Grandi carnivori 2025
(cosa raccontano i nuovi rapporti di Trento e Bolzano)
di Mauro Fattor
La pubblicazione quasi in contemporanea, o comunque a distanza di poche settimane, tra aprile e maggio 2026, del Rapporto Grandi Carnivori 2025 della Provincia Autonoma di Trento e di quello della Provincia Autonoma di Bolzano, va letta non tanto come una fortunata coincidenza quanto piuttosto come l’opportunità di analizzare in maniera sinottica e integrata due documenti che sono e restano fondamentali per comprendere lo stato di salute e le dinamiche delle popolazioni di orso, lupo, lince e sciacallo dorato nell’arco alpino centro-orientale. Letture complementari che, insieme, restituiscono un quadro complesso e, in alcuni casi, anche non del tutto coerente, della situazione dei grandi carnivori: popolazioni in espansione, territori sempre più condivisi e, allo stesso tempo, segnali che invitano alla prudenza, soprattutto sul fronte della mortalità non naturale.
Orso bruno: una crescita in frenata
Il dato più atteso riguardava ovviamente l’orso bruno. Il Rapporto trentino stima per il 2025 118 orsi (esclusi i 25 cuccioli dell’anno) con un intervallo di confidenza, ovvero un numero minimo e un numero massimo di esemplari, compreso tra i 99 e i 141 individui. Si tratta di un valore sostanzialmente stabile o appena di leggera crescita rispetto al 2023, quando la popolazione ursina era stimata in 112 esemplari, con un intervallo di confidenza compreso tra i 97 e i 130 individui.
L’elaborazione di stime di consistenza e di densità questa volta è stata fatta applicando modelli di marcaggio e ricattura genetica spazialmente espliciti, detti SECR, ritenuti più accurati e adatti a una popolazione in espansione territoriale. Non si tratta di un dettaglio perché fino ad oggi era stato applicato un modello di marcaggio e ricattura genetica non spaziale. Questo significa che i risultati ottenuti non sono immediatamente sovrapponibili a quelli pubblicati nei precedenti Rapporti Grandi Carnivori. Il dato di densità media di popolazione per il 2025 è pari a 1.63 orsi/100 km2 nell’area considerata che comprende, oltre il Trentino Occidentale, anche porzioni delle province di Bolzano e Verona e della regione Lombardia. Va detto che la densità di popolazione non è omogenea in tutta l’area, ma sostanzialmente diminuisce progressivamente allontanandosi dal gruppo di Brenta e dalle aree circostanti.
Considerando anche gli spostamenti più lunghi effettuati dai giovani maschi, in base ai dati acquisiti, la popolazione di orso delle Alpi centrali si è distribuita nel 2025 su un’area teorica di 19.375 kmq. Su questo punto però bisogna essere chiari. Quest’area ha un centro di irraggiamento, una core-area, e una periferia che corrisponde agli spostamenti più rilevanti compiuti da singoli individui. In mezzo ci sono migliaia di kmq in cui di orsi non c’è traccia. Per questo, l’area da cui si è estrapolato il dato sulla densità è molto più circoscritta, e si attesta sui 7.240 kmq contro i circa 6.560 della stima di consistenza del 2023. Il territorio stabilmente occupato dalle femmine rimane invece assai più contenuto (2.805 kmq), ma comunque in aumento rispetto al 2023 (+26%). Un dato importante. Si conferma infatti anche nel 2025 il trend di lenta ma costante espansione dell’areale occupato in permanenza dalle femmine, che tra il 2003 e il 2023 aveva già fatto registrare un aumento del 137%. In particolare, nel 2025 è confermato l’utilizzo praticamente di tutto il Trentino occidentale, mentre spicca la presenza di un’orsa anche in Alto Adige, in Val Martello.
Il Report trentino è poi ricchissimo di altre informazioni di grande interesse, per le quali si rimanda direttamente al sito del Servizio Faunistico della Provincia autonoma di Trento. Il Report altoatesino, dal canto suo, conferma la presenza di orsi in espansione verso nord, con segnalazioni che interessano il bacino venostano. Non fornisce però una stima autonoma, ma mostra chiaramente come l’areale trentino si sta ampliando oltre i confini provinciali, soprattutto per le femmine. Va ricordato, comunque, che la stima di popolazione sul Report della Provincia di Trento è già comprensiva della quota di orsi che gravitano in Alto Adige Anche, tanto nel settore orientale della provincia quanto in Val d’Adige. Anche in questo caso, maggiori informazioni sono reperibili sul sito dell’Ufficio Fauna Selvatica della Provincia Autonoma di Bolzano.
Lupo: branchi in calo in Trentino, in aumento in Alto Adige
I dati raccolti in Trentino, nel loro insieme, fanno stimare nel 2025 una consistenza minima pari a 22 branchi (o gruppi familiari), i cui home range hanno interessato del tutto o in parte il territorio provinciale. Si tratta di un calo di 5 branchi rispetto ai 27 branchi rilevati nel 2024. Per la prima volta, dunque, il dato pare indicare una riduzione della popolazione dopo quattro anni di sostanziale stabilità (2021 2024). Da segnalare che i dati non prendono in considerazione la quota di lupi che non fanno parte di branchi, vale a dire la quota di animali solitari, generalmente in dispersione alla ricerca di nuovi territori e partner. Dei 22 branchi rilevati, 12 si trovano in Trentino Orientale e 10 in Trentino Occidentale. Nonostante il calo di popolazione, la specie è in ulteriore espansione spaziale, con una situazione in rapida evoluzione anche in zone a minore densità come il Trentino sud-occidentale. Quanto alla provincia di Bolzano, i branchi da 7 che erano nel 2024, risalgono a 9, come nel 2023, più 8 coppie confermate. Sono 49, invece gli individui geneticamente identificati sui 98 complessivi stimati, con una crescita del 50%.
Sciacallo dorato: una presenza in espansione
Lo sciacallo dorato continua la sua lenta ma costante espansione alpina. In Trentino il monitoraggio conferma la presenza della specie in diverse aree, con segnalazione di almeno 4 gruppi riproduttivi nel Bleggio-Lomaso, nel Comune di Ville di Fiemme, a sud di Arco e nel Comune di Madruzzo. A questi nuclei si aggiungono nuove osservazioni in territori finora marginali. In Alto Adige il Rapporto 2025 documenta la presenza stabile nelle zone già note e la comparsa occasionale di individui solitari in nuove aree, segno di un processo di colonizzazione ancora in corso. In totale si tratta di 7 gruppi stabili e 4 coppie, presenti negli assi vallivi principali: Val Venosta, Val d’Isarco, Val Pusteria, Val Aurina e, parzialmente, Val d’Adige.
Lince: presenza rara ma confermata
La lince rimane la specie più rara tra i grandi carnivori alpini. In Trentino le segnalazioni sono sporadiche ma validate, soprattutto grazie al fototrappolaggio e al monitoraggio genetico. Nessuna segnalazione per il 2025. In Alto Adige il Rapporto conferma alcuni passaggi, coerenti con la dinamica di una popolazione alpina frammentata ma ancora vitale. Da segnalare, fuori Report in quanto riferito all’anno in corso, l’esemplare rilevato in Val Venosta nel marzo 2026.
Un quadro che richiede collaborazione e trasparenza
In sintesi, i due Rapporti 2025 mostrano un mosaico in movimento:
• l’orso cresce ma frena;
• il lupo si ridistribuisce, con un calo in Trentino e un aumento in Alto Adige;
• lo sciacallo continua la sua espansione silenziosa;
• buone notizie anche per la lince, anche se per ora solo a livello di spostamenti di singoli individui.
Sono dinamiche che non rispettano i confini amministrativi e che richiedono coordinamento transfrontaliero, monitoraggi condivisi e una comunicazione chiara, capace di distinguere tra percezione e realtà fattuale. Detto questo, proprio per esigenze di chiarezza, è opportuno ritornare sui due macrodati più rilevanti del Report trentino, ovvero la ‘frenata’ dell’orso e la fluttuazione del numero di branchi di lupo. Si tratta, come è ovvio, dei due punti su cui maggiormente si è concentrato il dibattitto nelle settimane seguenti la presentazione del Rapporto Grandi Carnivori 2025. In entrambi i casi a tenere banco è stata l’ipotesi di una crescita del bracconaggio, del resto già evocata dagli stessi estensori del Report. Vediamo però se è possibile determinare con maggiore chiarezza l’entità del fenomeno.
L’orso e il bracconaggio
Per tentare di chiarire il quadro della situazione si possono incrociare tre ordini di dati: la mortalità registrata, il tasso di accrescimento medio annuo e il numero di cucciolate. Gli orsi rinvenuti morti nel 2025 sono 4, tutti per cause antropogeniche: 1 orsa investita, 2 per bracconaggio, 1 per cause sconosciute (1 piccolo dell’anno), ma probabilmente ancora per bracconaggio. Nel 2024 gli orsi morti erano stati oltre il doppio, vale a dire 9 (3 piccoli dell’anno), di cui però 3 rimossi mediante decreto di abbattimento. Questo significa che gli orsi rinvenuti morti per cause diverse sono 6, un numero piuttosto in linea con il dato 2025. In nessuno dei casi relativi al 2024 si è potuta però accertare la morte a seguito di un atto di bracconaggio.
Dunque, nel biennio 2024-25, escludendo dal computo i 3 individui rimossi, gli orsi certamente uccisi a seguito di atti di bracconaggio sono 2-3, diciamo 3 per semplificare, a fronte di 10 orsi rinvenuti morti, per una media di 5 orsi/anno. Passiamo alle cucciolate, limitandoci al passato biennio. Nel 2024 le cucciolate accertate sono state 12, per un totale di 26 piccoli; nel 2025 sono state invece 13 per un totale di 25 piccoli. Complessivamente: 51 piccoli nel biennio, per una media di 25,5 cuccioli l’anno. Domanda numero uno: questi dati, sia per quanto riguarda gli individui rinvenuti morti sia sul fronte delle cucciolate, sono in linea con quelli degli ultimi 5 anni?
Per avere una risposta è sufficiente metterli a confronto coi tre anni precedenti. Media degli orsi rinvenuti morti nel triennio 2021-2023: 5,3 (5+3+8). Dato in linea col biennio successivo. E comunque nessuno attribuito a bracconaggio. Media di cuccioli l’anno nel triennio 2021-2023: 20,3 (14+25+22). Se però scorporiamo il dato del 2021, quando gli individui stimati erano meno di 70 con un numero di cucciolate ovviamente inferiore, e ci limitiamo alle annate 2022 e 2023, la media di cuccioli/anno è di 23,5. Dato in linea con il biennio successivo. Se questi due parametri nel quinquennio in questione, tanto da un anno all’altro quanto nella media ponderale, non mostrano scostamenti di rilievo è legittimo ipotizzare di poter applicare anche al biennio 2024-2025 il tasso di incremento medio annuo del 7,7% calcolato per la popolazione trentina di orso nel periodo 2003-2023.
Questo significa che, oggi, prendendo come riferimento il numero di 118 individui come indicato dal Report trentino e calcolati sulla stima di consistenza relativa al 2023, aggiornata nel 2025 a 112 esemplari, mancherebbero all’appello 17,9 esemplari (8,6 come incremento del 2023 + 9,3 come incremento del 2024). Possiamo toglierne 3, ovvero i 3 che avevamo scorporato dal computo perché oggetto di decreto di prelievo, e ne resterebbero comunque 15. Quindici orsi che in teoria dovrebbero esserci e che il monitoraggio sistematico non rileva non sono pochi, anche se – va detto – il Rapporto Grandi Carnivori indica un intervallo di confidenza tra i 99 e i 141 individui, dunque in linea con una stima di consistenza che dovrebbe teoricamente spingere più verso i 133-135 esemplari che verso i 118.
Resta il dubbio di fondo: è questo il dato reale del bracconaggio sommerso? Difficile dare una risposta perché ovviamente possono giocare un ruolo anche altri fattori: per esempio, una minore contattabilità a seguito di una accresciuta propensione alla dispersione oppure un difetto nella qualità del campionamento nelle aree periferiche. Sempre tenendo conto che fluttuazioni nel breve periodo possono trovare una chiave di interpretazione più solida nel medio periodo. Questo significa che solo i risultati dei monitoraggi dei prossimi anni potranno darci una risposta.
Il lupo e il bracconaggio
Come per l’orso, partiamo anche qui dai dati. Il Report dice che nel 2025 risultano presenti in Trentino 22 branchi contro i 27 del 2024. La domanda, dunque, è: come va interpretata questa flessione? Anche qui possiamo incrociare tre ordini di dati: mortalità naturale, mortalità di origine antropogenica, collocazione geografica dei branchi. La prima, per evidenti ragioni, è difficile da rilevare. Si può ipotizzare che all’interno di una popolazione che tende ad assestarsi su numeri relativamente consistenti, assuma a sua volta un certo rilievo. Per ora, non quantificabile. Diverso il discorso per la mortalità antropogenica. Nel 2025 è stata registrata la morte di 27 lupi contro le 13 dell’anno precedente. Un balzo senza precedenti. Le morti sono però da ricondurre in 15 casi a investimenti stradali o probabili investimenti stradali, in 7 casi a cause sconosciute, in 4 casi ad avvelenamento e in 1 caso ad abbattimento gestionale. Assimilando l’avvelenamento al bracconaggio, la quota di uccisioni illegali rappresenta dunque appena il 14,8% delle morti registrate.
Per quanto riguarda i branchi non rilevati nel 2025, in 4 casi su 5 si tratta di branchi a cavallo tra Trentino e provincia di Bolzano; dunque, è ragionevole ipotizzare che possano semplicemente aver spostato il proprio baricentro d’azione in quanto branchi transfrontalieri. Dato confermato, del resto, dal Rapporto altoatesino, dove i branchi individuati nella fascia di confine tra Trento e Bolzano sono addirittura 7 sui 9 totali, più una coppia territoriale. Tipico esempio, il branco che gravita tra Alta Val di Fassa, Alpe di Siusi-Val Gardena e Altopiano dello Sciliar, dunque tra Trentino e Alto Adige, con riproduzioni che da un anno all’altro possono avvenire al di qua o di là dei confini provinciali.
Va anche sottolineato che, per quanto riguarda il lupo, la qualità dei dati prodotti non è comparabile con quanto avviene invece per l’orso, sia per intensità di campionamento che per ricorso alla genetica. Questo si traduce, ovviamente, in un margine di errore più alto, soprattutto se la situazione è fluida, come in questo caso. Allo stato attuale dei fatti, dunque, attribuire la flessione dei branchi trentini ad una recrudescenza dell’attività di bracconaggio è ingiustificato e non supportato da elementi oggettivi. Sensibilmente diverso il discorso per l’Alto Adige, dove a preoccupare non è tanto il numero di morti illegali registrate, che sono solo 2 nel 2025, a fronte di 6 investimenti stradali e 1 esemplare abbattuto legalmente, quanto il dato sul tasso di ricampionamento, ossia sul numero di individui identificati geneticamente per più anni consecutivi.
Si tratta, infatti, di un dato sorprendentemente basso, e questo sebbene il numero di individui genotipizzati sia stato incrementato rispetto agli anni passati. Attualmente il valore medio si attesta attorno a 1,48 anni, con una permanenza media di 2 anni per le femmine e 1,11 anni per i maschi. Pur considerando la spiccata vagilità della specie, un turn-over così marcato è indice inequivocabile di mortalità elevata. Per sapere se si tratta di bracconaggio sistematico, per quanto discreto – all’insegna del motto delle ‘3 s’, ovvero ‘sparare, scavare, seppellire’ – dovremo, anche in questo caso, aspettare i monitoraggi dei prossimi anni.
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