quando la verità diventa resistenza


C’è un momento, nella lettura di L’illogica del Potere – dossier curato da Giovanni Nicotera per la collana Avalon di Aurea Nox –, in cui il lettore smette di essere spettatore. Accade quando Mariam, una madre palestinese che ha perso sua madre sotto le macerie di Shuja’iyya, racconta l’ultima telefonata: «Mi ha detto di fare in modo che i miei figli studino. Qualunque cosa accada». Non chiede vendetta, non armi, non giustizia secondo il mondo. Chiede futuro. Chiede che un bambino, da qualche parte, impari ancora a leggere.

In quella richiesta discreta e insieme irriducibile si condensa il controcanto di tutto il volume: contro l’«illogica» – parola che ricorre come un rasoio – del potere che bombarda, assedia, affama e giustifica ogni cosa in nome di una sicurezza che diventa, nei fatti, macchina di distruzione sistematica.

Un titolo che è una tesi

Il volume si apre con una prefazione di Marilia Gugliotta, docente e attivista delle “flottille di terra”, che fissa subito il nucleo teorico: il Potere, quando smarrisce l’umano, cessa di seguire le leggi della logica per farsi «puro, cieco meccanismo di dominio». Non si tratta di un pamphlet a senso unico. La prima sezione, curata da Nicotera, offre una ricostruzione storica solida – dal Codice della Terra del 1858 nell’Impero Ottomano agli Accordi di Abramo – dimostrando che la «illogica» non è caos, bensì una razionalità folle, di breve periodo, che trasforma il diritto internazionale in foglia di fico e l’assedio di Gaza in un laboratorio di controllo demografico.

Il capitolo sulle Aliyot e sulle politiche fondiarie britanniche è esemplare: mostra come la sopraffazione militare sia stata preceduta da una sopraffazione giuridica ed economica, legalizzata da mandati e risoluzioni. L’amara conclusione è che Gaza non nasce come «anomalia»: diventa Striscia, ghetto e campo profughi a cielo aperto perché deciso da stanze lontane.

La testimonianza come atto teologico

La seconda sezione raccoglie le voci di Mariam e Hana. La prima è un racconto crudo, asciutto, che non indulge nel patetico. La madre di Mariam muore dopo dieci giorni sotto le macerie – viva fino all’arrivo in ospedale. I tentativi di far intervenire Croce Rossa e Protezione Civile si infrangono contro l’aggettivo «zona rossa». È la burocrazia della morte.

L’altra testimonianza, quella di Hana, è un filo di perle che lega la chiave della nonna (simbolo del ritorno negato) al thob ricamato, il vestito palestinese il cui ricamo – riconosciuto dall’UNESCO – diventa mappa, documento di identità, resistenza tattile. «Ogni punto è una parola», scrive Hana. E noi, leggendo, impariamo che la cultura è l’ultima trincea.

Da un punto di vista teologico – e chi scrive vede in queste pagine un terreno fertile per una riflessione ispirata all’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV – queste testimonianze restituiscono alla vittima una soggettività che il potere anonimo cancella. La madre che chiede di studiare, la nonna che custodisce la chiave, la donna che cuce: sono icone di una humanitas che resiste proprio lì dove l’«illogica» del potere la vorrebbe estinta.

La terza sezione: una costellazione di voci

La parte letteraria raccoglie quindici contributi tra poesia e prosa. Si va dal drammatico “335 fori” (dedicato a Hind Rajab, bambina uccisa con 335 pallottole) alla delicata “Preghiera civile” di Franca Canitella; dal dialetto piemontese di “Maledizión ad ‘na dona ‘d Gaza” al toccante racconto “Lo zoo di Gaza” che immagina l’ultimo giorno del poeta Refaat Alareer, ucciso il 7 dicembre 2023 assieme alla sua famiglia.

La scelta di includere la celebre poesia di Alareer («If I must die, you must live to tell my story») è un omaggio necessario, ma anche una sfida: la letteratura non consola, ma testimonia. E in questo senso la terza sezione non è un’appendice ornamentale: è il cuore pulsante del dossier, perché restituisce nomi, volti, lacrime – tutto ciò che i bollettini di guerra riducono a freddo numero.

L’economia di guerra e il «mercato della pace cattiva»

La postfazione di Grazia Velvet Capone (che ha curato anche il progetto grafico) compie un movimento audace: incrocia i dati del SIPRI 2024 – le prime 100 aziende armamenti hanno fatturato 679 miliardi di dollari, Elbit Systems ha incrementato i ricavi del 16% proprio dopo il 7 ottobre – con la domanda che diventa quasi un’accusa: perché la pace, per i mercati finanziari, è una «cattiva notizia»? Perché Leonardo ha perso l’8% del valore in poche ore, nell’agosto 2025, alla sola notizia di un possibile accordo in Ucraina?

Qui l’«illogica» si rivela nella sua forma più cinica: la guerra non è un incidente, ma un modello di business. E chi uccide i bambini di Gaza non è solo un soldato con un dito sul grilletto, ma un sistema che trasforma ogni bomba in dividendo. L’autrice non indulge in facili condanne morali: mostra i numeri, le percentuali, i contratti. E poi li fa stridere con la sete di Ahmed, quattro anni, che succhia l’acqua dalla pozzanghera perché «l’acqua di Dio» è finita.

Un libro che non cerca consolazione

La postfazione di Sergio Pettinelli, supervisore del volume, ammette onestamente: «Il mio impegno costante è stato vigilare prima di tutto sui miei sentimenti, perché potessi poi garantire il rigore della testimonianza». È una dichiarazione di metodo che vale per tutto il dossier. Non si cerca la retorica, non si cede all’indignazione facile. Si punta a uno scopo più alto: «far parlare i fatti con la propria voce, spogliati di ogni filtro ideologico».

Ed è forse questa la cifra più preziosa del volume: non è un atto di accusa parziale, ma una documentazione che si fa memoria pubblica. I settant’anni di storia ripercorsi da Nicotera, le voci di Mariam e Hana, i versi di Canitella, Bozzali, Salidu, D’Alessio e tanti altri, il racconto di Paolantonio su Refaat Alareer – tutto concorre a creare un «corpo unico», come scrive la stessa Capone, dove la cronaca e la poesia, il dato e il sogno, non si annullano ma si potenziano.

Per chi è questo libro?

Per chi vuole capire, non solo piangere. Per chi rifiuta la dittatura del «due pesi e due misure» e cerca strumenti per nominare la realtà. Per chi crede che la letteratura possa ancora intervenire nel dibattito pubblico, senza rassegnarsi al ruolo di puro intrattenimento. Ma anche per chi, dalla sponda opposta, fosse disposto a mettere in discussione le proprie certezze: il dossier non nega mai la legittima esigenza di sicurezza di Israele, ma mostra come questa esigenza sia stata declinata in modo tale da calpestare sistematicamente ogni norma del diritto internazionale umanitario. Lo fa con documenti, citazioni, note – non con slogan.

Giudizio finale

L’illogica del Potere è un’opera coraggiosa, perché esce dai circuiti dell’editoria militante per provare a parlare a una coscienza civile più ampia. Non è un libro facile: la prima parte storica richiede attenzione, le testimonianze feriscono, le poesie lasciano il segno. Ma è un libro necessario, in un’epoca in cui l’informazione viene frammentata e anestetizzata. Come scrive nella prefazione Marilia Gugliotta: «Leggere questo volume significa accettare una sfida cruciale: non voltare lo sguardo». E, aggiungo io, significa accettare di non restare spettatori. Perché, come insegna la madre di Mariam, il vero atto di resistenza è proteggere il futuro – un bambino che studia, un albero che ricresce, una chiave che non apre più una porta ma continua ad aprire una memoria.

“L’illogica del Potere – Dossier Gaza”
Aurea Nox, collana Avalon, 2° ciclo n° 2, Beltane 2025
A cura di Giovanni Nicotera, coordinamento di Sergio Pettinelli


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 Monsignor Antonio Staglianò

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