Ho iniziato a suonare per fare colpo sulle ragazze. Pupo si racconta


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SERAVEZZA – Parla al telefono dalla Russia. É nel mezzo del tour di una quarantina di date già programmate fino a novembre.

Il 7 agosto, come se nulla fosse, Pupo sarà a Seravezza, in Versilia, protagonista al Mediceo Live Festival 2026. Poi altre date italiane e quindi di nuovo in Russia. Appena due mesi fa era in Australia. Giusto prima di presentarsi a Roma per la maturità scientifica, presa a 70 anni. Nulla da stupirsi che il suo tour mondiale per le nozze d’oro con la musica e l’arte si chiami: “Pupo50 – Storia di un equilibrista”. La sua doc-soap realizzata con Magnolia anni fa per Rai3 si chiamava già “Il funambolo”.

Il riferimento non è (solo) alla capacità di districarsi fra impegni che affollano la sua agenda: dischi, tour dal vivo, serate, tv, la conduzione dei quiz e perfino di Domenica In. No. La capacità di stare in equilibrio si riferisce a una vita sempre in bilico, straordinaria, ma alla fine uguale a quella di molti: cadute e risalite. Anche nello spettacolo di Seravezza, scritto e sceneggiato da questo ex ragazzino di Ponticino, frazione aretina di Laterina che oggi va Comune solo insieme a Pergine Valdarno, si racconta senza ipocrisie. Le canzoni sottolineano il percorso umano di Enzo Ghinazzi, diventato Pupo senza averlo davvero programmato.

Un’altra tournée in Russia

“Sì. Ho già fatto otto date. Saranno una decina prima del rientro in Italia. Poi tornerò e andrò a Soci sul mar Nero. Questa è la prima parte di un tour che continuerà a settembre, a novembre e dicembre per un totale di 40 concerti”.

Perché sei così amato in Russia? Le tue canzoni sono molto popolari, visto che torni ormai da decenni.

“La prima volta, in realtà, sono venuto da turista, non come professionista. Ho sempre sentito un’attrazione molto forte per la cultura dell’ex Unione sovietica. Quando sono venuto ero già un cantante famoso in Italia, ma in Russia non mi conosceva nessuno. All’epoca i miei amici andavano in vacanza nelle isole esotiche, io invece venivo a Leningrado (oggi), San Pietroburgo, Mosca.  Ero attratto in modo naturale da questi luoghi.

Poi un giorno, in maniera altrettanto naturale, qui è esplosa un certo tipo di musica italiana grazie agli Ottanta del festival di Sanremo: ci fu un boom delle canzoni pop come le mie, quelle di Albano e Romina Power, quelle dei Ricchi e Poveri, di Toto Cotugno e allora ho abbinato l’utile al dilettevole. Visitare il Paese, conoscere il popolo russo di cui ho sempre amato il modo di vedere la vita e qui sono diventato famoso e amato a livelli che non mi sarei mai aspettato”.

Negli ultimi anni, da quando è scoppiato il conflitto con l’Ucraina sono stati molto criticati gli artisti, anche italiani, che hanno accettato tournée in Russia. Lei, invece, continua a venire. Perché?

“Quando è iniziata la guerra fra Russia e Ucraina molti, anche fra i miei amici, hanno cercato di dissuadermi a tornare. Ma io sono un professionista che non fa la guerra e che va a cantare ovunque. Canto in tutto il mondo. In base a questo criterio, allora, non dovrei andare a cantare in Israele, in Corea, in Turchia. Io faccio il mio lavoro e mi assumo i rischi, ma non mi faccio dire dai politici dove andare o dove non andare. Né mi faccio indicare dal pensiero comune, ma secondo me ipocrita, dove andare a lavorare. Io vado a lavorare dove voglio e quando voglio”.

In effetti, molti artisti pensano che non sia il caso oggi di andare in Russia a esibirsi…

“Molti artisti direi di no, perché chi dice di non voler venire qui non è conosciuto. Molti artisti che in Italia dicono di essere contro la Russia qui non sono conosciuti. I cantanti italiani conosciuti in questo Paese siamo io, Albano, Toto Cutugno (anche se non c’è più), Adriano Celentano e i Ricchi e Poveri che all’inizio hanno spopolato con la canzone “Sarà perché ti amo” (scritta dallo stesso Enzo Ghinazzi)”.

Lei non è amato solo in Russia. Le sue canzoni sono tradotte in molte lingue: tedesco, spagnolo, portoghese, inglese. Quali sono i Paesi stranieri dove lei è più conosciuto?

“Posso rispondere in modo preciso perché proprio in questi giorni mi sono arrivati i diritti d’autore dalla Siae che ci indicano i Paesi dove la musica degli artisti viene scaricata e trasmessa. Ecco i dati che mi riguardano fanno impressione: parliamo di milioni di ascolti, da Giappone a Corea, Sud Africa, fino all’Australia. Però, dove io faccio ancora tournée, spettacoli dal vivo sono soprattutto l’Europa (Germania, Belgio, Austria); canto anche in Svizzera.

In Italia mi esibisco generalmente nei teatri o serate, come quella del 7 agosto a Seravezza, all’interno di festival organizzati, di livello. Ad esempio, di recente a Iglesias in Sardegna, al concerto che ho tenuto, c’erano 15mila persone. Il pubblico mi segue, anche in Italia nonostante il governo mi sia ostile perché continuo ad andare a cantare in Russia”.

Quando lei canta all’estero, dove ci sono decine di milioni di nostri connazionali emigrati di seconda, terza generazione con i loro discendenti, il suo pubblico è composto soprattutto da persone italiane e con radici italiane o anche da “autoctoni”, stranieri del posto, senza legami con l’Italia?

“Direi che il pubblico di base è sicuramente composto da emigranti italiani più risalenti che però hanno contagiato in maniera importante i loro figli e i loro nipoti che sono nati all’estero, nel Paese in cui vado a cantare, e che magari non parlano neppure l’italiano. Ad esempio, io vado in Canada e negli Stati Uniti una volta l’anno da quarant’anni, vado in Australia ogni due anni da quarant’anni e trovo questo pubblico italiano emigrato, di seconda o terza generazione.

La parte importante del pubblico è quella, ma non posso neppure dire che sono italiani nel senso che hanno la nazionalità del Paese in cui sono nati e cresciuti. Poi a questi si sommano gli altri, magari anche stranieri emigrati in quel Paese.  Ad esempio, sono stato due mesi fa in Australia a fare concerti a Melbourne, Sidney e Adelaide, e anche lì a fianco nei nostri emigrati mi sono trovato molti russi che si sono trasferiti in quel Paese”.

Spostiamoci in Italia: le capita di avere ai suoi concerti un pubblico trasversale, come all’estero, dalla nonna alla nipote?

“Mi capita sempre. Ci sono spettatori dai 15 agli 80 anni”.

Le capitano mai storie particolari che coinvolgano il suo pubblico?

“Ci sono ragazzi di 25-30 anni che vengono ovunque, mi seguono dappertutto. Dove mi esibisco, loro ci sono. Ad esempio, c’è una coppia pugliese – Lucia e Giuseppe – che non si perde un mio concerto in Europa. Questi due fans prendono aerei, treni, si spostano senza problemi: sono una presenza che mi trovo sempre sulla mia destra, guardando la platea dal palcoscenico. Si comprano i biglietti attraverso le piattaforme autorizzate on line e li trovo sempre nelle prime file. Saranno anche a Seravezza il 7 agosto.

A queste persone ti affezioni, in qualche modo. Ti domandi perché lo facciano, ma a un certo punto capisci che la musica e che un certo tipo di arte tocca corde in persone particolarmente sensibili al di là delle intenzioni o della comprensione perfino di chi, come me, scrive le canzoni. Però ammetto che nella mia carriera mi sia capitato di vedere nascere una magia forte dalla musica, così forte da andare oltre le aspettative”.

Che cosa racconta Pupo con questo tour dei primi 50 anni di carriera? Che cosa vuole dire al pubblico?

“É molto semplice. Il titolo dello spettacolo – Pupo50 – Storia di un equilibrista – indica quello che sono e come lo sono diventato. Non a caso, è partito da casa mia, l’11 settembre 2025, dove ho inaugurato una nuova struttura che si chiama “Country family”. Era il mio ex albergo, l’albergo dei miei genitori. L’ho ristrutturato e inaugurato un anno fa con questa festa e da lì è partito il tour. In realtà, l’anteprima era stata al Mengo festival di Arezzo a luglio, ma il via ufficiale l’abbiamo dato a settembre”.

Che cosa succede in questo spettacolo, dunque?

“Non faccio altro che raccontare la storia di questo ragazzo – e che oggi non è più un ragazzo e che negli ultimi cinquant’anni non solo ha cantato brani che in qualche modo hanno fatto la storia del pop in Italia e della musica italiana nel modo, ma è anche la storia di uno che non l’ha cercata questa vita.

Io non è che la volessi questa vita da artista così sempre in giro, impegnato. Racconto, quindi, ciò che ti può accadere (anche di bello) a tua insaputa, perfino a tuo malgrado. E lo racconto citando anche eventi, momenti molto difficili che ho vissuto, ostacoli che mi sono trovato davanti.

Quindi lo spettacolo è un racconto in musica – e con i video, immagini – di quella che è stata la mia vita artistica (e non solo. Anche il mio racconto biografico, in qualche modo, diventa in un certo senso percorso artistico. Biografia e musica vanno di pari passo. È come Su di noi, come Gelato al cioccolato, Firenze Santa Maria Novella. É come Forse, come Un amore grande e così via. La mia vita è una canzone, e una poesia, e ve la voglio raccontare come ancora canto, dopo 45 anni, Su di noi”.

Avete in programma di trasformare questo tour in un docu-film?

Io ho già realizzato un docufilm sulla mia vita.  Sono stato il primo a farlo in Italia. Si chiama “Il funambolo”, prodotto da Magnolia: andò in onda in cinque puntate su Rai3 ed ebbe un successo strepitoso. Poi realizzarono un’ulteriore puntata su Raiplay. È stata la prima doc-soap, il primo docufilm realizzato dagli stessi che hanno raccontato anche la vita di Tommaso Buscetta (il primo grande pentito di mafia, ndr).  Per realizzarlo, gli operatori sono stati un anno con me, ovunque, anche in Versilia.

In seguito, molte volte Netflix, le produzioni che realizzano questo tipo di prodotto mi hanno chiesto di realizzare un nuovo docufilm, ma io ho sempre detto di no, perché ero stanco e non volevo ripetere un progetto già sperimentato prima di tutti. Mi hanno anche proposto anche un docufilm che si chiama “Nemmeno una nuvola” (un verso della canzone “Su di noi”, ndr). Me lo aveva proposto un produttore (regista, sceneggiatore) molto importante che si chiama Sidney Sibilia che ha fatto cose molto importanti per il cinema e la tv (compresa una mini-serie sugli 883)”.

La proposta di Sibilia, ad esempio, non le piaceva?

“Era molto bella, ma la verità è che per realizzare un prodotto del genere ci vuole molto molto tempo e io ho dovuto scegliere cosa fare: io ho dico di no all’80% delle proposte di lavoro che mi arrivano perché già il 20% mi occupa praticamente uno spazio enorme. A volte siamo andati avanti con le trattative, ma poi ci siamo fermati perché progetti di questo tipo occupano davvero troppo tempo, almeno per me”.

Nello spettacolo del tour lei racconta la sua vita artistica e anche personale “a ostacoli”. Le difficoltà, gli inciampi, i successi riconquistati. Da bambino era questo che sognava per sé? Voleva essere un artista, sempre sotto i riflettori?

“Da bambino non avevo proprio idea di che cosa volessi fare da grande. Proprio zero. L’unica cosa chiara era che non avevo voglia di lavorare, giuro. E ora a 71 anni sono sempre in giro per il mondo. Però è la verità: da bambino non volevo lavorare. Il mio babbo mi diceva: te Enzo resisti più sott’acqua che a lavorare.

Ho perfino fatto due anni di liceo scientifico e poi ho mollato tutto, per poi diplomarmi a 70 anni. Il fatto è che io sono, purtroppo o per fortuna, un anarchico vero, un po’ prezzoliniano. Non è facile per gente con il mio carattere dire o sognare cosa fare. Io vivevo alla giornata. In alcuni momenti non avevo davvero voglia di fare niente, non sognavo niente. Suonavo la chitarra e scrivevo le canzoni, ma non volevo nemmeno fare questo mestiere”.

E allora perché lo sforzo di imparare a suonare la chitarra, di comporre canzoni, se in fondo non voleva diventare un artista?

“Suonavo solamente per fare colpo sulle ragazze. La fissazione, il tormento della mia vita era fare colpo sulle donne. Siccome non ero Richard Gere, Paul NewmanAlain Delon dovevo far fatica per conquistare le ragazze. Poi, quando ho avuto successo, improvvisamente sono diventato anche alto e bello”.

Malgrado il tempo che le manca sempre, lei ha fatto un gesto che può ispirare anche molti adolescenti e adulti che hanno abbandonato gli studi: si è rimesso a studiare e a 70 anni ha preso il diploma di liceo scientifico, lasciato indietro da ragazzo. Perché lo ha fatto? Con una carriera come la sua ormai non ne avrebbe avuto bisogno.

“L’ho fatto solamente per impegnarmi, mettermi alla prova e capire quanta autostima c’è ancora in me. E devo dire è stata una scelta meravigliosa. Il risultato che ho ottenuto dopo due anni di studio, in cui mi sono dato davvero tanto da fare, mi ha ripagato. E anche l’esame è stato duro: intanto c’erano i giornalisti piazzati all’orale fuori dalla scuola pronti a capire come fosse andata, con la commissione imbarazzata che non voleva neanche far sembrare che ci fossero favoritismi. Soprattutto in un periodo in cui ci sono inchieste giornalistiche sui diplomi facili. Io ho preso 74/100 con un giudizio severo, ma giusto: ho preso quello che meritavo. Non ho avuto sconti e questo ha reso ancora più grande la mia gioia”.

Non so se sia stato l’entusiasmo del momento, ma subito dopo la maturità lei ha pure annunciato: “Mi iscriverò anche all’università”. Lo farà davvero?

“Lo sto facendo davvero. Ho anche già deciso la facoltà: Scienze politiche a indirizzo internazionale”.

In una recente intervista, lei ha detto anche che non vorrebbe più solo fare l’artista ma anche impegnarsi per fare del bene alla gente. Come?

“Mi vorrei occupare dei altri impegnandomi in politica. Mi piacerebbe occuparmi della cosa pubblica”.

Mi può spiegare meglio?

“Ho fatto un piccolo esempio: io ho una mia realtà, rappresentata da una quarantina, una cinquantina di persone – sono le famiglie che vivono del mio lavoro e dei miei musicisti – e che sono le stesse da oltre quarant’anni. Nessuno mi ha abbandonato perché ho sempre dato a tutti la dignità, compensi corrispondenti al lavoro svolto e che consentissero di vivere in modo dignitoso. A volte, per mantenere questo impegno, ho tolto anche qualche cosa a me, che ne ho più che a sufficienza.

Se distribuisci di più agli altri e dai la dignità alle persone che ti stanno intorno, il mondo andrebbe meglio. Evidentemente questa equazione non viene applicata, perché non si può sopportare il fatto di avere un mondo dove ci sono duemila famiglie che hanno tutto e oltre il tutto e miliardi di persone che non hanno niente o non arrivano ad avere il necessario.

Non so come si faccia ad accettare questo. Non voglio fare come il medico missionario che sceglie di fare le visite ai più poveri, ma mi vorrei impegnare per ristabilire equilibri che non capisco perché debbano essere così alterati. Credo che così come ho gestito il mio piccolo mondo per oltre quarant’anni e ancora va avanti, mi piacerebbe se questo metodo funziona anche con numeri più grandi, in situazioni allargate.

Vorrei capire se ancora esistono persone illuminate che riescono a dare alla gente quello di cui ha bisogno, perché la gente non vuole il potere o il successo – almeno la grande percentuale – ma vuole la dignità. Ma oggi il mondo non è in grado di dare dignità alle persone e questo non porterà fortuna. Per questo vorrei dedicare gli ultimi anni anche alla cosa pubblica, portando un atteggiamento forse più filosofico, ma anche più equo, secondo me più giusto, più umano, più compassionevole”.

Oggi non è così, secondo lei?

“Secondo me oggi c’è una superficialità e una scarsa preoccupazione per chi sta peggio che non va bene e che non può più essere accettato”.

INFO CONCERTO

Le prevendite per tutti gli spettacoli del festival sono aperte sui circuiti autorizzati (TicketOne e punti vendita localI.

Palazzo Mediceo, Viale Leonetto Amadei 351, Seravezza (LU)

Orario spettacoli: Ore 21:30


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Ilaria Bonuccelli

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