Il nuovo framework sui rating sovrani di Scope Ratings evidenzia come il cambiamento climatico possa incidere sulla crescita economica e sul merito di credito degli Stati, ma sottolinea anche che la quantificazione dei rischi resta fortemente dipendente dagli scenari e dai modelli utilizzati, ovvero da come evolveranno gli impatti fisici ed ecosistemici del climate change e dalle politiche climatiche e dagli investimenti che le nazioni (e le aziende) decideranno di mettere in campo.
Quanto costerà il cambiamento climatico alle economie nazionali? La risposta è che dipende dalle azioni che saranno o meno messe in campo, ma potrebbe arrivare, a seconda dello Stato, fino al 16% del PIL. È questa la principale conclusione del nuovo report pubblicato da Scope Ratings, che per la prima volta sviluppa un framework per stimare l’impatto di lungo periodo dei rischi climatici sul merito di credito degli Stati. L’analisi, condotta sui 27 Paesi dell’Unione europea e su una selezione di economie del G20 utilizzando gli scenari del Network for Greening the Financial System (NGFS), evidenzia come le perdite economiche possano variare sensibilmente dallo scenario climatico considerato e dal modello economico utilizzato, ovvero dipendono da come evolveranno gli impatti del climate change e dalle politiche climatiche che verranno o meno promosse.
In Spagna, ad esempio, i costi cumulati derivanti dai rischi fisici cronici e di transizione (esclusi i rischi fisici acuti) oscillano tra il 3,8% e il 6,8% del PIL, mentre in Italia e Germania le stime variano tra lo 0% e il 5% del PIL. Fuori dall’Europa l’incertezza è ancora maggiore: il Giappone potrebbe registrare un beneficio economico fino all’1% del PIL oppure perdite prossime al 6%, mentre l’India potrebbe subire danni compresi tra il 6% e il 16% del PIL. Per Scope, questi risultati confermano che il rischio climatico rappresenta ormai una componente essenziale dell’analisi del credito sovrano, ma anche che la sua quantificazione resta fortemente dipendente dagli scenari e dalle ipotesi modellistiche adottate.

Lo studio rappresenta il primo passo di Scope Ratings verso l’integrazione sistematica del rischio climatico di lungo periodo nelle proprie valutazioni del rischio di credito sovrano. L’obiettivo è stimare come il cambiamento climatico possa incidere, nell’arco dei prossimi trent’anni, sulla capacità degli Stati di sostenere la crescita economica e, di conseguenza, di onorare il proprio debito.
L’analisi considera tre categorie di rischio climatico: rischi fisici cronici, legati all’aumento delle temperature e ai cambiamenti strutturali del clima; rischi fisici acuti, derivanti da eventi estremi come ondate di calore, siccità, alluvioni e cicloni; e rischi di transizione, connessi ai costi economici della decarbonizzazione. Gli impatti vengono misurati come perdite cumulative espresse in punti percentuali di PIL e calcolati attraverso gli scenari climatici sviluppati dal Network for Greening the Financial System (NGFS), oggi uno dei principali riferimenti internazionali utilizzati da banche centrali, autorità di vigilanza e istituzioni finanziarie.
Tre scenari climatici per valutare il rischio economico
Il framework di Scope si basa su tre scenari del NGFS che descrivono differenti percorsi della transizione climatica. Lo scenario Orderly ipotizza un’adozione tempestiva di politiche climatiche ambiziose, con costi di transizione più elevati nel breve periodo ma danni fisici più contenuti nel lungo termine. Lo scenario Disorderly prevede invece un ritardo nell’azione climatica fino al 2030, seguito da interventi più bruschi e costosi, che aumentano sia i rischi di transizione sia quelli fisici. Infine, lo scenario Hot House World assume che non vengano introdotte nuove politiche climatiche oltre a quelle già esistenti, determinando un aumento delle temperature di circa 3°C entro fine secolo e i maggiori danni economici derivanti dai rischi fisici.
Per ciascun Paese, l’analisi combina inoltre i risultati di tre diversi modelli economico-climatici (Integrated Assessment Models), scegliendo di rappresentare non un singolo valore ma un intervallo di possibili impatti. Una scelta che riflette la volontà di evidenziare esplicitamente il grado di incertezza che caratterizza oggi le valutazioni di lungo periodo.


Europa: Grecia e Cipro le più esposte, Italia in una fascia intermedia
All’interno dell’Unione europea il quadro delineato da Scope Ratings mostra come l’impatto economico del cambiamento climatico sia fortemente eterogeneo e dipenda sia dalla tipologia di rischio sia dallo scenario considerato. Guardando ai soli rischi di transizione e i rischi fisici cronici, ed escludendo quindi gli eventi climatici estremi, la Spagna emerge come la grande economia europea più vulnerabile, con perdite economiche cumulative stimate tra il 3,8% e il 6,8% del PIL. Per Italia e Germania gli impatti risultano più contenuti ma comunque rilevanti, con una forchetta compresa tra lo 0% e il 5% del PIL, a conferma di come le diverse ipotesi modellistiche possano modificare sensibilmente il risultato finale.
Considerando esclusivamente i rischi fisici cronici, ossia quelli legati all’aumento delle temperature e ai cambiamenti strutturali del clima, Grecia e Cipro risultano sistematicamente i Paesi più esposti dell’UE. Nello scenario Orderly le perdite economiche oscillano intorno al 3-4% del PIL, mentre nello scenario Hot House World, che ipotizza l’assenza di nuove politiche climatiche oltre a quelle già in vigore, arrivano a sfiorare l’8% del PIL. L’Italia si colloca invece in una fascia di rischio intermedia, con perdite economiche cumulative che, anche nello scenario più severo, restano inferiori al 3% del PIL.


Più controintuitivi sono invece i risultati relativi ai rischi di transizione. Nello scenario di transizione ordinata (Orderly), l’Austria figura tra le economie europee maggiormente penalizzate, con costi stimati tra il 2% e il 6% del PIL. All’estremo opposto si colloca invece l’Ungheria, che secondo alcuni modelli potrebbe addirittura beneficiare della riallocazione degli investimenti e delle trasformazioni industriali legate alla transizione energetica, registrando un incremento del PIL compreso tra il 5% e l’8%. Anche l’Italia presenta un saldo positivo, seppur decisamente più contenuto, con un potenziale aumento del PIL compreso tra l’1% e il 2%.
Scope precisa tuttavia che questi risultati sono tra i più sensibili alle ipotesi incorporate nei modelli economici e vanno quindi interpretati con particolare cautela.


Il quadro cambia ulteriormente quando vengono inclusi i rischi fisici acuti, cioè gli eventi climatici estremi. Nello scenario Hot House World, le ondate di calore rappresentano la minaccia più rilevante per diversi Paesi dell’Europa meridionale. Il Portogallo potrebbe subire perdite economiche fino al 25,9% del PIL, seguito dalla Croazia con 23,6%. Per quanto riguarda la siccità, i maggiori impatti si concentrano invece nell’Europa orientale, con perdite potenziali che raggiungono il 10,5% del PIL in Bulgaria, il 10% in Lituania e il 9,2% in Lettonia.
G20, l’incertezza aumenta: India la più vulnerabile, il Giappone oscilla tra benefici e perdite
L’incertezza diventa ancora più marcata quando l’analisi si estende alle principali economie del G20. L’India rappresenta il caso più critico dell’intero campione analizzato: combinando rischi di transizione e rischi fisici cronici, le perdite economiche cumulative sono stimate tra il 6% e il 16% del PIL, mentre, considerando gli eventi estremi, la sola siccità potrebbe determinare danni fino a quasi il 20% del PIL nello scenario più severo.
Tra le economie maggiormente esposte figura anche l’Arabia Saudita, penalizzata sia dall’elevata esposizione ai rischi fisici cronici sia dai costi della transizione, legati alla forte dipendenza dell’economia dai combustibili fossili.
Il Giappone rappresenta invece uno degli esempi più evidenti dell’elevata variabilità delle stime. A seconda dello scenario climatico e del modello economico utilizzato, il Paese potrebbe registrare un beneficio economico fino all’1% del PIL oppure subire perdite prossime al 6%, evidenziando quanto il risultato finale sia ancora fortemente influenzato dalle assunzioni metodologiche.
Perché le stime restano così incerte
È proprio l’incertezza a rappresentare il messaggio più rilevante del lavoro di Scope. L’agenzia sottolinea infatti che, pur essendo ormai ampiamente riconosciuto che i rischi climatici avranno conseguenze economiche significative, la loro quantificazione resta estremamente complessa.
Le differenze derivano innanzitutto dai diversi modelli utilizzati, che incorporano ipotesi differenti sull’evoluzione delle tecnologie, della domanda energetica, delle politiche climatiche, dei prezzi e delle decisioni di investimento. A ciò si aggiunge la natura stessa del cambiamento climatico, caratterizzato da fenomeni non lineari e da un’elevata variabilità geografica, oltre che dalla difficoltà di stimare la frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi.
In definitiva, pur riconoscendo gli ampi margini di incertezza, è ormai inevitabile che il cambiamento climatico diventi una componente strutturale dell’analisi del rischio sovrano. Con l’evoluzione degli scenari NGFS e il progressivo affinamento dei modelli economici, i risultati di questo framework potranno essere integrati in modo sempre più sistematico nella metodologia di rating, rafforzando il peso delle variabili ambientali nella valutazione della capacità degli Stati di onorare il proprio debito nel lungo periodo.
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Valentina Carella
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