#Finsubito news dalla rete – Stipendi dei magistrati, veramente aumenteranno anche di 100 mila euro? La certezza è che lo Stato dovrà spendere 979 milioni


di
Enrico Marro

Il Consiglio di Stato ha dato ragione ai magistrati su arretrati e aumenti in busta paga. E il governo ha messo in conto una spesa di quasi un miliardo che divisa per gli 11 mila magistrati fa 92 mila euro a testa lordi. Ma la media non chiarisce tutto

Sarà perché il clima, già teso prima, si è avvelenato con il referendum sulla giustizia perso dal governo. Sarà perché è una questione di soldi, tanti soldi. Ma il conflitto in corso da una decina di giorni tra l’esecutivo e la magistratura non accenna a placarsi. Anche perché la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata chiara: lei, il Dpcm per erogare arretrati e aumenti di retribuzione riconosciuti ai magistrati da due sentenze del Consiglio di Stato, non lo firmerà mai. Dal punto di vista pratico questa decisione non risolverebbe il problema della spesa, pari a quasi un miliardo (979 milioni, per la precisione) che il Documento programmatico di bilancio ha previsto debba essere stanziata con la prossima manovra, perché le sentenze (in questo caso del Consiglio di Stato) sono esecutive e dunque la somma dovrà essere sborsata (alle brutte, attraverso un commissario ad acta, come prevede la legge). Una situazione che contribuisce ad inasprire i toni da una parte e dall’altra, con la maggioranza che mette nel mirino i presunti privilegi dei magistrati, che porterebbero a casa fino a 100 mila euro in media a testa, e l’associazione sindacale della categoria che ribatte parlando di «falsità». Chi ha ragione? Dipende da quale punto di vista si vede una faccenda che è molto complicata.

La spesa complessiva  e la media

Indubbiamente, avendo il governo previsto una spesa di 979 milioni ed essendo 10.638 i magistrati in servizio nel 2018 (anno dal quale decorrono gli effetti delle sentenze) basta fare la divisione e risultano appunto circa 92 mila euro a testa. Ma dietro questa media, si apre un mondo. Innanzitutto si tratta di una cifra lorda (e per queste fasce di reddito l’Irpef incide fra il 35 e il 40%) che comprende sia gli arretrati riconosciuti dalle sentenze in un periodo di nove anni, dal 2018 al 2026, sia le conseguenze sulle retribuzioni nel 2027. Nella spesa complessiva, inoltre, è incluso l’aumento dei contributi previdenziali (che si pagano in rapporto alla retribuzione) e l’incidenza sul Tfs, le somme che vengono accantonate annualmente per la liquidazione, il Trattamento di fine servizio. 




















































I conti dell’Anm

Sulla base di questi elementi, l’Anm definisce «privo di fondamento» che nelle tasche dei magistrati stiano per arrivare 100 mila euro a testa, anche perché, aggiungono, la platea degli interessati è più ampia, dovendo comprendere anche chi è stato assunto dopo il 2018 (che riceverà un rimborso pro quota), e perché le retribuzioni dei magistrati sono molto variabili: si va dai circa 50 mila euro lordi di un magistrato ordinario in tirocinio agli oltre 220 mila euro di un presidente di sezione del Consiglio di Stato o della Corte dei Conti, come scritto qualche giorno fa il magistrato contabile Andrea Carapellucci su www.questionegiustizia.it.

Come nasce l’adeguamento?

Fatte tutte queste premesse e assodato che un conto è la media lorda e un altro le cifre nette che, come confermano al Tesoro, possono variare tantissimo da caso a caso, resta che, mentre il governo non sa dove sbattere la testa per finanziare in manovra misure a sostegno del potere d’acquisto di dipendenti che certamente guadagnano meno dei magistrati, le sentenze obbligano lo Stato a tirar fuori la bellezza di un miliardo per una élite di lavoratori. Ma come è nato questo pasticcio? Per capirlo bisogna partire dal fatto che, a tutela dell’indipendenza della magistratura, le retribuzioni di questo settore non derivano dalla contrattazione tra sindacati e Stato, ma sono regolate dalla legge. Che prevede l’adeguamento degli stipendi ogni tre anni, sulla base dei contratti della altre categorie del pubblico impiego.

Il diverso meccanismo di calcolo

Nel 2021, governo Draghi, un Dpcm stabilì nel 4,85% l’aumento degli stipendi dei magistrati, come calcolato dall’Istat sulla base dell’incremento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici nel 2018-21. Ma contro questo provvedimento la categoria presentò ricorsi. Inizialmente respinti dal Tar del Lazio e poi accolti nel 2025 da due sentenze della suprema magistratura amministrativa. Il Consiglio di Stato ha riconosciuto tre storture nel meccanismo di calcolo adottato per arrivare al 4,85%: il mancato riconoscimento di alcune voci retributive; l’esclusione di certe categorie di dipendenti pubblici che invece avrebbero dovuto essere incluse; l’uso della media ponderata (dando più peso alle categorie di dipendenti pubblici più numerose) anziché della media aritmetica. Applicando queste correzioni, il 4,85% di aumento sale al 6,22%. Un ulteriore incremento riguarda poi il triennio 2022-24, dove il Dpcm adottato dal governo Meloni seguendo i criteri del precedente provvedimento Draghi, è già stato bocciato nel 2025 da tre sentenze del Tar del Lazio. Qui la revisione al rialzo produrrebbe aumenti del 12,32% anziché del 6,69%, determinando il 75% della maggiore spesa a carico dello Stato. Il Tesoro non ha potuto far altro che prenderne atto, prevedendo nella prossima legge di Bilancio un «Fondo sentenze», con una stima di 979 euro di uscite lorde, appunto.

25 ottobre 2026


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