«Un anno dopo il ciclone inchiesta», a un anno cioè da «quando il gip (il 31 luglio 2025) ha disposto gli arresti degli uomini chiave dell’urbanistica milanese», facendo definitivamente spiccare quello che è stato definito «il salto di qualità delle inchieste sul mattone» – inchieste della procura meneghina che poi di lì a poco Tribunale del riesame e Corte di cassazione inizieranno a smontare senza pietà –, «un anno dopo» tutto ciò, dicevamo, quali sono «gli effetti della maxi-inchiesta» che ha scosso le fondamenta di uno dei settori più importanti dell’economia del capoluogo lombardo? Non certo il ripristino della fantomatica «democrazia urbanistica» a cui si sono appellati i magistrati titolari delle indagini sulla presunta “Palazzopoli”.
Un anno dopo «lo shock degli arresti che scosse la città», il risultato è un disastro, una tragedia economica e politica e perfino burocratica, e non lo dice Tempi: lo ha scritto ieri l’edizione milanese di Repubblica (i virgolettati sopra sono tutti presi da lì), un quotidiano che non si è certo mai tirato indietro dal linciaggio virtuale del supposto «sistema» di speculatori e funzionari infedeli che volevano «mettere le mani su Milano», nemmeno quando «il ciclone inchiesta» stava già naufragando.
«Non si vede la fine del tunnel»
Così, letteralmente, Miriam Romano e Federica Venni ieri su Repubblica Milano:
«Il quadro, oggi, è questo: ci sono tre cantieri sotto sequestro, circa una decina (quelli più importanti) sotto la lente della procura e alcune decine di progetti che non vanno avanti per paura di inguaiarsi».
E poi: «Ancora non si vede la fine del tunnel», «ancora si fatica a parlare di ripresa del settore», «i nuovi palazzi restano bloccati».
«In alcuni di questi casi i costruttori hanno deciso di adeguarsi alle nuove e più stringenti regole definite da Palazzo Marino, ma in nessuno – denunciano i costruttori – si è ricominciato a lavorare. “Non è ripartito niente”, spiega Federico Oriana, presidente di Aspesi, l’associazione che rappresenta le società di promozione e sviluppo immobiliare».
Giovanni Deleo, presidente di Assimpredil Ance, importante associazione di costruttori, parla con le giornaliste di Repubblica di «rigenerazione urbana paralizzata» e di «compromissione» dei cantieri, del lavoro e «dell’offerta abitativa dei prossimi anni». Filippo Borsellino, portavoce del comitato Famiglie sospese, ossia di una mezza marea di persone che per effetto delle inchieste «non riescono ad abitare le case che hanno acquistato o per cui hanno firmato un preliminare», lamenta 150 famiglie danneggiate da sequestri di cantieri, 467 nuclei che abitano in immobili sotto inchiesta e 4.500 coinvolti in progetti «per i quali hanno versato diverse decine di migliaia di euro» e che ora sono bloccati per varie ragioni. Il più morbido è Alessandro Maggioni, il presidente del Consorzio Cooperative Lavoratori (Ccl) che i lettori di Tempi conoscono bene, anche lui interpellato da Repubblica: «Sarebbe ingeneroso e non vero dire che è tutto fermo, alcuni segnali positivi ci sono e si vedono. Certo è che la risposta, soprattutto nei tempi, non è quella che ci aspettavamo».
La preferenza è una cosa seria.
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C’è «un problema politico enorme»
C’è stato a dire il vero un momento, ancor prima che esplodesse il «ciclone inchiesta» un anno fa, in cui Repubblica raccontava i vari filoni delle indagini sull’urbanistica milanese cercando di far passare la suggestione di un Beppe Sala vittima di una cupola che costruiva illegalmente grattacieli sotto il suo naso, ricordate? Come se il sindaco potesse non sapere nulla di come avveniva quella “rigenerazione urbana” che teneva gelosamente appuntata all’occhiello. A questo punto, però, «un anno dopo» eccetera, perfino i muri hanno capito quale fosse il vero bersaglio della procura e dei suoi sostenitori (molti dei quali sono nella maggioranza di Sala, anche questa ormai solo presunta). La pm che ha coordinato fino a dicembre le indagini sull’urbanistica si è addirittura candidata alle prossime elezioni milanesi sfidando gli stessi partiti attualmente al governo della città. E Repubblica dal canto suo ieri si è sentita finalmente libera di dare voce all’esasperazione di Francesca Claudia Scotti, presidente dell’Ordine degli architetti di Milano.
«Il Comune nell’ultimo anno si è adeguato, attraverso una serie di circolari, ad alcune posizioni della procura. […]
Il Comune sta lavorando alla variante normativa del Pgt e quella sarà fondamentale per ripartire davvero. Oggi gli iscritti hanno provato anche ad adeguarsi alle richieste del Comune. Molti hanno presentato domanda per accedere alle misure rimediali e agli accordi sostitutivi. Ma nei fatti pochissimi procedimenti sono effettivamente partiti. Gli accordi sostitutivi non decollano perché non si sa ancora come farli partire. […]
Serve la variante normativa del Pgt per avere contezza di come gestire i procedimenti. È evidente a tutti che non si possono più gestire come si faceva con il vecchio Pgt. Siamo in una fase di limbo che purtroppo non consente a nessuno di andare avanti».
Il mitico sportello unico per l’edilizia è aperto «soltanto per pratiche già in corso e per chiarimenti richiesti dagli uffici», continua Scotti. Per le nuove pratiche niente. Nessuno in Comune ha il coraggio di toccarle, o anche solo di parlarne. E ci mancherebbe.
«Ci sono richieste presentate a gennaio che ancora non hanno ricevuto neppure una risposta. Non una risposta nel merito: nemmeno una comunicazione che dica “abbiamo ricevuto la proposta”. Evidentemente non sanno ancora come rispondere. Questo è un problema enorme».
Un «problema enorme» che «non è tecnico», precisa la rappresentante degli architetti: «È un problema politico enorme» (il corsivo è nostro). C’è carenza di personale, senz’altro, insiste Scotti,
«ma il dubbio è anche che oggi non si vogliano assumere posizioni interpretative in un momento in cui le norme sono complesse e non è chiaro quali regole debbano essere applicate. Comprendo la situazione dei tecnici comunali, molti sono anche nostri iscritti».
I danni di cui nessuno risponderà
In tutto ciò non bisogna dimenticare che il «ciclone inchiesta» a cui Milano è appesa da un anno, l’indagine che doveva colpire al cuore il «sistema» nemico della «democrazia urbanistica», è stata «fatta a pezzi da Riesame e Cassazione», tanto è vero che adesso «gli avvocati difensori escludono che si arriverà a un processo» e «gli accusati» chiedono: «Ora archiviate». E sono sempre tutti virgolettati di Repubblica Milano.
Eppure ad oggi «la ripartenza vera per ora non c’è stata» (ancora Scotti, ancora Repubblica). Del resto mettetevi nei panni di Sala: voi vi sentireste pronti alla ripartenza, quando i pezzi grossi dei principali partiti della vostra coalizione marciano nei cortei di protesta e okkupazione “contro la città dei padroni”?
Torniamo a Repubblica:
«Tutti invocano non solo un riordino delle leggi urbanistiche per dare più chiarezza sul futuro, ma anche una sanatoria per il presente. Ma per ora, al netto del garbuglio di bozze normative ferme in Parlamento, di concreto e spendibile in breve termine non c’è nulla».
A dire il vero una cosa c’era: la famigerata “Salva Milano”, la legge che Beppe Sala ha invocato per mesi prima di arrendersi, recependo i chiari “messaggi” della procura e della sua stessa sgangherata maggioranza. E gettando ulteriormente, se possibile, addetti ai lavori e famiglie sospese nello sconforto.
Ecco. A un anno dal «salto di qualità delle inchieste sul mattone» a Milano resta solo la «vera anomalia» di tutta la vicenda, che è proprio il “cantiere” politico di Sala (come ha sempre fatto notare Lodovico Festa). Oltre, ovviamente, a danni economici di una gravità spaventosa per i quali nessuno sarà chiamato a rispondere. Sempre Repubblica:
«[Secondo Oriana di Aspesi] a Milano “ci sono 15 miliardi di investimenti bruciati tra cantieri fermi e mai partiti”. Scenari Immobiliari ha dato una stima ancora più impattante, contando anche i danni alla filiera: 38 miliardi in totale, di cui 12 di potenziali investimenti e 26 di ricadute sul sistema economico, dai mobili ai servizi».
Intanto i prezzi degli immobili continuano imperterriti a salire, probabilmente anche grazie alla «compromissione dell’offerta abitativa» dovuta alla paralisi del settore provocata dalle inchieste. Questa «democrazia urbanistica» comincia a costare un po’ troppo cara.
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Pietro Piccinini
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