Entra in vigore nell’Unione europea l’ambiziosa riforma doganale mirata a digitalizzare il sistema, consentendo alle dogane dell’UE di affrontare i rischi geopolitici in evoluzione, la rapida espansione dell’e-commerce e la crescente domanda di tutela dei consumatori. Al centro della riforma figurano il nuovo Codice doganale dell’Unione (CDU) e l’istituzione dell’Autorità doganale dell’UE. L’attuazione graduale del nuovo sistema giunge dopo l’adozione formale da parte del Consiglio dell’Unione europea e del Parlamento europeo e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale, avvenuta il 19 settembre, ponendo fine a un percorso durato tre anni dalla proposta della Commissione UE del maggio 2023.
“In un contesto geopolitico sempre più complesso, l’Europa ha bisogno di un’Unione doganale adeguata al mondo odierno”, ha affermato in una nota il commissario europeo per il Commercio, Maroš Šefčovič, sottolineando che la riforma doganale non è “un semplice aggiornamento tecnico”, ma “un imperativo strategico per salvaguardare il nostro mercato unico, rafforzare la competitività e la sicurezza economica dell’Europa e proteggere al meglio i nostri cittadini”. Secondo il commissario UE, con l’istituzione di “un unico punto di ingresso per tutte le operazioni doganali” e di “una capacità di gestione del rischio a livello europeo”, “garantiamo che l’Unione doganale finalmente valuti e agisca in modo unitario alle frontiere”.
La riforma dell’attuale Codice doganale dell’Unione (CDU) del 2016 è motivata dalla necessità di digitalizzare completamente i sistemi doganali dell’UE e nazionali, rafforzare la resilienza alle crisi politiche e sanitarie internazionali e garantire una maggiore armonizzazione nell’applicazione del diritto dell’UE. La rapida crescita dei volumi di merci di basso valore in transito attraverso le dogane ha ulteriormente accentuato la necessità di modernizzare gli strumenti doganali.
In cosa consiste la riforma
Uno dei pilastri della riforma è la nuova EU Customs Authority (EUCA), con sede a Lille, istituita giuridicamente il 20 settembre, che avrà il compito di rafforzare il coordinamento tra le amministrazioni doganali nazionali e sviluppare una capacità europea comune di gestione del rischio. Tra i principali obiettivi dell’EUCA vi sarà la realizzazione dell’EU Customs Data Hub, la nuova infrastruttura informatica che dovrà progressivamente sostituire gli attuali sistemi doganali nazionali, fornendo un’unica interfaccia attraverso la quale imprese, importatori ed esportatori trasmetteranno le informazioni alle autorità doganali. In base alle stime della Commissione UE, la nuova piattaforma potrebbe generare risparmi annuali pari a circa 2,3 miliardi di euro per gli Stati membri in costi operativi e a 2,58 miliardi per gli operatori economici in minori oneri amministrativi.
La tabella di marcia sarà graduale. L’Hub dovrebbe diventare operativo per l’e-commerce dal 1° luglio 2028. Dal 1° marzo 2031 potrà essere utilizzato anche dagli altri operatori commerciali, mentre l’utilizzo diventerà obbligatorio per tutti dal 1° marzo 2034.
Il settore nel quale la riforma ha già prodotto gli effetti più visibili è quello dell’e-commerce, che dopo la pandemia di Covid-19 ha visto quadruplicare il numero di pacchi di basso valore in arrivo nell’UE, passati da 1,3 miliardi nel 2022 a 5,9 miliardi nel 2025. Circa il 90% dei pacchi proviene dalla Cina e la concorrenza di piattaforme online come Shein e Temu sta mettendo a dura prova i rivenditori europei.
Dal 1° luglio 2026 è stata infatti abolita l’esenzione dai dazi per le spedizioni provenienti da Paesi terzi di valore non superiore a 150 euro. Su queste importazioni si applica ora un dazio temporaneo di 3 euro per ciascuna diversa categoria tariffaria di merce contenuta nella spedizione. Il regime resterà in vigore fino al 1° luglio 2028, quando, con l’avvio del Data Hub per l’e-commerce, il sistema forfettario sarà sostituito dai normali dazi previsti dalla Tariffa doganale comune.
La riforma rende centrale anche la qualità delle informazioni trasmesse alle dogane. Il dazio temporaneo di 3 euro viene applicato sulla base della classificazione tariffaria dei prodotti. Di conseguenza, errori nella descrizione o nella classificazione delle merci possono tradursi direttamente in un calcolo errato degli oneri doganali.
Questa logica sarà ulteriormente rafforzata a partire dal 1° novembre 2026, quando diventerà obbligatoria la trasmissione dei nuovi Product Identifiers (PID) per le merci interessate dalle regole sulle vendite a distanza. Come sottolinea la Commissione UE, i PID dovranno consentire alle autorità doganali di ricostruire in maniera più precisa l’identità e la provenienza del prodotto e di collegare le informazioni doganali ai dati relativi alla sicurezza, alla conformità e alla catena di approvvigionamento.
Sono previsti tre tipi principali di identificativo: quello assegnato dal venditore o dalla piattaforma, quello non standardizzato attribuito dal produttore e, quando disponibile, un identificativo riconosciuto a livello internazionale, come EAN, GTIN o ISBN. I venditori, i marketplace e gli operatori logistici saranno obbligati a scambiarsi dati più strutturati lungo tutta la catena commerciale, riducendo lo spazio per dichiarazioni generiche o incomplete.
Sempre dal 1° novembre 2026 è prevista l’introduzione di una nuova handling fee europea sulle piccole spedizioni acquistate a distanza. Si tratta di una misura distinta dal dazio temporaneo di 3 euro. La tariffa servirà a contribuire ai costi sostenuti dalle autorità doganali per analizzare, controllare e gestire l’enorme volume di pacchi e-commerce in ingresso nell’Unione.
L’importo non è ancora stato fissato: dovrà essere stabilito dalla Commissione attraverso un atto delegato prima dell’entrata in applicazione della misura.
La scelta di introdurre una tariffa comune a livello europeo risponde anche all’esigenza di evitare iniziative nazionali divergenti, che potrebbero spostare artificialmente i flussi commerciali verso gli Stati membri con costi o controlli inferiori.
Le potenziali criticità per le imprese e gli operatori del settore
La riforma presenta però una serie di criticità, legate in particolare ai nuovi obblighi per le imprese. Secondo una serie di analisi pubblicate a settembre dallo studio legale internazionale Reed Smith, la riforma doganale europea, se da un lato introduce una maggiore uniformità e capacità di controllo, dall’altro apre una fase complessa per le imprese, chiamate ad adeguarsi a un sistema molto più integrato e invasivo sul piano dei dati e delle responsabilità.
Una prima criticità riguarda nello specifico l’allargamento della responsabilità degli importatori. Con il nuovo Codice doganale, l’importatore non risponderà soltanto del pagamento dei dazi, ma anche della conformità delle merci a un insieme molto più ampio di normative europee: sicurezza dei prodotti, tutela dei consumatori, ambiente, proprietà intellettuale, sanzioni e altre prescrizioni applicate dalle autorità doganali. Ciò potrebbe comportare una revisione dei rapporti contrattuali tra importatori, spedizionieri e rappresentanti doganali e un aumento dell’esposizione giuridica per gli operatori.
Particolarmente rilevante è il caso dei rappresentanti doganali indiretti, che potranno essere chiamati a rispondere in solido con importatori ed esportatori non soltanto del debito doganale, ma anche degli obblighi non fiscali. Secondo l’analisi, questo maggiore livello di rischio potrebbe tradursi in costi più elevati per i servizi doganali, clausole contrattuali più stringenti e una maggiore selettività da parte di broker e spedizionieri nella scelta dei clienti.
Un secondo nodo riguarda il Customs Data Hub, la vera “spina dorsale digitale” della riforma, che imporrà alle imprese la trasmissione di molti più dati rispetto a oggi, comprese informazioni sulla conformità dei prodotti, certificazioni, autorizzazioni e altra documentazione che attualmente deve spesso soltanto essere conservata ed esibita in caso di controllo. Secondo l’analisi dello studio legale, sarà più facile individuare eventuali errori o incongruenze, considerato che i dati forniti da importatori, esportatori, vettori e altri soggetti della catena logistica dovranno essere collegati tra loro e saranno accessibili non solo alle autorità doganali, ma anche ad altre autorità europee come OLAF, EPPO, Europol e Frontex, nonché alle autorità fiscali e agli organismi di sorveglianza del mercato. Per le aziende, osservano gli analisti, ciò comporterà la necessità di integrare sistemi oggi spesso separati tra dogane, logistica, sicurezza dei prodotti, sostenibilità e finanza.
Un’altra criticità riguarda l’e-commerce. Come indicato dagli analisti, la riforma trasferisce la responsabilità doganale dal consumatore al venditore o alla piattaforma che facilita la vendita. Marketplace e operatori online diventeranno quindi direttamente responsabili del pagamento dei dazi, della correttezza dei dati e della conformità dei prodotti alle norme europee. Per gli operatori extra-UE il problema è ancora più significativo, perché dovranno verificare se i propri rappresentanti doganali saranno disponibili ad assumere le nuove responsabilità previste dal sistema e non è detto che tutti siano disposti ad accettarle.
Un altro punto riguarda i costi, che potrebbero rendere più onerose le vendite online verso il mercato europeo, spingendo il settore verso un modello diverso, basato maggiormente sull’importazione in grandi volumi e sullo stoccaggio all’interno dell’UE anziché sull’invio diretto di singoli pacchi dalla Cina o da altri Paesi terzi.
Reed Smith segnala infine che il nuovo sistema rende più estese le conseguenze di una violazione. Le sanzioni doganali non penali confluiranno nel Data Hub e contribuiranno al profilo di rischio dell’operatore a livello europeo: un’infrazione riscontrata in uno Stato membro potrà quindi incidere sui controlli effettuati dalle dogane degli altri Paesi. Per gli operatori dell’e-commerce, inoltre, violazioni sistematiche potranno comportare sanzioni economiche rilevanti e, nei casi più gravi, la perdita dello status di operatore affidabile o la sospensione dell’attività.
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