In alto: concerto in Piazza Maggiore Bologna, 1984 © Disegno di Serena Acciai, 2026
Le grandi città cantate dal maestro di Pavana, scomparso ieri a 86 anni, le ho immaginate ancora prima di vederle attraverso le sue parole, provenendo anch’io da un paese alle pendici dell’Appennino, tra Firenze e Bologna. Sono arrivata a Guccini attraverso una seconda generazione: nata negli anni ’80, l’ho conosciuto prima di tutto tra le mura di casa, per poi ritrovarlo e riscoprirlo negli anni con uno sguardo autonomo.
Guccini, che si definiva “campagnolo inurbato“, dalla sua Pavana sull’Appennino pistoiese, dove si ritrovano “anche oggi quattro soldi di civiltà“, era nato a Modena e aveva vissuto a Bologna. Nei cinquant’anni in cui ha fatto musica in Italia ha sempre incrociato, nelle sue canzoni, svariati paesaggi urbani: città che diventano scenografie delle sue storie, ma anche veri e propri strumenti attraverso cui narrare temi civili e sociali ancora attualissimi.
L’album Metropolis, del 1981, fu costruito proprio intorno al tema delle città e contiene quattro brani dedicati a grandi centri urbani: Milano, Venezia, Bisanzio e Bologna. Ma anche negli album successivi altri sguardi raccontano frammenti di vita urbana e rurale in quella maniera così popolare che solo Guccini sapeva fare. Tanto che, nell’omaggio Note di Viaggio (numero 2), l’album che alcuni cantanti italiani gli hanno dedicato sotto la direzione di Mauro Pagani, gli artisti sono raffigurati come i personaggi de Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, con al centro, appunto, Francesco Guccini.
Bologna
Iniziamo da Bologna, città alla quale Guccini dedica memorabili metafore, attraverso le quali possiamo leggerne la fisionomia: “Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli“; l’atmosfera: “Bologna la rossa e fatale, Bologna la grassa e l’umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana“; ma anche il carattere: “Bologna per me provinciale Parigi minore, mercati all’aperto, bistrots, della “rive gauche” l’odore“. In un’epoca fatta di vino e osterie, “quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie“, Bologna è “una bohème confortevole“, che attraversa poi le lotte studentesche sempre all’ombra dei portici. La Bologna di Guccini è la città per eccellenza, politica e combattiva, come abbiamo visto anche di recente, ma anche limite geografico di quel mondo fatto di un tempo più lento, Tralummescuro, per usare il titolo di un suo romanzo, a cui, se lo conosci, non puoi fare a meno di tornare: l’Appennino.
Venezia
“Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare, la dolce ossessione dei suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti”. Qui, a pochi anni da quella grande conquista che fu la legge sull’aborto del 1978, Guccini racconta la storia di Stefania, morta di parto, sullo sfondo di una Venezia già preda del turismo e della mercificazione degli spazi: “Venezia è un albergo, San Marco senz’altro anche il nome di una pizzeria“. Crea così una similitudine tra la giovane donna e la città che sta affondando, toccando anche il tema del degrado industriale e delle problematiche sociali legate al polo industriale di Mestre: “vedono alzarsi alla sera il fumo e la rabbia di Porto Marghera“. Ed è con queste parole in mente che, da studentessa di architettura, ho disegnato il Teatro del Mondo di Aldo Rossi, che ci veniva mostrato a lezione mentre si stagliava in un feroce contrasto tra bellezza e spregio, sulle ciminiere di Marghera, nel famoso viaggio del 1979/80, da Fusina fino a Punta della Dogana, a Venezia, per la Biennale, e poi oltre l’Adriatico.
Milano
Milano (poveri bimbi di) la vera grande metropoli italiana, è un luogo schiacciato dal cemento, che chiude la vista ai bambini che la abitano concedendo loro soltanto un fazzoletto di verde come giardino. Del capoluogo lombardo Guccini, in Samantha, dà un’immagine impietosa, denunciando il divario sociale tra l’edilizia popolare e il cuore della città: “lontano il centro quasi un altro mondo“. La protagonista, Samantha, “scende le scale di un policentro attrezzato comunale, trent’anni e quell’appartamento sarà suo“, e Guccini ci parla così dell’emergenza abitativa di chi, ora come allora, per comprare casa deve “staccare un mutuo con uno stipendio da fame” e aspettare trent’anni per fare pienamente sua, quella casa. Ma Milano è anche la chimera di un giovane amore che, sotto “il sole incerto di una domenica d’aprile”, Guccini, “burattinaio di parole“, si perde a raccontare in preda a un’assurda nostalgia. Perché la città, nonostante tutto, è stata lo sfondo della nostra vita, dei primi amori, di quelli mai iniziati, come in Samantha, o di quelli finiti, come in Farewell, quella notte in cui “solo la nebbia e noi due in sentinella, la città addormentata non era mai stata così tanto bella“.
Bisanzio
Guccini amava la storia e se ami la storia, non puoi non essere affascinato dalla triade Bisanzio/Costantinopoli/Istanbul. Ma anche qui il cantautore racconta una storia, o meglio un personaggio, per introdurre una riflessione civile. Il tema è quello dell’immigrazione ante litteram: la narrazione è infatti affidata a Filemazio, “protomedico, matematico, astronomo (forse saggio)“, un uomo reazionario che non capisce come “i barbari” possano (forse) già sapere la verità e non accetta il cambiamento in una città ormai decadente, “sospesa tra due mondi e tra due ere“. Una città con un “imperatore sposo di una puttana“, una città che è mille cose insieme, fatta di molte voci diverse, col porto Bosphoreien “là dove la terra si perde dentro al mare fino quasi al niente, poi ritorna terra e non è più Occidente“.
Genova
(Piazza Alimonda)
“Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte Genova, repubblicana di cuore, vento di sale d’anima forte Genova che si perde in centro, nei labirintici vecchi Carrugi Parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi“. Questo l’incipit di Piazza Alimonda e ancora una volta la simbiosi città-personaggio si esplicita nel racconto di quella giornata di luglio e della morte di Carlo Giuliani ma Genova non dimentica e “risponde al porto con l’urlo alto delle sirene“. La ballata si conclude con l’ immagine quasi serena di una di quelle stanze urbane di vita quotidiana, come solo le piccole piazze italiane sanno essere, come la rinominata “Piazza Carlo Giuliani ragazzo” ma Genova è ancora lì e “resta amara e indelebile la traccia aperta di una ferita“.
Teatro del Mondo Marghera © Disegno di Serena Acciai, 2001
Ciao Francesco, grazie per le tue parole che rimarranno per sempre: parole inedite, evocative, come “il suono acciottolante che fanno i piatti“, come “i ciuffi di paretaria attaccati ai muri“; parole dei “saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia“; parole cariche di immagini ed emozioni. Parole di un umile intellettuale, cantante e scrittore che, oltre a tutto il resto, ha anche reso omaggio alla lingua italiana nella sua versione più vernacolare, dialettale e profonda.
Oggi mi piace pensare che, come Amerigo, tu abbia chiuso dietro di te la porta verde e ti immagino in viaggio verso nuovi orizzonti, verso una terra, un cielo, un posto “dove non soffriremo e tutto sarà giusto“.
Serena
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