi o per chi ogni tanto ricorre a una staffa.
Con una leggera brezza e l‘atmosfera serale, mi arrampico sullo spigolo del penultimo tiro e percorro i pochi metri che mi separano dalla sosta. Mentre assicuro Florian e Heinz, in un passaggio difficile sento: «Recupera ancora bene».
Rendere più accessibile una via storica e coltivarla non significa per me sminuire i valori morali e le eccezionali capacità dei primi scalatori, ma cercare di riprenderli e dare loro una nuova collocazione. Spero che la Rinascita, come ha detto Heinz, torni sulla scena dell’arrampicata e viva così, nel senso di Maurizio, una rinascita.

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