TARANTO – Debiti complessivi per 8 miliardi e 480 milioni di euro, una perdita di 551,5 milioni nel primo semestre del 2026 e una disponibilità di cassa effettivamente utilizzabile inferiore a 177 milioni. Sono i numeri che fotografano la gravità della crisi finanziaria di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, mentre resta incerto il futuro produttivo dello stabilimento siderurgico di Taranto.
A riportare i dati sono 2 articoli pubblicati da Greenreport.it, a firma di Adriano Pistilli, e dal Giornale, a firma di Sofia Fraschini, sulla base dell’ultima relazione semestrale predisposta dai commissari straordinari.
Il documento, firmato il 13 ottobre dai commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli, prende in esame la situazione economica e patrimoniale della società al 30 giugno 2026.
Rispetto alla fine del 2025, secondo quanto riportato da Greenreport.it, l’indebitamento complessivo è aumentato di 602 milioni di euro, aggravando una situazione già caratterizzata da un forte squilibrio tra entrate e uscite.
La perdita registrata nei primi 6 mesi dell’anno equivale a circa 92 milioni di euro al mese, oltre 3 milioni al giorno.
A pesare sui risultati è soprattutto la ridotta attività produttiva, con un solo altoforno in funzione nel periodo considerato dalla relazione e costi di gestione che continuano a superare ampiamente i ricavi.
Nel dettaglio, le vendite e le prestazioni hanno generato 634,6 milioni di euro, ai quali si aggiungono 382,3 milioni di altri proventi, per un valore complessivo di circa 1 miliardo e 17 milioni di euro.
I costi della produzione hanno invece raggiunto 1,443 miliardi, con una differenza negativa che evidenzia le difficoltà della gestione industriale.
La voce più rilevante è rappresentata dai servizi, per 791,1 milioni di euro, seguita dall’acquisto di materie prime e merci, pari a 415,8 milioni, e dalle spese per il personale, quantificate in 193,4 milioni.
Il margine operativo lordo risulta negativo per 426,6 milioni di euro, confermando l’incapacità dei ricavi di coprire i costi sostenuti nel semestre.
Particolarmente delicata è la situazione dei rapporti con le imprese fornitrici, una questione che coinvolge direttamente anche il sistema economico e occupazionale tarantino.
Secondo i dati riportati, i debiti verso i fornitori sono passati da 1,416 miliardi di euro alla fine del 2025 a 1,749 miliardi al 30 giugno 2026.
Un incremento di 333 milioni in 6 mesi, che contribuisce ad accrescere le difficoltà finanziarie delle aziende dell’indotto e delle imprese che operano per il siderurgico.
La relazione distingue inoltre 5,494 miliardi di debiti concorsuali, riferiti ai crediti già ammessi nelle procedure di verifica, e 2,986 miliardi di debiti correnti e non concorsuali.
Su questi ultimi incidono anche i rapporti di credito che Acciaierie d’Italia vanta nei confronti di alcuni degli stessi soggetti creditori.
L’importo dei controcrediti viene indicato in 1,14 miliardi di euro, dei quali 889,4 milioni risultano prossimi alla compensazione, anche sotto il profilo contabile.
Tenendo conto di questa operazione, le passività prededucibili maturate durante l’amministrazione straordinaria si attesterebbero a 2,096 miliardi di euro.
I debiti commerciali, una volta considerate le compensazioni indicate nella relazione, ammonterebbero invece a 860,4 milioni di euro.
A fronte di queste esposizioni, le disponibilità liquide risultano estremamente limitate.
Al 30 giugno la società disponeva di 189,9 milioni di euro, ma 13 milioni erano indisponibili. La liquidità effettivamente utilizzabile era quindi pari a 176,9 milioni di euro.
Nello stesso documento vengono indicate attività patrimoniali per circa 3,75 miliardi di euro, un valore sensibilmente inferiore all’ammontare complessivo delle passività.
Il deterioramento dei conti si inserisce in una fase decisiva anche per il futuro industriale dell’ex Ilva.
La procedura di cessione del gruppo resta infatti condizionata dall’incertezza sulle prospettive dell’area a caldo dello stabilimento tarantino, mentre le offerte sono attese entro l’8 novembre.
Secondo quanto riportato dal Giornale, nell’attuale quadro di incertezza l’operazione di vendita riguarda il perimetro limitato dell’area a freddo, costituita dagli impianti di laminazione.
A complicare ulteriormente lo scenario è il contenzioso giudiziario relativo alla prosecuzione dell’attività degli impianti dell’area a caldo.
Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione sono chiamate a pronunciarsi sui ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la fermata dell’area a caldo per ragioni di tutela ambientale e sanitaria.
Nell’attesa della decisione, il Governo è intervenuto con un provvedimento urgente per consentire il mantenimento degli impianti in condizioni di riscaldo.
La causa è stata trattenuta in decisione dopo che la Procura generale della Cassazione si è espressa a favore di un accoglimento parziale dei ricorsi aziendali.
Secondo la posizione sostenuta dal sostituto procuratore generale Luigi Birritteri, la decisione dei giudici milanesi presenterebbe criticità nell’utilizzo dei dati epidemiologici e nel bilanciamento tra le esigenze produttive e la tutela della salute.
Una ricostruzione contestata dai legali dei comitati dei cittadini e dalle forze politiche di opposizione, che continuano a rivendicare la priorità della salvaguardia sanitaria e ambientale.
La Cassazione non ha ancora espresso il proprio verdetto, mentre l’incertezza giudiziaria si somma a quella finanziaria e industriale.
Per Taranto, i numeri della relazione semestrale assumono un significato che va oltre i bilanci aziendali. L’aumento dei debiti verso i fornitori, la riduzione delle risorse disponibili e il protrarsi delle difficoltà produttive incidono sulle prospettive delle imprese dell’indotto e sull’occupazione.
La situazione descritta dai commissari conferma così la complessità della crisi dell’ex Ilva: un gruppo con passività superiori a 8 miliardi di euro, perdite quotidiane milionarie e una procedura di vendita ancora da definire, mentre si attende una decisione giudiziaria determinante per il futuro degli impianti tarantini.
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