cosa cambia ora tra tariffe e crisi del petrolio


Il fronte commerciale globale si riaccende. Dalla mezzanotte tra giovedì 23 e venerdì 24 luglio, l’amministrazione Trump ha fatto scattare nuovi dazi compresi tra il 10% e il 12,5% su oltre 60 partner commerciali degli Stati Uniti, responsabili del 99% circa delle importazioni americane. Tra i Paesi coinvolti figurano Unione europea, Regno Unito, Canada, Giappone, Corea del Sud, Cina, India e Brasile interessando così sia alleati storici come Unione europea, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Canada, sia grandi economie come Cina, India e Brasile.

La mossa arriva dopo lo stop imposto a febbraio dalla Corte Suprema statunitense ai dazi “reciproci” varati da Trump, giudicati privi di base legale sufficiente. L’amministrazione ha quindi cambiato strategia giuridica: il nuovo pacchetto si fonda sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, al termine di un’indagine avviata il 12 marzo scorso sul mancato contrasto all’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Una base normativa ritenuta più solida rispetto a quella bocciata dai giudici, e pensata per resistere a un eventuale nuovo ricorso.

Il meccanismo prevede due aliquote: 10% per i Paesi considerati dotati di una legislazione contro il lavoro forzato ma accusati di non applicarla con rigore sufficiente — è il caso dell’Unione europea, del Regno Unito e del Canada — e 12,5% per Cina, Giappone e Corea del Sud. L’India, secondo l’amministrazione americana, è invece riuscita a ottenere l’aliquota più bassa dopo aver approvato una normativa a tutela dei lavoratori. Il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer, ha motivato la scelta ricordando che gli Stati Uniti hanno un divieto di importazione legato al lavoro forzato da quasi un secolo e lo applicano con rigore, sostenendo che sia ora che anche i partner commerciali facciano lo stesso.

Restano fuori dal nuovo impianto i beni già soggetti a tariffe specifiche per motivi di sicurezza nazionale — acciaio, alluminio, automobili e componentistica — oltre a petrolio, gas naturale e fertilizzanti. Per l’Unione europea, in particolare, Washington ha confermato alcune esenzioni aggiuntive per sughero, diamanti, aeromobili e componenti, medicinali generici e principi attivi, mantenendo comunque il tetto complessivo al 15% previsto dall’accordo bilaterale Ue-Usa. Sul fronte farmaceutico, Trump ha inoltre annunciato dazi sui farmaci generici che entreranno in vigore dal 2028, con un’escalation fino al 200% l’anno successivo, una misura che punta a spingere la produzione farmaceutica sul suolo americano ma che preoccupa già ora l’industria del settore.

Le risposte di Bruxelles e Pechino: due letture opposte

Le reazioni internazionali si sono divise. Pechino ha scelto la linea della ferma condanna: il ministero degli Esteri cinese ha ribadito l’opposizione a qualsiasi forma di misura tariffaria unilaterale, sostenendo che le guerre commerciali non giovano a nessuno.

Bruxelles, al contrario, ha reagito con toni sorprendentemente concilianti. La Commissione europea ha definito la decisione americana un segnale positivo, coerente con gli impegni assunti da Washington, sottolineando di aver già rispettato la propria parte dell’intesa rendendo operative dal 1° luglio 2026 le riduzioni tariffarie concordate e considerando la mossa Usa un’apertura utile a proseguire il dialogo su altri dossier, dalle materie prime critiche all’intelligenza artificiale. Una lettura non scontata, se si considera che le nuove tariffe restano comunque un aggravio per le imprese europee, e che arrivano a pochi giorni dalla multa da quasi 900 milioni di euro comminata dall’Ue a Google per violazione del Digital Markets Act, una coincidenza che diversi osservatori leggono come possibile ritorsione incrociata tra le due sponde dell’Atlantico.

Più caute le parole dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, che ha definito infondate le motivazioni legate al lavoro forzato, parlando di una sorpresa negativa rispetto al rispetto dell’accordo commerciale siglato lo scorso anno. Sulla stessa linea prudente il presidente della commissione Commercio internazionale dell’Europarlamento, Bernd Lange, secondo cui l’Unione si era preparata al peggio e il risultato è andato meglio del previsto, pur senza abbassare la guardia.

Il fronte mediorientale aggrava l’incertezza: Brent sopra i 100 dollari

A complicare il quadro economico globale contribuisce la crisi in Medio Oriente. Il petrolio Brent ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile per la prima volta da fine maggio, dopo che tra il 22 e il 23 luglio il greggio è balzato del 6,2%, in seguito alla rivendicazione da parte dei miliziani Houthi, sostenuti dall’Iran, degli attacchi contro due petroliere saudite nel Mar Rosso. La minaccia si estende ora anche allo stretto di Bab el-Mandeb, seconda rotta di esportazione del greggio saudita dopo che quello di Hormuz risulta bloccato dall’Iran dallo scorso 12 luglio. Alcune petroliere dirette in Asia hanno già invertito rotta il 21 luglio per evitare le acque yemenite, un segnale delle crescenti difficoltà logistiche per il commercio energetico globale.

Per il momento, secondo il gruppo di coordinamento dell’Unione europea sul petrolio, non si registrano criticità immediate per le forniture al continente. Ma la tensione resta alta: in Italia il rincaro si è già scaricato sui prezzi alla pompa, con benzina e gasolio ai massimi dell’anno.

Cosa aspettarsi 

Sul fronte commerciale, la partita non si chiude qui. La nuova base giuridica scelta dall’amministrazione Trump — la Sezione 301, diversa da quella bocciata dalla Corte Suprema — è pensata proprio per resistere a eventuali contenziosi legali, ma non è escluso che alcuni dei Paesi coinvolti tentino comunque vie di ricorso o negoziati bilaterali per ottenere esenzioni aggiuntive, sul modello di quelle già concesse all’Ue per sughero e diamanti. Il memorandum firmato da Trump prevede inoltre contingenti tariffari per Bangladesh, Cambogia, Indonesia e Malaysia, pensati per incentivare l’importazione di cotone e prodotti tessili statunitensi, un dettaglio che suggerisce come la nuova architettura tariffaria punti anche a riequilibrare specifici comparti industriali americani.

Sul piano macroeconomico, l’elemento da monitorare nelle prossime settimane sarà l’intreccio tra dazi e crisi energetica: se il rialzo del petrolio dovesse consolidarsi sopra i 100 dollari, l’effetto combinato con le nuove tariffe rischia di alimentare pressioni inflattive sia negli Stati Uniti sia in Europa, complicando ulteriormente le scelte delle banche centrali. Resta poi da vedere se l’annuncio sui farmaci generici — con dazi previsti dal 2028 e un’impennata fino al 200% l’anno successivo — produrrà già ora effetti anticipati sulle strategie di investimento delle case farmaceutiche, chiamate a decidere se rilocalizzare la produzione negli Stati Uniti in tempo utile.

L’Italia tra prudenza istituzionale e pressioni dell’opposizione

Sul fronte italiano, il governo ha per ora mantenuto un profilo relativamente basso rispetto al nuovo pacchetto tariffario, in linea con l’approccio già adottato nei mesi scorsi di fronte alle turbolenze commerciali innescate da Washington. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto oggi a Radio Anch’io su Rai Radio1, si è concentrato principalmente sui temi di politica interna, mentre sul dossier commerciale l’esecutivo sembra affidarsi alla linea negoziale già tracciata da Bruxelles, che ha accolto le nuove misure come sostanzialmente coerenti con l’accordo Ue-Usa del 2025.

Va ricordato che, in occasioni analoghe nei mesi scorsi — basti pensare allo stop della Corte Suprema di febbraio — l’esecutivo italiano è stato più volte criticato dalle opposizioni per la scarsa tempestività nel definire una linea netta: il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle avevano allora chiesto a Giorgia Meloni una presa di posizione più incisiva a tutela degli interessi nazionali, in particolare per i comparti più esposti come il vino e l’agroalimentare made in Italy.

Con l’aggravarsi in parallelo della crisi energetica mediorientale — che rischia di pesare sui conti pubblici italiani attraverso il caro-carburante e sull’inflazione — il governo si trova ora a gestire contemporaneamente due fronti di instabilità internazionale, in un contesto in cui la tenuta della manovra di bilancio autunnale potrebbe risentire sia dei rincari energetici sia degli eventuali contraccolpi sull’export nazionale verso gli Stati Uniti.


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