Videosorveglianza nelle strutture per persone disabili? Sarebbe una forma di vittimizzazione secondaria – Informare un’H


di Simona Lancioni*

Dopo che i media hanno reso nota l’ennesima vicenda di maltrattamenti e violenze attuate all’interno di strutture residenziali ai danni di persone disabili istituzionalizzate (comprese persone anziane e minori), ancora una volta c’è chi va proponendo, quale strumento di deterrenza, l’installazione di sistemi di videosorveglianza all’interno di tutte le strutture destinate a ospitare persone con disabilità e anziane. Tuttavia tale proposta non tiene conto del fatto che questa misura avrebbe un impatto sproporzionato sulle persone istituzionalizzate e si configurerebbe come una forma di vittimizzazione secondaria.

L’obiettivo di una telecamera di sorveglianza di sicurezza in ambienti interni (credits: Patrik / Pexels).

Dopo che i media hanno reso nota l’ennesima vicenda di maltrattamenti e violenze attuate all’interno di strutture residenziali ai danni di persone disabili istituzionalizzate (comprese persone anziane e minori), ancora una volta c’è chi va proponendo, quale strumento di deterrenza, l’installazione di sistemi di videosorveglianza all’interno di tutte le strutture destinate a ospitare persone con disabilità e anziane. La vicenda a cui ci riferiamo è quella che vede coinvolte cinque strutture residenziali del Casertano (se ne legga a questo link).

Tuttavia, prima di prendere in esame questa proposta, è bene precisare che in presenza di indizi di reato le autorità competenti possono già disporre l’installazione delle telecamere. Ed infatti proprio grazie a queste, in molti casi, è stato possibile documentare questo tipo di reati. Ma l’adozione di questa misura non può essere avanzata con leggerezza perché essa ha ricadute su diversi aspetti particolarmente delicati, quali sono la raccolta ed il trattamento di dati sensibili relativi alle persone ospitate nelle strutture in questione, con un’inevitabile limitazione del loro diritto alla riservatezza e della dignità; nonché il controllo sull’attività lavorativa svolta dal personale operante all’interno delle strutture (operatori socio-sanitari e socio-assistenziali, educatori, medici, infermieri, personale amministrativo, addetti alle pulizie, ecc.).

Se partiamo dalla considerazione che l’inviolabilità del domicilio è un diritto garantito dall’articolo 14 della nostra Costituzione, è facile comprendere che sia legittimo violarlo solo a condizione che vi siano fondati motivi per farlo. La qual cosa vuol dire che, se non ci sono indizi di reato, l’installazione delle telecamere andrebbe a violare in modo del tutto arbitrario proprio il domicilio delle persone istituzionalizzate, dal momento che esso coincide con i locali della struttura ospitante. Se invece guardiamo l’installazione delle telecamere di videosorveglianza dal punto di vista del personale operante all’interno delle strutture, troveremmo che questo verrebbe sottoposto a controllo anche in mancanza di indizi di reato, di modo che ad essere criminalizzata non sarebbe una condotta violenta o abusante (di cui non si hanno riscontri), ma un’intera categoria di lavoratori e di lavoratrici.

Chi propone questa misura sembra non soppesare adeguatamente che l’istituzionalizzazione delle persone con disabilità si configura di per sé come una pratica lesiva dei diritti umani. «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge», recita, tra le altre cose, l’articolo 13 della Costituzione. Ma gli unici motivi per i quali le persone con disabilità e anziane vengono istituzionalizzate sono la loro condizione di disabilità e l’età, due caratteristiche che la nostra società tratta come “capi di imputazione”. Continuiamo a raccontarci che nelle situazioni di disabilità particolarmente complesse e di limitazione dell’autonomia la restrizione della libertà personale sia legittima. Ma evitiamo accuratamente di focalizzare che la restrizione della libertà personale per questi motivi, oltre a non essere contemplata dalla Costituzione, può essere evitata fornendo i supporti di cui queste persone hanno bisogno nei luoghi liberamente scelti dalle persone stesse. Che sia possibile farlo, lo dimostra il fatto che anche in Italia c’è già chi lavora in tal senso (si veda il box in calce). Che sia doveroso farlo, oltre alla Costituzione, ce lo dicono in modo ancora più dettagliato l’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) e l’articolo 14 (Libertà e sicurezza della persona) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009.

Riteniamo che i reali motivi per cui, invece di fornire alle persone con disabilità complesse supporti basati sulla comunità, preferiamo istituzionalizzarle, siano che confrontarci con loro, riconoscerle come soggetti con desideri e aspirazioni, è ancora qualcosa a cui non siamo stati educati/e e abituati. Dunque pensiamo di cavarcela ignorando e negando la dimensione esistenziale della persona disabile, e raccontandoci che l’unica cosa che dobbiamo soddisfare sono i suoi bisogni. Accade così che la persona disabile cessa di essere vista, considerata e trattata come una persona, e diviene un “bisogno da gestire”. A quel punto la disumanizzazione è compiuta, e la persona disumanizzata può essere collocata in qualsiasi ambiente renda più agevole rispondere ai suoi bisogni primari, senza indagare o attribuire rilevanza alle sue preferenze. Se a questo aggiungiamo che dietro la gestione delle strutture ci sono interessi, anche economici, da capogiro, è facile intuire le ragioni per cui anche nel nostro Paese l’istituzionalizzazione, pur configurandosi come una violazione dei diritti umani, risulti in crescita (si veda: Istat, Le strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie – Al 1° gennaio 2024, rapporto pubblicato il 13 gennaio 2026).

Poiché è lo stesso sistema istituzionalizzante ad essere disumanizzante, ne consegue che anche i maltrattamenti e le violenze attuate all’interno delle strutture si configurino in qualche modo come “fisiologici”, dal momento che sono agiti su soggetti percepiti come “non-persone”. Come possiamo convincere chi lavora in dette strutture che quelle sono persone, se noi per primi le abbiamo ridotte a “bisogni da gestire”? Possiamo anche provarci, ma avremmo la stessa credibilità di un ladro che invita le altre persone a non rubare.

Torniamo ora alla proposta di introduzione, all’interno di tutte le strutture destinate a ospitare persone con disabilità e anziane, dei sistemi di videosorveglianza. Come abbiamo visto, le persone con disabilità e anziane istituzionalizzate sono già state private della loro libertà personale in modo arbitrario. Dunque sono vittime di discriminazione e di una forma di violenza. Questa non è una nostra interpretazione, è il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità a parlare dell’istituzionalizzazione come di una «pratica discriminatoria» e di una «forma di violenza contro le persone con disabilità» (si veda il punto 6 delle Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza del 2022). Abbiamo inoltre evidenziato che l’installazione della videosorveglianza che, stando ai proponenti, dovrebbe rimanere attiva 24 ore su 24, lederebbe il diritto alla riservatezza anche del personale che non ha assunto alcuna condotta sospetta. Ora, proseguendo nella nostra riflessione, possiamo notare che mentre il personale sarebbe soggetto alla violazione del diritto alla riservatezza “solo” sul luogo di lavoro, le persone con disabilità ed anziane, già sottoposte a un regime di detenzione arbitraria, subirebbero un’ulteriore misura restrittiva che, nei casi in cui la struttura sia per loro una dimora definitiva, si protrarrebbe per il resto della loro vita. Dunque, quella che alcuni soggetti presentano come misura di prevenzione della violenza, oltre a ledere i diritti del personale onesto (cosa che oltretutto potrebbe favorire atteggiamenti ritorsivi), avrebbe un impatto sproporzionato sulle persone disabili e anziane istituzionalizzate che si vorrebbero tutelare, dal momento che queste, a differenza del personale, verrebbero videoriprese giorno e notte. In simili situazioni è corretto parlare di vittimizzazione secondaria, ossia di una situazione in cui la vittima di una discriminazione, di una violenza o di un reato, subisce una seconda “vittimizzazione”, vale a dire un trattamento che la rende di nuovo vittima, da parte delle istituzioni.

Per l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA), «la deistituzionalizzazione rimane l’unica soluzione alle molteplici violazioni dei diritti fondamentali delle persone con disabilità che vivono in istituti», afferma Sirpa Rautio, direttrice dell’Agenzia FRA, nella Prefazione del rapporto Places of care = places of safety? Violence against persons with disabilities in institutions (in italiano: Luoghi di cura = Luoghi di sicurezza? Violenza contro le persone con disabilità negli istituti, pagina 3). L’istituzionalizzazione è una pratica illegittima e disumanizzante in sé, perché è la stessa standardizzazione dei servizi ad essere spersonalizzante. Pensare di correggere questo aspetto strutturale con l’installazione di sistemi di videosorveglianza all’interno degli istituti, apre il varco a ulteriori violazioni dei diritti che, nel caso delle persone che vi sono ospitate, si configurano come forme di vittimizzazione secondaria. Tutto ciò conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’istituzionalizzazione non va “riparata”, va superata.

 

* Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa)

 

Segnalazione: i grassetti nelle citazioni testuali sono un intervento del Centro Informare un’h.

Nota: il Centro Informare un’h è impegnato nel rivendicare la promozione della deistituzionalizzazione e lo stop all’istituzionalizzazione. Temi su cui si è avviato un confronto pubblico. In calce alla pagina Riforma della disabilità: eliminiamo la possibilità di istituzionalizzare le persone (in aggiornamento) sono segnalati i contributi che di volta in volta si stanno susseguendo.

 

Alternative all’istituzionalizzazione
con persone con necessità di sostegno intensivo

Video fruibili online

  • Su base di uguaglianza. Per un progetto di vita che garantisca le libertà e i diritti delle persone con disabilità, Convegno internazionale promosso dall’Università degli Studi di Torino e dalla Fondazione Time2 e realizzato, a Torino, il 10 e 11 giugno 2025 (in specifico sono disponibili i video di 47 interventi. Tutti i video sono sottotitolati e tradotti nella lingua dei segni italiana – LIS).
  • Testimonianza di Jacopo e Orietta Prai al Convegno internazionale Su base di uguaglianza (Torino, 10 e 11 giugno 2025), lunghezza del filmato: 15.48 minuti, accorgimenti di accessibilità: sottotitolazione.

Pubblicazioni

Altre risorse:

Vedi anche:

Simona Lancioni, La realtà distopica delle persone con disabilità istituzionalizzate nel nostro Paese, «Informare un’h», 26 luglio 2026.
Coordinamento PERSONE, La Federazione FISH dovrebbe discutere seriamente, una volta per tutte, della violenza dell’istituzionalizzazione, «Informare un’h», 25 luglio 2026.
Simona Lancioni, Ancora maltrattamenti e abusi su persone disabili ospitate in strutture, mentre le Istituzioni continuano a premiare l’istituzionalizzazione, «Informare un’h», 23 luglio 2026.

 

Ultimo aggiornamento il 28 Luglio 2026 da Simona


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