Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, compresa l’area E1, sono illegali ai sensi del diritto internazionale”. Lo scrive in una nota diffusa ieri l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, ribadendo la posizione dell’Ue dopo la pubblicazione da parte del governo di Tel Aviv di un bando di gara per la costruzione di oltre 1.200 unità abitative nell’ambito del controverso progetto di insediamento E1. In una dichiarazione congiunta, anche sei capitali europee, tra cui Roma, hanno definito il piano “inaccettabile” e chiesto a Israele di fermarsi.

Il motivo è che l’attuazione del progetto E1 dividerebbe in due la Cisgiordania, isolando Gerusalemme Est e compromettendo in modo sostanziale le prospettive di una soluzione a due Stati, spiegano la capa della diplomazia del blocco e le capitali nelle rispettive dichiarazioni.

“Questi sviluppi si verificano in un momento in cui la Cisgiordania sta vivendo un’ulteriore instabilità e livelli record di violenza da parte dei coloni. In questo contesto, prendiamo atto delle recenti accuse mosse dai pubblici ministeri israeliani nei confronti di alcuni autori di tali atti di violenza”, continua la nota di Kallas, facendo eco alla dichiarazione congiunta degli Stati, i quali a loro volta sottolineano come i piani per la nuova colonia E1 “non solo ci allontaneranno ulteriormente dalla pace, ma mineranno ulteriormente la posizione di Israele sul piano internazionale”.

La richiesta a Israele: “Sospendere gli insediamenti”

Nella dichiarazione congiunta firmata da Belgio, Francia, Germania, Italia, Norvegia e Paesi Bassi e Regno Unito insieme al Canada, le capitali ricordano che “la comunità internazionale si oppone da tempo a questa espansione degli insediamenti”, ritendendoli “illegali” come affermato in modo “chiaro” dal diritto internazionale e “ribadito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

Kallas, come i sette Paesi firmatari della dichiarazione congiunta, chiede perciò a Israele di “ritirare il bando di gara, di sospendere i suoi piani relativi all’area E1 e tutti gli altri progetti di espansione degli insediamenti, nonché di garantire che i responsabili delle violenze perpetrate dai coloni rispondano delle proprie azioni”.

Le sette capitali si rivolgono anche alle imprese, avvisandole che “non devono prendere in considerazione la partecipazione a gare d’appalto per tali piani edilizi. Devono essere consapevoli delle conseguenze legali e reputazionali, in particolare il rischio di incorrere in gravi violazioni del diritto internazionale”.

Cos’è il progetto E1

Il progetto E1 in Cisgiordania risale al 1995 ed è dovuto alla mente dell’ex premier Yitzhak Rabin. Non era mai stato portato avanti a causa delle pressioni internazionali, fino alla sua approvazione nell’estate 2025.

L’operazione prevede la costruzione di 3.400 nuovi insediamenti in un’area strategica della Cisgiordania denominata per l’appunto E1, e la scorsa settimana il governo di Tel Aviv ha sostanzialmente avviato la sua realizzazione concreta pubblicando una gara per 1.234 nuove abitazioni tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumin.

Come sottolineato da Kallas e dai sette Paesi firmatari della dichiarazione congiunta, l’operazione di fatto dividerebbe in due la Cisgiordania da Nord a Sud, rendendo ancor più difficili e frammentati i collegamenti e isolando Gerusalemme Est, ipotetica capitale dello Stato di Palestina, dal resto dei territori palestinesi.

Va ricordato che, in base agli accordi di pace di Oslo del 1993-1995, la Cisgiordania è territorio palestinese. La regione fu suddivisa in tre zone amministrative: nell’Area A, l’Autorità Nazionale Palestinese assumeva il controllo civile e della sicurezza; nell’Area B, l’amministrazione civile era palestinese ma la sicurezza veniva condivisa con Israele, mentre l’Area C, rimaneva sotto controllo israeliano tranne che sui civili palestinesi. Questa divisione era pensata per essere temporanea, in attesa di negoziati definitivi, ma di fatto si è cristallizzata.

Bezalel Smotrich: “Lo Stato palestinese cancellato con i fatti”

Nei decenni, intanto, Israele ha progressivamente colonizzato la regione con oltre 750mila ‘settler’ sparsi in circa 160 insediamenti che frammentano il territorio e rendono più difficile i collegamenti e la sua amministrazione da parte palestinese.

E1 rappresenta però un salto ulteriore, proprio perché, come sottolineano anche i sette Paesi firmatari della dichiarazione congiunta, creerà “una divisione nel territorio della Cisgiordania“, danneggerà “la contiguità territoriale dei Territori palestinesi” e “comprometterà la prospettiva della soluzione a due Stati“.

D’altronde questa è proprio ciò che vuole il governo israeliano. Nell’agosto 2025, presentando l’approvazione definitiva del piano, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo aveva definito “un passo significativo che cancella praticamente l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra d’Israele”.

E aveva aggiunto: “Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”.

L’Ue dalle parole… alle parole

Kallas nella nota di ieri afferma che “l’Ue ribadisce il proprio impegno incrollabile a favore di una pace globale, giusta e duratura basata sulla soluzione dei due Stati, in conformità con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano fianco a fianco in pace e sicurezza entro confini sicuri e riconosciuti”.

Un’altra condanna a parole a cui molti si chiedono se seguiranno dei fatti. Alcuni Paesi europei hanno riconosciuto lo Stato di Palestina in seguito all’ultima guerra a Gaza, ma si è trattato soprattutto di un’azione formale, mentre Bruxelles ha imposto sanzioni a singoli individui e a organizzazioni israeliane legate al movimento dei coloni, ma finora non ha mai preso misure contro Israele, a causa delle diverse posizioni delle capitali.

Eppure la richieste in tal senso non sono mancate, rivolte soprattutto a far valere il peso economico del blocco, principale partner commerciale di Tel Aviv. Un’iniziativa popolare avviata tra gennaio e luglio 2026 dall’Alleanza della Sinistra Europea per i Popoli e il Pianeta (European Left Alliance-Ela), che chiede la sospensione degli accordi di partenariato in essere tra Ue e Israele, ha raccolto oltre un milione di firme di cittadini europei. Spagna, Slovenia e Irlanda si sono dette favorevoli.

L’ambasciatore Usa sui coloni a Qusra: “Terroristi”

Secondo alcune indiscrezioni citate da Ispi(Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), “l’Unione europea avrebbe già pronta una lista di sanzioni, anche commerciali, qualora Israele decida di procedere con il progetto dell’E1”. E sembra che gli Stati Uniti, alleato storico di Tel Aviv, non si opporrebbero.

D’altronde il rapporto tra il premier israeliano ‘Bibi’ Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump al momento non è idilliaco, tanto che l’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha definito i coloni colpevoli di violenze contro i palestinesi del villaggio di Qusra, a sud di Nablus, “terroristi israeliani”.


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