Uno studio dell’Università di Cambridge propone un nuovo modello per valutare la sostenibilità degli eventi. Non solo CO₂, ma anche impatto sociale ed economico entrano nel bilancio complessivo
I grandi eventi non sono mai stati così grandi. I Mondiali di calcio 2026, appena conclusi con il trionfo della Spagna, hanno segnato un nuovo record per il torneo FIFA: 48 nazionali partecipanti, tre Paesi ospitanti, decine di città coinvolte e milioni di spettatori in movimento tra Stati Uniti, Canada e Messico. Anche sul fronte musicale, i tour globali e i concerti-evento continuano ad attirare centinaia di migliaia di persone in un solo fine settimana, come dimostrano i grandi appuntamenti che stanno caratterizzando l’estate europea.
Parallelamente, cresce l’attenzione verso la sostenibilità di queste manifestazioni. Basti pensare a quanto il cambiamento climatico sia ormai una variabile sempre più presente (o che dovrebbe esserlo) nella pianificazione degli eventi. Fenomeni meteorologici estremi, nuove esigenze di sicurezza e maggiore attenzione alla resilienza delle strutture stanno infatti entrando nei criteri con cui vengono progettati e organizzati i grandi appuntamenti. Lo si è visto anche a metà luglio 2026 scorsi a Milano, dove una violenta grandinata ha costretto l’interruzione del concerto di Bad Bunny all’Ippodromo La Maura, con conseguenze sulla gestione del pubblico e sull’organizzazione dell’evento. Un episodio che mostra come gli organizzatori debbano oggi considerare una pluralità di fattori nella progettazione degli eventi, non soltanto dal punto di vista delle emissioni e dell’impatto ambientale, ma anche della gestione degli spazi, della sicurezza del pubblico e della capacità delle location di adattarsi a condizioni sempre più variabili.
La domanda che organizzatori, istituzioni e sponsor si pongono sempre più spesso però è un’altra: i benefici economici e sociali generati da un grande evento compensano il suo impatto ambientale?
A questo quesito prova a rispondere una ricerca dell’Università di Cambridge pubblicata su Nature, che propone un nuovo approccio alla valutazione della sostenibilità dei mega-eventi. L’idea di fondo è che limitarsi a misurare le tonnellate di CO₂ prodotte non sia più sufficiente. Per capire se un evento sia davvero sostenibile occorre confrontare i costi ambientali con il valore economico e sociale che esso genera per partecipanti, territori e organizzatori.
Cosa pesa davvero di un grande evento sull’ambiente
Quando si parla di sostenibilità dei grandi eventi, l’attenzione si concentra spesso sugli stadi, sui palchi, sull’energia utilizzata durante lo svolgimento della manifestazione o sulla produzione dei materiali. Lo studio mostra però una realtà diversa: la quota maggiore delle emissioni deriva quasi sempre dagli spostamenti delle persone.
Nel caso dei Mondiali FIFA 2026, gli autori stimano circa 3,4 milioni di voli passeggeri associati all’evento e un’impronta complessiva pari a oltre 3,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Il trasporto aereo rappresenta la componente dominante delle emissioni (82%), ben superiore all’impatto delle infrastrutture o delle attività operative legate alle partite. La dimensione individuale aiuta a comprendere meglio il fenomeno. Secondo le stime riportate nella ricerca, ogni spettatore presente al torneo genera mediamente circa 1,8 tonnellate di CO₂ equivalente. Per avere un termine di paragone, si tratta di una quantità pari a oltre un terzo delle emissioni annuali prodotte mediamente da un cittadino europeo.
La crescita dimensionale degli eventi internazionali rende il tema ancora più rilevante. L’aumento delle squadre partecipanti, l’espansione geografica delle sedi e la crescente mobilità internazionale del pubblico contribuiscono infatti a far crescere l’impatto ambientale complessivo. Un fenomeno che non riguarda soltanto il calcio ma l’intera industria dei grandi eventi, dai festival musicali alle manifestazioni culturali.
La sostenibilità come equilibrio tra valore creato e impatto generato
Gli autori dello studio propongono quindi di superare una visione della sostenibilità basata esclusivamente sulla riduzione delle emissioni e di introdurre una valutazione più ampia, che consideri anche il valore economico e sociale generato dagli eventi. Il principio è simile a quello utilizzato nelle analisi costi-benefici della finanza pubblica: un evento produce effetti positivi per spettatori, territori e imprese, ma genera anche costi ambientali che devono essere considerati nel bilancio complessivo. Questo approccio non significa giustificare automaticamente eventi ad alto impatto, ma introdurre maggiore trasparenza nel processo decisionale. La ricerca mostra infatti che integrare il costo climatico delle emissioni nella valutazione complessiva non elimina necessariamente il valore generato da un evento, ma permette di misurare con maggiore precisione il rapporto tra benefici prodotti e impatti sostenuti.
Un elemento centrale dello studio riguarda il concetto di responsabilità condivisa. Se gran parte delle emissioni deriva dagli spostamenti del pubblico, gli organizzatori non possono limitarsi a intervenire sugli aspetti direttamente sotto il loro controllo, come energia e strutture. Devono invece contribuire a rendere più sostenibili anche le scelte degli spettatori. Per questo i ricercatori indicano una serie di strumenti che possono accompagnare la progettazione degli eventi: dalla scelta di location che riducano la necessità di lunghi spostamenti fino agli incentivi economici per chi utilizza modalità di trasporto meno impattanti. Una delle ipotesi avanzate è proprio quella di premiare i comportamenti sostenibili, ad esempio attraverso sconti o rimborsi sul biglietto per gli spettatori che dimostrano di aver raggiunto l’evento con mezzi a minore impatto ambientale. L’obiettivo non è trasferire interamente il costo ambientale sul pubblico, ma costruire un sistema in cui organizzatori, istituzioni e partecipanti condividano la responsabilità della riduzione delle emissioni.
Il caso Coldplay
Per testare il modello, gli autori applicano l’analisi anche al tour europeo dei Coldplay del 2024, uno dei casi più citati negli ultimi anni in materia di sostenibilità degli eventi musicali.
Il dato più rilevante riguarda ancora una volta la mobilità, con circa il 97% delle emissioni associate al tour analizzato che deriva da attività indirette, soprattutto dagli spostamenti del pubblico. Un risultato che mostra come anche un’organizzazione attenta agli aspetti ambientali abbia un margine limitato se non riesce a intervenire sulla componente più difficile da controllare: il comportamento degli spettatori.
Proprio per questo la strategia adottata dalla band britannica si è concentrata anche sul comportamento degli spettatori. Tra le misure introdotte figurano incentivi all’utilizzo dei trasporti pubblici, strumenti per favorire forme di mobilità a minore impatto e interventi sulla logistica complessiva del tour. Secondo lo studio, queste iniziative hanno contribuito a una riduzione significativa delle emissioni (pari a circa il 48% per quanto riguarda gli spostamenti del pubblico) rispetto a uno scenario convenzionale. Il caso Coldplay viene quindi presentato come esempio di come la sostenibilità dei grandi eventi dipenda sempre meno dall’efficienza energetica delle strutture e sempre più dalla capacità di influenzare i modelli di mobilità del pubblico. L’analisi dei ricercatori evidenzia inoltre come, anche considerando il costo climatico delle emissioni, il valore economico e sociale generato dal tour resti positivo.
Da Tor Vergata ai grandi eventi del futuro
Più recente è, invece, il concerto “Ultimo 2026 – La favola per sempre” a Tor Vergata che ha seguito l’esempio del tour dei Coldplay, integrando anche altre attenzioni ambientali e sociali. L’organizzazione ha infatti puntato sulla mobilità sostenibile attraverso la collaborazione con Trenitalia e Frecciarossa, che hanno esteso gli orari e offerto sconti per i partecipanti al concerto, con l’obiettivo di incentivare gli spostamenti in treno dei fan provenienti da diverse parti del Paese. Anche a livello locale non sono mancate agevolazioni sulla metropolitana.
Accanto alla mobilità sono state introdotte altre iniziative, dalla distribuzione gratuita di acqua alla gestione dei rifiuti, con l’obiettivo di ridurre alcuni degli impatti tipici dei grandi raduni.
Il valore di questi interventi, però, non sta soltanto nelle singole misure adottate, ma nel cambio di approccio, nel capire che la sostenibilità dei mega-eventi non passa più soltanto dalla riduzione della CO₂, ma dalla capacità di valutare insieme le diverse dimensioni dell’impatto.
Un grande evento genera infatti valore economico per imprese e territori, crea occasioni di partecipazione e inclusione sociale, ma produce anche pressioni sull’ambiente e sulle infrastrutture. Per organizzatori, investitori e istituzioni la sfida futura sarà quindi integrare queste tre dimensioni, ambientale, sociale ed economica, nella valutazione complessiva degli eventi.
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Arianna De Felice
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