Gaggio Tech, 79 licenziamenti: chiesta la ricollocazione


Le lettere di licenziamento sono arrivate e per 79 lavoratrici e lavoratori della Gaggio Tech di Gaggio Montano comincia una nuova fase di una vertenza che, sotto nomi e proprietà differenti, accompagna da anni l’Appennino bolognese. Dal primo settembre, secondo quanto ricostruito nei giorni scorsi, nel sito resteranno i 40 dipendenti assorbiti da Minifaber, mentre per gli altri scatterà il percorso verso la Naspi. Molti dei lavoratori coinvolti sono donne, over 50 e residenti nella montagna bolognese. A riportare il caso in Regione sono i consiglieri del Partito democratico Francesco Critelli e Simona Lembi, che con un’interrogazione chiedono alla Giunta tempi e modalità del bando da 2 milioni di euro annunciato per favorire la ricollocazione dei lavoratori e, soprattutto, quali garanzie possano essere messe in campo per consentire il loro riassorbimento nel bacino produttivo locale.

“Decine di famiglie in una condizione di drammatica incertezza”

“Il tessuto industriale dell’Appennino bolognese ha subito un gravissimo colpo a seguito della formale apertura della procedura di liquidazione e del contestuale avvio dei 79 licenziamenti ai danni dei dipendenti dello stabilimento Gaggio Tech Srl di Gaggio Montano”, sottolineano Critelli e Lembi. Per i due consiglieri, “la spedizione delle prime lettere di licenziamento getta in una condizione di drammatica incertezza decine di famiglie del territorio montano, vanificando gli sforzi profusi nei precedenti tavoli di salvaguardia industriale”. Le lettere sono state inviate negli ultimi giorni di agosto. La cessazione riguarda il ramo plastica, mentre resta operativo quello della lavorazione della lamiera passato a Minifaber, che occupa una quarantina di persone.

Il bando da 2 milioni: fino a 15mila euro per ogni assunzione

Una delle speranze per chi perde il lavoro è legata alla misura straordinaria annunciata dalla Regione Emilia-Romagna per incentivare le assunzioni nelle aree dell’Appennino. Il bando dovrebbe mettere a disposizione 2 milioni di euro e, secondo quanto anticipato, prevedere contributi fino a 15mila euro per ogni lavoratore assunto dalle imprese del territorio. La pubblicazione è prevista entro settembre e la misura dovrebbe essere rivolta alle aziende dell’Appennino, con l’esclusione delle pubbliche amministrazioni e dei datori di lavoro domestico. Critelli e Lembi chiedono ora alla Regione di indicare le tempistiche esatte e le modalità operative dello strumento, oltre alle garanzie per favorire “il pieno assorbimento all’interno del bacino produttivo locale della forza lavoro licenziata”.

Da Saeco a Saga Coffee fino a Gaggio Tech: una crisi che parte da lontano

Per capire il peso della vicenda sull’Appennino bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni. Lo stabilimento affonda le proprie radici nella storia della Saeco, fondata nel 1981 e diventata uno dei protagonisti internazionali delle macchine automatiche per il caffè. Alla fine degli anni Novanta arrivò l’acquisizione di Gaggia e successivamente la nascita di Saeco International Group. Nel 2009 il gruppo passò a Philips. Nei momenti di maggiore espansione, lo stabilimento di Gaggio Montano arrivò a dare lavoro a circa 1.800 persone. Nel 2015 gli occupati erano già scesi a circa 600. Nel 2017 dalla riorganizzazione nacque Saga Coffee, ma alla fine del 2021 venne annunciata la chiusura dello stabilimento. Seguì una delle vertenze simbolo dell’Appennino bolognese, con circa cento giorni di mobilitazione e un presidio permanente dei lavoratori davanti ai cancelli.

Il salvataggio del 2022 e la nascita di Gaggio Tech

Nel febbraio 2022 sembrò arrivare la svolta. Regione, Città metropolitana, Comune, sindacati, Gruppo Evoca e nuovi investitori raggiunsero un accordo per il rilancio del sito. Il piano prevedeva la nascita di una nuova società sostenuta da Tecnostamp Triulzi e Minifaber e il riassorbimento di 137 lavoratori, accompagnato da investimenti e misure di protezione sociale. La nuova Gaggio Tech partì formalmente il primo giugno 2022. Nel 2024 risultavano già investiti circa 8 milioni di euro e il progetto industriale puntava a portare lo stabilimento a regime nel 2025. Le prospettive, però, cambiarono nuovamente.

La nuova crisi e la liquidazione

Nel marzo 2025 la situazione tornò critica. Il socio di maggioranza chiese la liquidazione della società e circa 130 lavoratori finirono nuovamente a rischio. Il 31 marzo 2025, durante il tavolo regionale di salvaguardia occupazionale, venne formalizzato un percorso che prevedeva la cessione a Minifaber di un ramo d’azienda, con il reimpiego iniziale di 25 lavoratori e la cassa integrazione per altri 105. Nel settembre successivo Regione e sindacati diedero il via libera a un piano di riequilibrio nell’ambito della composizione negoziata della crisi, nel tentativo di mantenere una continuità produttiva. Nel febbraio 2026 la Regione convocò poi un nuovo confronto con Città metropolitana, Confindustria Emilia, sindacati e imprenditori, trasformandolo in un tavolo permanente per il futuro industriale dell’Appennino. A quel punto la parte di Gaggio Tech legata alla plastica risultava in liquidazione, mentre Minifaber continuava a operare nel sito con una quarantina di lavoratori.

Un Appennino che ha già perso 1.900 posti di lavoro

La preoccupazione, dunque, non riguarda soltanto i 79 dipendenti di Gaggio Tech. L’industria continua ad avere un peso molto rilevante nell’economia dell’Appennino bolognese: secondo dati riportati nei giorni scorsi, il manifatturiero conta circa 4.500 addetti, quasi il 34% dell’occupazione complessiva dell’area. Ma tra il 2015 e il 2023 gli addetti del settore sarebbero diminuiti di oltre il 10%, con 1.900 posti di lavoro persi, di cui circa 1.100 nel metalmeccanico. È questo il contesto nel quale sindacati e istituzioni parlano sempre più spesso del rischio di “desertificazione industriale” della montagna.

La proposta di una Zes per l’Appennino

Da qui anche la seconda richiesta contenuta nell’interrogazione di Critelli e Lembi: sostenere la creazione di una Zona economica speciale per l’Appennino. I consiglieri chiedono alla Giunta se intenda “fare propria e sostenere con forza nelle sedi governative e parlamentari la proposta di istituzione di una Zes per l’Appennino”, introducendo sgravi fiscali e semplificazioni burocratiche capaci di rendere più conveniente per le imprese investire nell’area di Gaggio Montano. L’ipotesi di una Zes è stata rilanciata anche nel dibattito istituzionale e sindacale degli ultimi giorni come possibile strumento per creare condizioni più favorevoli agli investimenti nelle aree montane.

La sfida adesso è ricollocare i 79 lavoratori

Nell’immediato, però, il problema resta il futuro dei 79 lavoratori licenziati. L’assessore regionale al Lavoro Giovanni Paglia ha indicato come obiettivo quello di creare nuove opportunità occupazionali per tutti. I sindacati guardano anche alla possibilità che Minifaber possa assorbire altri ex dipendenti in caso di crescita dell’attività, ma riconoscono la difficoltà di trovare una soluzione capace di ricollocare rapidamente l’intera platea. È su questo punto che l’interrogazione del Pd chiede ora un impegno preciso alla Regione: fare in modo che la fine di un altro pezzo della lunga storia industriale dell’ex Saeco non si traduca nell’uscita definitiva di decine di lavoratori dal mercato del lavoro dell’Appennino bolognese. 


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