La Banca Centrale Europea è tornata ad aumentare i tassi nel 2026 dopo la fase di allentamento iniziata negli anni precedenti e il percorso potrebbe non essere ancora terminato. La nuova risalita dell’inflazione e soprattutto il rincaro dell’energia hanno infatti costretto Francoforte a riportare il costo del denaro su livelli più restrittivi.
Dopo il rialzo di settembre il tasso sui depositi è salito al 2,50%, mentre quello sulle operazioni di rifinanziamento principali si trova al 2,65%. Il mercato guarda ora alle ultime riunioni del 2026 cercando di capire se la BCE deciderà di intervenire ancora oppure se preferirà mantenere i tassi fermi per valutare gli effetti delle strette già effettuate.
La vera partita potrebbe però spostarsi rapidamente sul 2027. Se le pressioni sui prezzi dovessero attenuarsi e la crescita dell’Eurozona rallentare, il ciclo potrebbe infatti cambiare nuovamente direzione e riportare sul tavolo l’ipotesi di tagli dei tassi già nel corso del prossimo anno.
L’energia resta il principale problema per la BCE
Il ritorno dell’inflazione è stato alimentato soprattutto dall’aumento dei prezzi energetici. Petrolio e gas hanno risentito delle tensioni geopolitiche e questa dinamica ha riportato sotto pressione i prezzi al consumo dell’Eurozona, rendendo più difficile il compito della BCE.
A settembre l’inflazione dell’area euro è salita al 3,8%, un livello nettamente superiore all’obiettivo del 2%. Il rischio principale non riguarda però soltanto il rincaro immediato dell’energia. Francoforte teme soprattutto che questi costi possano trasferirsi progressivamente a beni, servizi e salari.
Sono i cosiddetti effetti di secondo ordine. Se le imprese trasferiscono sui consumatori l’aumento dei costi di produzione e i lavoratori chiedono successivamente salari più elevati per compensare la perdita di potere d’acquisto, l’inflazione può diventare molto più persistente.
È proprio questo scenario che potrebbe giustificare una politica monetaria ancora restrittiva. Se invece il rincaro energetico dovesse rimanere relativamente isolato e iniziare a riassorbirsi, la BCE avrebbe maggiori margini per evitare nuovi aumenti.
La situazione rimane quindi fortemente legata all’andamento di petrolio e gas. Più a lungo i prezzi energetici resteranno elevati più difficile sarà immaginare un rapido ritorno verso tassi più bassi.
Nuovi rialzi nel 2026 restano possibili
All’inizio dell’estate il tasso sui depositi si trovava al 2%, dopo una lunga fase di riduzione del costo del denaro. La BCE ha però invertito nuovamente la rotta nel corso del 2026, aumentando i tassi prima a giugno e successivamente a settembre.
Un ulteriore rialzo entro la fine dell’anno non può quindi essere escluso. Molto dipenderà dai prossimi dati sull’inflazione e soprattutto dalla capacità dell’economia europea di resistere a condizioni finanziarie più restrittive.
Il paradosso per Francoforte è evidente. Una crescita economica ancora relativamente solida rende più facile aumentare i tassi, perché riduce il rischio che una stretta aggiuntiva provochi immediatamente una recessione. Al contrario, un forte rallentamento costringerebbe la BCE a muoversi con maggiore cautela.
Anche il mercato obbligazionario sta reagendo a queste aspettative. Rendimenti più elevati sui titoli di Stato riflettono la possibilità che i tassi restino alti più a lungo e che il ritorno a una politica monetaria espansiva venga rinviato.
Per famiglie e imprese questo significa mutui e finanziamenti ancora costosi, mentre per chi investe nel reddito fisso il contesto continua a offrire rendimenti che pochi anni fa sembravano difficilmente raggiungibili.
Nel 2027 lo scenario potrebbe cambiare completamente
Guardando oltre la fine del 2026 il quadro diventa molto più incerto. Alcuni economisti ritengono possibile che la BCE mantenga i tassi elevati per buona parte del 2027, mentre altri vedono già le condizioni per una nuova fase di riduzioni.
Un primo elemento riguarda gli effetti statistici sull’inflazione. A partire dalla primavera del 2027 il confronto con i forti aumenti dei prezzi energetici registrati nell’anno precedente potrebbe contribuire automaticamente a rallentare il tasso annuale di inflazione.
Il secondo fattore è il ritardo con cui la politica monetaria agisce sull’economia reale. Un aumento dei tassi non produce infatti tutti i suoi effetti immediatamente: possono essere necessari diversi mesi prima che condizioni di credito più restrittive incidano pienamente su investimenti, consumi e occupazione.
Ciò significa che parte dell’impatto delle strette effettuate nel 2026 potrebbe emergere soprattutto nel 2027. Se contemporaneamente l’inflazione iniziasse a diminuire, la BCE potrebbe ritrovarsi con un’economia più debole e tassi ormai eccessivamente restrittivi.
In quello scenario tornerebbero plausibili nuovi tagli. Non sarebbe quindi sorprendente assistere a un 2027 diviso in due fasi: tassi ancora elevati nella prima parte dell’anno e possibili riduzioni successivamente, qualora inflazione e crescita lo consentissero.
Per gli investitori il punto centrale resta quindi la velocità con cui l’inflazione tornerà verso il 2%. Finché resterà nettamente sopra l’obiettivo, la BCE avrà poche ragioni per allentare la politica monetaria. Se invece le pressioni sui prezzi inizieranno a raffreddarsi mentre l’economia rallenta, il dibattito potrebbe rapidamente spostarsi dai nuovi rialzi ai primi tagli del 2027.
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