Giuseppe Saragat è vivo. Non in spirito. È vivo. È presente, siede in maniera tutt’altro che simbolica nella Sala Matteotti della Camera dei Deputati. Il «miracolo laico» del suo ritorno tra noi si deve al lavoro tenace della Fondazione che ne porta orgogliosamente il nome. La Fondazione Giuseppe Saragat e il suo presidente, Umberto Costi, hanno animato un dibattito – coordinato da Claudio Melchiorre – non di celebrazione storica, a Montecitorio, ma di rilancio dell’agenda politica. Le idee di Saragat sono le più innovative, le sue domande ancora aperte, le più urgenti. E sotto il titolo «Saragat, Stati Uniti d’Europa e Scelta Atlantista».
Densa, la scaletta degli interventi. Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Buozzi, ha esortato all’azione e non soltanto al pensiero. Valdo Spini, presidente della Fondazione Rosselli, ha ricordato come Saragat avesse compreso molto prima di tanti socialisti la posizione politica in favore della libertà e del liberalismo, insieme a Carlo Rosselli. Gli interventi di Luigi Marattin del Pld, Ettore Rosato del Pd e Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e del gruppo Renew Europe, hanno sottolineato la necessità di seguire il solco tracciato da Saragat nella costruzione di un’Europa libera, democratica e attenta ai diritti dei lavoratori. Pino Bicchielli, ultimo segretario dei Giovani Socialdemocratici e oggi deputato di Forza Italia, ha sottolineato come fosse possibile, per un ragazzo della Prima Repubblica, coniugare libertà e socialdemocrazia, nonostante i tentativi di emarginazione a sinistra.
Federico Fornaro, deputato del Pd e autore di una biografia di Saragat, ha riportato il discorso alle radici intellettuali del leader socialdemocratico: «Se leggiamo molti degli scritti, scopriamo un Saragat marxista e rivoluzionario. Nella politica repubblicana il pensiero e l’azione del Presidente si trasformano in un gradualismo efficace e capace di trascinare l’Italia nell’area dei Paesi liberi e attenti ai diritti dei lavoratori. Cosa non scontata, nel 1945». Massimo Mota, presidente dell’Associazione delle Cooperative Italiane, ha legato la figura dell’unico presidente socialdemocratico allo sviluppo economico mutualistico, alla grande attenzione verso i diritti dei lavoratori e all’imprenditorialità sociale.
Al dibattito ha partecipato anche Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia, con un messaggio di continuità tra la visione di Saragat, quella di Craxi e le necessità future dell’Italia e dell’Europa. Fabrizio Cicchitto ha ricostruito il rapporto tra Nenni e Saragat, sottolineando come il socialdemocratico non ebbe bisogno di cambiare continuamente posizione, come fu invece costretto a fare più volte il leader del Psi. Piercamillo Falasca ha collegato l’impegno dell’associazione degli Europeisti all’opera politica di Saragat. Il saluto da parte del sindaco di Roma Roberto Gualtieri è stato portato dall’onorevole consigliere Yuri Trombetti. Un saluto dalla Camera dei Deputati è stato indirizzato anche dall’onorevole Annarita Patriarca. Le conclusioni di Umberto Costi hanno riportato il discorso al futuro. La modernità del pensiero e delle azioni di Saragat, ha spiegato, è tale da richiedere un impegno che non può fermarsi alla memoria. «A cominciare da una nuova iniziativa per gli Stati Uniti d’Europa che parta dalle Fondazioni culturali italiane e riunisca per questo obiettivo il mondo liberale e socialdemocratico italiano e internazionale». È questo, forse, il punto politico più interessante della giornata. Non soltanto ricordare Saragat, ma utilizzare la sua eredità come piattaforma per il futuro.
Costi ha delineato il progetto della Fondazione entro il 2030: trasformarla in un think tank operativo di area socialdemocratica, capace di incidere sul dibattito pubblico e di formare una nuova classe dirigente fondata su antifascismo, atlantismo ed europeismo federalista. Tra gli obiettivi, un Centro Studi Italiano, una scuola nazionale di formazione politica, per la quale è già in corso la formazione del comitato scientifico, e un osservatorio permanente. Sul piano organizzativo, il progetto prevede reti territoriali, le «antenne Saragat», e una piattaforma multimediale con l’archivio storico completo. Sul fronte della promozione pubblica sono previste una Giornata Nazionale l’11 giugno all’Altare della Patria e la biennale internazionale «Saragat Europe Forum», con la partecipazione di leader socialdemocratici europei.
E poi c’è la parola del Quirinale. Sergio Mattarella, nel telegramma inviato per l’iniziativa, ha ricordato Saragat come un «leader politico antifascista» che ha lasciato «un segno indelebile nella storia del Paese». Mattarella ha sottolineato la sua scelta di collocare la Repubblica «nel campo delle democrazie occidentali», attraverso l’ancoraggio atlantico e la prospettiva dell’integrazione europea. Una scelta che, osserva il Capo dello Stato, ha segnato per ottant’anni la politica estera italiana. E allora sì: Giuseppe Saragat è vivo. Non perché la storia possa tornare indietro, ma perché alcune idee hanno la singolare capacità di aspettare il proprio tempo. L’Europa politica, l’ancoraggio atlantico, la difesa della democrazia, il rapporto tra libertà e giustizia sociale non sono reperti di un museo della Prima Repubblica. Sono questioni ancora aperte.
Sono le domande di Saragat. E, ottant’anni dopo, sono ancora le nostre.
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