Distinguiamo i due scenari, perché il vulcanismo sottomarino del Tirreno e il Vesuvio appartengono a sistemi diversi: uno sciame alle Eolie non implica automaticamente una riattivazione del Vesuvio. Tuttavia è necessario tenere sotto controllo i livelli di allerta e le valutazioni ufficiali più recenti.
Frane a Filicudi e Alicudi
A Filicudi è stato segnalato il distacco di una parte del costone nella zona di Pecorini, in prossimità di un tratto di costa molto frequentato durante l’estate. Un altro fenomeno franoso sarebbe avvenuto sul versante posteriore di Alicudi. Vigili del fuoco, volontari e strutture locali di Protezione civile hanno effettuato controlli sugli edifici e sulle aree costiere più esposte.
La sequenza non è stata collegata a un’improvvisa ripresa dell’attività vulcanica. Il presidente dell’INGV Carlo Doglioni l’ha ricondotta alla convergenza tra la Sicilia settentrionale e il Tirreno meridionale, che genera deformazioni compressive lungo una fascia sismicamente attiva estesa approssimativamente da Ustica alle Eolie. È stato escluso anche un rapporto con la contemporanea attività sismica osservata nell’area greca di Santorini, appartenente a un diverso contesto geodinamico.
L’area ha una storia sismica rilevante. L’INGVterremoti ricorda i terremoti del 1823, con magnitudo momento stimata 5,8, del 1939, pari a 5,1, e del 1980, pari a 5,7. Il sisma del 1939 provocò a Filicudi effetti classificati fino al VII grado MCS. Più recentemente, sequenze sono state osservate anche nel 2021 e nel 2023.
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L’episodio conferma soprattutto la vulnerabilità geomorfologica delle isole minori. Anche terremoti moderati possono favorire cadute di massi da pareti già degradate.
Il rischio esiste, ma non ci sono segnali di un’imminente eruzione.
Lo sciame sismico registrato nell’area delle Eolie riporta l’attenzione sul complesso sistema geologico del Tirreno meridionale. È però necessario evitare collegamenti automatici: i terremoti tra Alicudi e Filicudi, l’attività dei vulcani sottomarini e quella del Vesuvio appartengono a strutture differenti. Una sequenza sismica alle Eolie non costituisce, da sola, un segnale di risveglio del Vesuvio.
Il vulcanismo sommerso del Tirreno
Sotto il Tirreno meridionale si trovano numerosi edifici vulcanici, tra cui Marsili, Vavilov, Palinuro e Magnaghi. Il più imponente è il Marsili, situato fra Sicilia e Campania: si sviluppa per circa 70 chilometri, raggiunge una larghezza prossima ai 30 e la sua sommità rimane sommersa per centinaia di metri.
Definire il Marsili “spento” sarebbe improprio. L’INGV rileva fenomeni vulcanici secondari, soprattutto degassamento, circolazione idrotermale e terremoti di bassa magnitudo riconducibili a processi vulcano-tettonici. Questi segnali indicano che il sistema non è geologicamente morto, ma non dimostrano che un’eruzione sia imminente.
Un’eventuale eruzione in acque profonde avrebbe probabilmente effetti limitati in superficie e potrebbe rendere necessaria soprattutto una temporanea modifica delle rotte marittime. Lo scenario più delicato, spesso evocato, è invece il possibile cedimento di una parte dell’edificio vulcanico, capace in teoria di generare onde di maremoto.
L’INGV precisa tuttavia che non sono state individuate prove morfologiche di grandi collassi del Marsili negli ultimi millenni. Il rischio di uno tsunami prodotto da un’eruzione simile a quelle ricostruite per il vulcano è considerato molto basso; la stabilità dei versanti continua comunque a essere oggetto di ricerca.
Nel Tirreno il pericolo di maremoto non deriva soltanto dai vulcani: possono produrlo anche terremoti marini, frane sottomarine o cedimenti lungo i fianchi delle isole vulcaniche. Per questo il rischio non può essere ridotto al solo Marsili.
Il Vesuvio resta quiescente e sorvegliato
Il Vesuvio è un vulcano attivo in stato di quiescenza: l’ultima eruzione risale al 1944. Al 25 ottobre 2026 secondo il Dipartimento della Protezione Civile il livello ufficiale di allerta è verde, corrispondente a parametri di monitoraggio entro i valori di base.
Nel settembre 2026 l’Osservatorio Vesuviano ha registrato 121 terremoti, quasi tutti molto deboli; la magnitudo massima è stata 1,7. Le reti geodetiche non hanno rilevato deformazioni attribuibili alla risalita di magma, le temperature nell’area craterica sono rimaste stabili e i parametri geochimici non hanno mostrato variazioni significative. Non emergono dunque indizi di una riattivazione eruttiva a breve termine.
Questo non significa che il rischio sia nullo. Il Vesuvio è considerato uno dei vulcani a maggiore rischio del mondo soprattutto per l’elevatissima densità abitativa circostante. Il rischio, infatti, nasce dalla combinazione fra probabilità dell’evento, intensità dei fenomeni e numero di persone e infrastrutture esposte.
Lo scenario di riferimento della pianificazione nazionale è un’eruzione subpliniana, simile a quella del 1631, con colonna eruttiva, ricaduta di cenere e lapilli, flussi piroclastici e possibili colate di fango. Non è la previsione della prossima eruzione, ma uno scenario prudenziale utilizzato per organizzare la risposta pubblica da parte del Dipartimento della Protezione Civile.
La zona rossa
La zona rossa comprende 25 comuni, integralmente o parzialmente, nelle province di Napoli e Salerno. In caso di concreto rischio eruttivo, l’unica misura efficace sarebbe l’evacuazione preventiva. La zona gialla comprende invece 63 comuni e tre circoscrizioni napoletane, potenzialmente esposti a importanti ricadute di cenere. Cliccare qui per maggiori dettagli: rischi.protezionecivile.gov.it
In conclusione, una futura eruzione nel Tirreno o al Vesuvio è geologicamente possibile, ma non è oggi prevedibile in termini di data. I dati disponibili non segnalano un’imminente riattivazione del Vesuvio né consentono di interpretare lo sciame delle Eolie come il preludio di un’eruzione sottomarina. La risposta corretta non è l’allarmismo, bensì il monitoraggio continuo, l’aggiornamento dei piani di emergenza e una corretta informazione della popolazione.
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