Andare in pensione non significa necessariamente smettere definitivamente di lavorare. C’è chi vuole continuare perché l’assegno è più basso dello stipendio, chi desidera arrotondare e chi semplicemente non vuole abbandonare del tutto la propria attività.
Ma si può percepire contemporaneamente pensione e reddito da lavoro? In molti casi sì, ma non sempre. Tutto dipende soprattutto dal tipo di pensione con cui si è lasciato il lavoro e, per i dipendenti pubblici, entrano in gioco anche regole particolari sulla permanenza in servizio.
Buongiorno, sono ormai vicino alla pensione ma non vorrei smettere completamente di lavorare. Vorrei magari continuare con un’attività più leggera o qualche collaborazione. È possibile percepire contemporaneamente pensione e reddito da lavoro? Ci sono limiti o rischi di perdere la pensione?
La risposta è che pensione e lavoro possono convivere, ma prima di accettare un nuovo incarico bisogna verificare con quale trattamento pensionistico si è usciti.
Pensione di vecchiaia: si può continuare a lavorare
La situazione più semplice riguarda la pensione di vecchiaia. Una volta ottenuto il trattamento, è generalmente possibile svolgere un’attività dipendente o autonoma e cumulare il nuovo reddito con la pensione.
Per accedere alla pensione, però, il lavoratore dipendente deve prima cessare il rapporto di lavoro in corso. Successivamente può essere nuovamente assunto. Non è invece richiesta la cessazione dell’attività autonoma.
Un pensionato può quindi, ad esempio, percepire l’assegno INPS e contemporaneamente uno stipendio derivante da un nuovo lavoro. Bisognerà naturalmente considerare anche gli effetti fiscali derivanti dalla presenza di più redditi.
Pensione anticipata ordinaria: si può tornare al lavoro
Regole analoghe valgono per la pensione anticipata ordinaria, ottenuta sulla base dell’anzianità contributiva.
Anche in questo caso il rapporto di lavoro dipendente deve cessare per accedere alla pensione, ma successivamente è possibile tornare a lavorare e, in linea generale, cumulare pensione e nuovo reddito.
Da non confondere, però, la pensione anticipata ordinaria con alcune forme di uscita anticipata come Quota 100, Quota 102 e Quota 103.
Quota 100, 102 e 103: qui lavorare può diventare un problema
Le regole cambiano radicalmente per chi è andato in pensione con Quota 100, Quota 102 o Quota 103.
Fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, questi trattamenti non sono cumulabili con i redditi da lavoro dipendente o autonomo.
L’unica eccezione riguarda il lavoro autonomo occasionale entro 5.000 euro lordi annui. Non significa, quindi, che sia possibile farsi assumere per pochi giorni purché si rimanga sotto i 5.000 euro: l’eccezione riguarda esclusivamente il lavoro autonomo occasionale.
E sottovalutare questa regola può costare molto caro.
Un giorno di lavoro e oltre 24 mila euro richiesti dall’INPS
Negli ultimi anni sono finiti sui giornali diversi casi emblematici.
Un pensionato con Quota 100 aveva lavorato un solo giorno come comparsa cinematografica, guadagnando appena 78,48 euro. Essendo stato inquadrato come lavoratore dipendente, l’INPS gli aveva chiesto la restituzione di 24.076 euro, praticamente un’intera annualità di pensione. Il pensionato ha successivamente ottenuto una decisione favorevole, con il recupero limitato a una sola mensilità.
Un caso simile si è verificato a Ravenna: un pensionato con Quota 100 aveva lavorato appena 21 ore come bracciante agricolo, guadagnando meno di 180 euro. L’INPS aveva chiesto indietro oltre 20 mila euro di pensione. Anche qui il giudice ha ridimensionato la pretesa dell’Istituto, limitando il recupero al periodo interessato dal lavoro.
Un altro pensionato, dopo una sola giornata come comparsa e un compenso di 126,99 euro, si era visto richiedere dall’INPS 11.215 euro. Anche in questo caso il Tribunale ha accolto il ricorso.
Le sentenze hanno quindi corretto in diversi casi conseguenze ritenute sproporzionate, ma il divieto di cumulo resta. Le regole INPS prevedono tuttora la sospensione della pensione nell’anno in cui viene prodotto un reddito incompatibile e il recupero delle rate indebitamente corrisposte.
Meglio quindi verificare prima, piuttosto che ritrovarsi successivamente a discutere con l’INPS.
APE Sociale: si può lavorare?
Particolare attenzione serve anche con l’APE Sociale, che non è una vera pensione ma un’indennità di accompagnamento alla pensione.
La misura è stata prorogata anche per il 2026 e, per chi rientra nelle regole attuali, è incompatibile con il lavoro dipendente e autonomo. Anche qui è ammesso soltanto il lavoro autonomo occasionale entro 5.000 euro lordi annui.
In caso di attività incompatibile si rischia la decadenza dall’APE Sociale e il recupero delle somme percepite nell’anno.
E nel pubblico impiego si può continuare a lavorare?
Per i dipendenti pubblici bisogna fare un ragionamento diverso.
Dal 2025 il limite ordinamentale generale è stato elevato a 67 anni. Raggiunta questa età, il rapporto con la Pubblica Amministrazione normalmente cessa quando il lavoratore ha maturato il diritto alla pensione.
La normativa consente alle amministrazioni, per specifiche esigenze organizzative e con il consenso dell’interessato, di trattenere determinati dipendenti fino a 70 anni. Non è però un diritto del lavoratore: la decisione spetta alla PA e la prosecuzione deve avvenire senza interruzione del servizio.
Una volta effettivamente pensionato, inoltre, l’ex dipendente pubblico non può semplicemente tornare al proprio posto. La normativa pone specifici limiti agli incarichi che le amministrazioni possono affidare ai pensionati e bisogna quindi verificare la natura dell’eventuale incarico o collaborazione.
Diverso è il caso di chi, dopo la pensione, va a lavorare nel settore privato o svolge un’attività autonoma: con una normale pensione di vecchiaia o anticipata ordinaria valgono generalmente le regole sulla piena cumulabilità.
E se il dipendente pubblico arriva a 67 anni ma non ha abbastanza contributi?
C’è poi un caso molto particolare: il dipendente pubblico che raggiunge il limite di età senza avere ancora i contributi necessari per ottenere la pensione.
La questione è stata recentemente affrontata proprio per il personale della scuola.
Con la sentenza n. 125/2026, depositata il 14 luglio, la Corte costituzionale si è occupata del caso di una dipendente scolastica collocata a riposo nonostante non avesse ancora maturato il diritto alla pensione. La Consulta ha ribadito un principio importante: non si può obbligare un dipendente pubblico a lasciare il lavoro prima che abbia raggiunto i requisiti minimi per ottenere la pensione.
Per il personale scolastico la legge già consente, in determinate condizioni, il trattenimento in servizio necessario a raggiungere l’anzianità minima. La Corte è intervenuta anche sul limite massimo di età, stabilendo che deve tenere conto degli adeguamenti alla speranza di vita previsti per l’accesso alla pensione di vecchiaia.
In sostanza, raggiungere i 67 anni non significa necessariamente essere mandati a casa senza pensione: se mancano i requisiti contributivi minimi, possono operare specifiche tutele che consentono di proseguire il servizio fino alla maturazione del diritto.
Quindi, si può lavorare dopo la pensione?
La risposta alla domanda del nostro lettore è dunque sì, ma dipende da come si è andati in pensione.
Con la pensione di vecchiaia o la pensione anticipata ordinaria, in linea generale, si può tornare a lavorare e sommare pensione e nuovo reddito. Con APE Sociale, Quota 100, Quota 102 e Quota 103, invece, esistono divieti molto più stringenti.
Nel pubblico impiego bisogna inoltre distinguere tra permanenza in servizio, pensionamento e successivo conferimento di incarichi da parte della PA.
Prima di accettare anche un lavoro di pochi giorni, quindi, è sempre opportuno controllare le regole specifiche della propria pensione. I casi arrivati davanti ai giudici dimostrano infatti che, per alcune forme di uscita anticipata, anche una prestazione di poche ore può trasformarsi in una richiesta INPS da migliaia di euro.
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