Oro d’Europa, la mappa dei lingotti di Italia, Francia e Germania


lingotti oro

C’è un luogo, nel cuore di Manhattan, dove una parte sorprendentemente grande della ricchezza europea continua a essere custodita sotto terra. Non sono dollari, titoli di Stato o depositi bancari, ma lingotti d’oro. La domanda su dove siano fisicamente conservate le riserve auree delle banche centrali europee torna ad avere un significato. È una questione di sicurezza, liquidità, diversificazione geografica e, inevitabilmente, geopolitica.

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L’Italia è uno dei casi più interessanti. La Banca d’Italia dispone complessivamente di 2.452 tonnellate di oro, una delle maggiori riserve auree ufficiali al mondo. La quantità è rimasta sostanzialmente invariata da oltre vent’anni, ma il suo valore è esploso insieme alla quotazione del metallo. Al 31 dicembre 2025, l’oro della Banca d’Italia valeva 289,2 miliardi di euro, contro i 197,9 miliardi della fine del 2024. L’incremento, pari a 91,3 miliardi, non è stato prodotto dall’acquisto di nuovi lingotti: è stato interamente determinato dalla rivalutazione del metallo, il cui prezzo espresso in euro è aumentato del 46,1% nel 2025.

La geografia della riserva italiana è però tutt’altro che domestica. 1.100 tonnellate, pari al 44,86%, sono custodite in Italia, mentre 1.061,5 tonnellate, il 43,29%, si trovano negli Stati Uniti. Altre 149,3 tonnellate, il 6,09%, sono in Svizzera, mentre 141,2 tonnellate, il 5,76%, sono nel Regno Unito. In altre parole, quasi metà dell’oro italiano non si trova nei caveau di Via Nazionale, ma dall’altra parte dell’Atlantico.

Alle quotazioni del 3 settembre 2026 indicate per l’oro spot, intorno a 4.422 dollari l’oncia, le 1.061,5 tonnellate italiane custodite negli Stati Uniti corrispondono a circa 34,1 milioni di once troy e a un valore nell’ordine dei 150,8 miliardi di dollari, pari a circa 130 miliardi di euro utilizzando un cambio vicino a 1,16 dollari per euro. Il cambio ufficiale di riferimento della Bce del 2 settembre era infatti pari a 1,1578 dollari per euro, mentre il mercato EUR/USD il 3 settembre si è mosso intorno a 1,16.

Sotto Manhattan, il caveau dove l’oro non diventa americano

La parte più consistente dell’oro italiano custodito all’estero è nella Federal Reserve Bank of New York, sotto Manhattan. Il principio fondamentale è semplice ma spesso frainteso: un lingotto depositato presso la Fed di New York rimane di proprietà della banca centrale che lo ha depositato. La custodia negli Stati Uniti non significa dunque che quell’oro appartenga agli Stati Uniti.

Per la Banca d’Italia la presenza a New York ha innanzitutto radici storiche. Nel secondo dopoguerra l’Italia divenne progressivamente un grande Paese esportatore e accumulò consistenti disponibilità in valuta estera, soprattutto dollari. Una parte di quelle riserve venne trasformata in oro. Un episodio significativo risale al 1947, quando la Banca d’Italia acquistò dalla Bank of Canada 26,6 tonnellate di oro, utilizzando fondi in dollari detenuti a New York. I lingotti furono depositati direttamente presso la Federal Reserve.

Il punto, dunque, è che la grande quantità di oro italiano presente negli Stati Uniti non nasce da una recente decisione di spostare la ricchezza nazionale oltreoceano. È il risultato di una storia finanziaria cominciata nel dopoguerra e poi consolidata nel tempo.

Ma la storia non è l’unica spiegazione. La stessa Banca d’Italia sottolinea che la distribuzione geografica dell’oro risponde anche a una precisa logica di diversificazione del rischio. Una riserva distribuita tra più Paesi e più depositari riduce la concentrazione in un singolo luogo e, contemporaneamente, consente di avere metallo fisicamente disponibile nelle principali piazze finanziarie internazionali. In caso di necessità, infatti, l’oro può essere utilizzato più rapidamente senza dover affrontare il trasferimento fisico di grandi quantità di lingotti.

È una logica che, almeno fino a poco tempo fa, sembrava quasi indiscutibile. Oggi però il quadro internazionale sta cambiando.

I Paesi Bassi spostano 86 tonnellate: non è un rimpatrio, è una questione di liquidità

La svolta più recente arriva proprio dai Paesi Bassi. Il 2 settembre 2026 la De Nederlandsche Bank ha annunciato di avere trasferito, tra marzo e agosto, circa 86 tonnellate di oro dal complesso delle proprie riserve detenute negli Stati Uniti e in Canada verso Londra. L’operazione è stata motivata esplicitamente con l’aumento delle tensioni geopolitiche e con l’esigenza di rafforzare la preparazione della banca centrale a eventuali crisi. Il dettaglio è fondamentale perché Amsterdam non ha scelto semplicemente di riportare tutto l’oro in patria. Al contrario, ha spostato una parte significativa della riserva verso Londra, considerata uno dei principali centri mondiali per la negoziazione dell’oro fisico.

Prima dell’operazione, il 31,3% dell’oro olandese era a New York e il 19,7% a Ottawa. Dopo il trasferimento, la quota di New York è scesa al 18,5%, quella di Ottawa al 18,5%, mentre Londra è salita dal 18,1% al 32,1%. Il 30,8% continua a essere custodito nei Paesi Bassi, presso il centro di Zeist. La quantità complessiva non è cambiata: le riserve olandesi restano pari a 612,4 tonnellate, che a fine 2025 valevano 72,2 miliardi di euro.

Ancora più interessante è il modo in cui l’operazione è stata realizzata. Circa 59 tonnellate sono state vendute a New York e ricomprate a Londra, selezionando oro conforme agli standard internazionali. Più di 27 tonnellate sono state invece trasferite fisicamente dagli Stati Uniti e dal Canada a Zeist, mentre una quantità analoga di oro già conforme agli standard internazionali è stata spostata da Zeist a Londra. In questo modo DNB ha evitato di dover rifondere o rilavorare una parte dei lingotti.

La motivazione ufficiale non è dunque “l’oro americano non è sicuro”. È più sofisticata. Secondo DNB, l’oro custodito a Londra è più facilmente negoziabile e quindi più rapidamente utilizzabile in caso di crisi. La banca centrale olandese parla esplicitamente di tradability, cioè della capacità di trasformare rapidamente il metallo in un’attività finanziaria liquida. Ed è qui che la geografia dell’oro diventa una questione di gestione delle riserve.

Francia: New York chiude, ma per una ragione molto meno geopolitica

Anche la Francia ha recentemente ridisegnato la mappa delle proprie riserve. Ma in questo caso la motivazione ufficiale è soprattutto tecnica. Nel 2025 la Banque de France ha venduto le ultime 129 tonnellate di oro custodite a New York, pari al 5% delle sue riserve complessive. Il quantitativo totale francese è rimasto invariato a 2.437 tonnellate.

La ragione è legata allo standard qualitativo dei lingotti. Dal 2005 la Banque de France sta progressivamente adeguando le proprie riserve allo standard della London Bullion Market Association, che richiede per i lingotti Good Delivery una purezza del 99,99%. Le 129 tonnellate rimaste a New York non rispettavano questo standard. Invece di affrontare una lunga e complessa operazione di trasferimento, la banca centrale francese ha quindi deciso di vendere quei lingotti e ricomprare oro conforme agli standard in Europa. L’operazione ha prodotto anche un risultato finanziario straordinario: la vendita dell’oro americano ha generato una plusvalenza di 11 miliardi di euro nel 2025. La Francia, quindi, non ha “ridotto l’oro” e non ha venduto una quota delle proprie riserve strategiche. Ha cambiato il metallo e la sua collocazione. Il patrimonio aureo resta di 2.437 tonnellate.

Germania: Francoforte è il cuore, New York resta una gamba fondamentale

La Germania offre ancora un altro modello. La Bundesbank ha una delle maggiori riserve auree del mondo: a fine 2025 possedeva 3.350 tonnellate, per un valore di 395,2 miliardi di euro, contro le 3.352 tonnellate e i 270,6 miliardi della fine del 2024. Anche in questo caso la quantità è sostanzialmente stabile, mentre la forte crescita del valore è stata determinata dal prezzo dell’oro.

La distribuzione è molto più equilibrata di quella italiana. 1.710 tonnellate sono custodite a Francoforte, pari a poco più della metà della riserva tedesca. 1.236 tonnellate sono presso la Federal Reserve di New York, mentre altre 404 tonnellate sono presso la Bank of England a Londra. La quota americana equivale a circa il 36,9% della riserva tedesca. Francoforte pesa per circa il 51%, Londra per il restante 12%.

La Germania, dunque, non ha seguito la strada francese e non ha replicato la recente scelta olandese. Ha mantenuto New York come componente strutturale della propria rete di custodia. Eppure anche Berlino ha già sperimentato il rimpatrio. Tra il 2013 e il 2017 la Bundesbank trasferì a Francoforte 300 tonnellate da New York e 374 tonnellate da Parigi, completando un piano che portò alla fine della custodia dell’oro tedesco presso la Banque de France. Nel 2017 le riserve erano quindi distribuite fra Francoforte, New York e Londra.

La strategia tedesca sintetizza bene il problema: una parte dell’oro deve essere fisicamente vicina al Paese che lo possiede, perché il metallo ha anche una funzione di fiducia interna; un’altra parte deve restare nei grandi centri internazionali, perché in caso di emergenza l’oro deve poter essere trasformato rapidamente in valuta o utilizzato sui mercati.

L’Austria ha già scelto la diversificazione: metà in casa, metà fuori

Un altro caso interessante è quello dell’Austria, che dispone di 280 tonnellate di oro. La Oesterreichische Nationalbank ha deciso da anni di mantenere 140 tonnellate in Austria, mentre l’altra metà resta all’estero.

La scelta nasce da una revisione della strategia di custodia avviata nel 2015. Nel 2018 la banca centrale ha completato il rientro di 90 tonnellate, portando a 140 tonnellate la quantità conservata sul territorio nazionale. La restante parte è destinata a Londra e Svizzera, con l’obiettivo di ridurre il rischio di concentrazione e mantenere l’accesso ai due principali mercati europei dell’oro fisico.

Anche Vienna, quindi, non considera incompatibili due esigenze apparentemente opposte: custodire oro in patria per ragioni di sicurezza e fiducia e conservarne una parte all’estero per poterlo utilizzare rapidamente sui mercati internazionali. È esattamente il punto verso cui sembra convergere la nuova filosofia delle banche centrali: non “casa o estero”, ma una combinazione dei due.

Londra guadagna peso nella nuova mappa dell’oro europeo

Il movimento olandese è particolarmente significativo perché rafforza ulteriormente il ruolo di Londra. La capitale britannica continua infatti a essere il principale punto di riferimento internazionale per il mercato dell’oro fisico. Il Central Bank Gold Reserves Survey 2026 del World Gold Council mostra che il 57% delle banche centrali intervistate indica la Bank of England come luogo di custodia, mentre il 49% dichiara di conservare almeno una parte delle proprie riserve in strutture domestiche. Ma il dato più interessante riguarda proprio la diversificazione: il 10% degli intervistati ha dichiarato di avere diversificato nell’ultimo anno i propri luoghi di custodia all’estero, contro appena il 2% nella precedente rilevazione. E il 9% prevede di farlo nei successivi dodici mesi. È un cambiamento ancora minoritario, ma il salto dal 2% al 10% è abbastanza netto da segnalare una tendenza.

Anche le ragioni stanno cambiando. Nell’indagine 2026 il 42% delle banche centrali che gestiscono attivamente le riserve auree indica il risk management come una delle motivazioni, quasi il doppio rispetto al 22% del 2025. L’oro, insomma, non viene considerato soltanto un bene da conservare in cassaforte: diventa sempre più parte di una strategia attiva di gestione del rischio.


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