mio padre malato e la notte in corridoio, ma grazie a medici e infermieri



Un cittadino di Reggio Calabria e lettore di StrettoWeb, James Pronestì, ci ha inviato una lettera aperta relativamente al periodo brutto che sta vivendo assistendo il padre, gravemente malato, ricoverato al Gom di Reggio Calabria. Ecco il racconto: “Da tre notti assisto mio padre, gravemente malato, al Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Mentre scrivo queste righe sono ancora qui e, sinceramente, non so quante altre notti trascorrerò in reparto. Quando si vive un’esperienza del genere si cambia prospettiva: si osserva, si ascolta e si finisce per vedere una realtà che da fuori difficilmente si comprende. In questi giorni ho visto un Pronto Soccorso lavorare senza sosta, ambulanze arrivare continuamente e operatori impegnati a gestire emergenze una dopo l’altra. Ho visto la sofferenza dei pazienti e la preoccupazione dei familiari. Ma ho visto soprattutto medici, infermieri, OSS, operatori sanitari e guardie giurate svolgere il proprio lavoro con professionalità, disponibilità e umanità. A tutti loro va il mio sincero ringraziamento”.

“Proprio per questo sento il dovere di ricordare una cosa che mio padre mi ha insegnato da sempre: alla gentilezza si risponde con la gentilezza. Quando una persona cara sta male è naturale avere paura, essere nervosi e perdere la pazienza. Ma prendersela con chi lavora non serve. Non serve con gli infermieri, non serve con gli OSS, non serve con le guardie giurate e non serve con i medici. Molto spesso chi abbiamo davanti non è il problema, ma una delle persone che sta cercando di affrontarlo”.

“Allo stesso tempo credo sia giusto dire che nessun ambiente di lavoro è perfetto. Può capitare di incontrare professionisti più o meno empatici, come accade in qualsiasi settore. Se ciò accade, la strada non è la rabbia o la generalizzazione, ma la segnalazione ai responsabili competenti. Un episodio negativo non può cancellare il lavoro e il sacrificio di centinaia di persone che ogni giorno garantiscono cure e assistenza. Questo, però, non significa che tutto vada bene. Mio padre è stato ricoverato nel reparto di Medicina d’Urgenza (la prima notte in corridoio) perché non c’erano posti disponibili. Ho visto reparti pieni e personale costretto ad affrontare una mole di lavoro impressionante, soprattutto durante la notte. Nel reparto in cui mi trovo non è presente una figura medica in modo continuativo nelle ore notturne e, in caso di necessità, il riferimento diventa il medico del Pronto Soccorso, lo stesso Pronto Soccorso che opera già sotto una pressione enorme”.

“La prima notte ho assistito anche alla difficoltà di altri familiari. Una familiare di un altro paziente ha atteso quasi due ore l’intervento di un OSS per una necessità assistenziale. Non lo scrivo per accusare qualcuno, ma per raccontare quanto, nelle ore notturne, la domanda di assistenza possa essere superiore alle risorse disponibili. In questo contesto ho visto anche famiglie cercare soluzioni alternative per assistere i propri cari durante la notte, talvolta rivolgendosi a persone disponibili ad aiutare dietro compenso. Anche questo dovrebbe far riflettere: quando i familiari sentono il bisogno di organizzarsi autonomamente per garantire assistenza, significa che il sistema sta vivendo una difficoltà che non può essere ignorata”.

“Questa notte ho assistito a una situazione che mi ha fatto riflettere ancora di più: una delle due infermiere presenti in reparto è stata chiamata ad aiutare il Pronto Soccorso. In reparto è rimasta una sola infermiera, supportata da un OSS mandata da un altro reparto, a gestire tutti i pazienti ricoverati. Lo scrivo senza alcuna polemica verso il personale, che ha continuato a fare il possibile con grande professionalità. Ma da cittadino non posso fare a meno di chiedermi se una situazione del genere possa essere considerata normale. La mia riflessione non riguarda chi lavora in corsia. Riguarda il sistema. Perché la sensazione che porto con me dopo queste notti è quella di una sanità che continua a reggersi soprattutto sul sacrificio delle persone che ci lavorano. E nessun sistema dovrebbe basarsi esclusivamente sull’abnegazione di chi ogni giorno va ben oltre il proprio dovere. Se queste persone stanno facendo il massimo, allora perché il sistema continua a mostrare queste criticità?”.

“Per questo il mio appello è rivolto a chi ha il potere di decidere: alla Direzione sanitaria, ai dirigenti, alle istituzioni regionali e a tutti coloro che hanno responsabilità organizzative. Non basta ringraziare medici, infermieri e OSS. Bisogna metterli nelle condizioni di lavorare. Bisogna ascoltare ciò che accade nelle corsie, soprattutto di notte, quando le difficoltà diventano più evidenti e il peso dell’assistenza ricade su poche persone. Questa lettera nasce dalla convinzione che non si possa continuare a considerare normale ciò che normale non è. Dietro ogni paziente c’è una famiglia, dietro ogni letto c’è una storia e dietro ogni operatore sanitario c’è una persona che merita rispetto, supporto e condizioni di lavoro adeguate”.

“Credo inoltre che tutti noi cittadini dovremmo avere una maggiore sensibilità nel segnalare e denunciare, sempre con educazione e senso di responsabilità, ciò che non funziona. Non per creare polemiche o trovare colpevoli, ma perché i problemi possano essere conosciuti, affrontati e risolti. Tacere non aiuta nessuno. Una sanità migliore si costruisce anche attraverso la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini, perché le cose devono funzionare bene per tutti. A chi può cambiare le cose chiedo di non limitarsi ad ascoltare i numeri. Ascoltate anche le persone. Venite nelle corsie, soprattutto di notte. Guardate cosa accade realmente e abbiate il coraggio di intervenire. Perché una sanità migliore non è un favore da concedere ai cittadini: è un diritto che deve essere garantito. Con rispetto, gratitudine e speranza”.


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Ilaria Calabrò

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